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Il francese più amato da Trump vuole comprarsi un pezzo di made in Usa

L’acquisizione di Tiffany e le gioie della Corona di Francia

3 Novembre 2019 alle 06:09

Il francese più amato da Trump vuole comprarsi un pezzo di made in Usa

Foto LaPresse

Parigi. Due anni fa, Tiffany & Co. diede colpa alla confinante Trump Tower per i conti in rosso del suo iconico negozio sulla Fifth Avenue. Le vendite, sostenevano i vertici del gioielliere newyorchese, erano precipitate del 14 per cento perché dopo l’elezione di The Donald si assiepavano ogni giorno migliaia di curiosi e turisti con la speranza di intravedere un membro della famiglia Trump, e la presenza massiccia di poliziotti per garantire la sicurezza della zona rendeva meno visibile la vetrina di “Colazione da Tiffany”. Tuttora, le finanze dell’azienda fondata da Charles Lewis Tiffany nel 1837 continuano a far sudare la proprietà, ma a risolvere le cose, presto, potrebbe essere un frenchie, e non uno qualunque, bensì Bernard Arnault, capo del gruppo del lusso Lvmh, terzo uomo più ricco del mondo, che la scorsa settimana ha incontrato Trump per inaugurare una fabbrica Louis Vuitton in Texas, nella contea di Johnson, e ora vuole mettere le mani su uno dei simboli più splendenti del made in Usa. A rivelarlo è stato il Wall Street Journal, prima della conferma ufficiale della possibile operazione da parte del gruppo di Arnault. “Alla luce dei recenti rumors di mercato, il gruppo Lvmh conferma di aver avuto delle discussioni preliminari su una possibile operazione con Tiffany. Al momento, non vi è alcuna certezza che queste discussioni possano sfociare in un accordo”, si legge nella nota diramata da Parigi. 14,5 miliardi di dollari: è questa la cifra offerta dai francesi al gioielliere di New York, che però sembra intenzionato a far aumentare ulteriormente la posta in gioco.

 

Per Lvmh, se la trattativa andasse a buon fine, sarebbe la più grossa acquisizione mai effettuata, superiore anche a quella per Dior. Rilevare Tiffany rafforzerebbe Lvmh nella gioielleria, dove è già presente con Bulgari, e consentirebbe al gigante di Arnault di competere in maniera più serrata con la svizzera Richemont, che detiene i marchi Cartier e Van Cleef & Arpels. La maggior parte degli osservatori ha sottolineato il momento particolare in cui è avvenuta l’offerta, con Tiffany in difficoltà finanziarie e alle prese con l’impatto dei dazi doganali sulle esportazioni verso la Cina, ma ha anche posto l’accento sul fatto che la notizia delle trattative tra le due aziende sia intervenuta pochi giorni dopo l’inaugurazione dello stabilimento texano di Lvmh, dove Arnault e il figlio sono arrivati a bordo dell’Air Force One di Trump, in compagnia del capo della Casa Bianca e di Ivanka. Hanno parlato dell’operazione Tiffany dopo essersi scambiati complimenti pubblici? E’ possibile. Di certo, Arnault è l’unico francese con cui Trump va d’accordo – “You are an artist!”, gli ha detto il presidente, mentre vantava i futuri mille posti di lavoro che la fabbrica Lvmh garantirà. I due si sono conosciuti negli anni Ottanta, quando entrambi lavoravano nel settore immobiliare a New York, e da quel momento hanno continuato a sentirsi a intervalli regolari. Il 9 gennaio 2017, pochi giorni prima dell’investitura, Arnault è andato a trovare Trump nella sua Tower, per congratularsi con lui. Si sono parlati al telefono anche in occasione dell’ultimo G7, a Biarritz, e hanno un nemico in comune, come raccontato dal Figaro: Jeff Bezos, il capo di Amazon. Ma Trump lo lascerà veramente scalare Tiffany? Per i francesi, avrebbe il sapore della rivincita. Le fortune dell’azienda statunitense cominciarono infatti nel 1848, quando Charles Lewis Tiffany acquistò i gioielli della Corona di Francia, guadagnandosi la nomea di “King of diamonds”. Bernard Arnault vuole essere il suo erede.

Mauro Zanon

Nato a una manciata di chilometri da Venezia, nell’estate in cui Matthäus e Brehme sbarcarono nella parte giusta di Milano, abbandona il Nord, per Roma, quando la Lega era ancora celodurista e un ex avvocato del Cav. vinceva le presidenziali francesi. Nel 2009, decide di andare a Parigi, e di restarvi, dopo aver visto “Baci rubati” di Truffaut. Ha vissuto benino nella Francia di Sarkozy, male in quella di Hollande, e vive benissimo in quella di Macron (su cui ha scritto un libro, “Macron. La rivoluzione liberale francese”, Marsilio). Ama il cinema di Dino Risi, le canzoni di Mina, la cucina emiliana, le estati italiane, l’Andalusia e l’Inter di José Mourinho. Per Il Foglio, scrive di Francia e pariginismi. Il suo ultimo libro è 'Brigitte Bardot. Un'estate italiana' (Gog edizioni), con i bozzetti di Milo Manara.

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