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Il Salone di due intolleranze dominanti

Il mondo umano ha bisogno di contraddizione, quale che sia il rapporto di ciascuno con la verità, e ogni pensiero dominante è da contrastare in modo fervente. Oltre Torino. Cosa lega gli intolleranti in divisa trucista con gli intolleranti del politicamente corretto

7 Maggio 2019 alle 06:10

Il Salone di due intolleranze dominanti

Foto LaPresse

Gli eventi culturali sono spalmati di una marmellata che non mi piace. Il retrogusto è dolciastro. Culturale fa rima con promozionale. Non sono quindi la persona giusta per dirimere la controversia sull’editore fascista, il suo padiglione al Salone di Torino, il libro del Truce e la rivolta dello scrittore collettivo antifa. Mi limito a un’osservazione. E’ tipicamente corretto, politicamente corretto, pretendere che un luogo culturale, di istruzione, di discussione, sia preservato da quello che nuovi canoni ambigui hanno definito hate speech, discorso d’odio. Tra i capolavori letterari di ogni tempo, segnatamente del Novecento, non si contano i testi dell’odio, spesso dissimulazioni maledette di un emotivo lirismo d’amore (Céline per tutti). E sono innumerevoli i racconti d’amore (Genet per tutti) che dietro le quinte della commedia mettono in scena una partitura di violenza e di odio. Odi et amo: il binomio è inespiantabile dalla storia e dalla vita, ovvio, e Terenzio invita a non considerare estraneo niente dell’umano, i classici e l’ironia sono l’opposto di un tetro safe space.

  

La guerra culturale al politicamente corretto, quando Trump aveva i calzoni corti, la conducevamo all’insegna o meglio in omaggio o meglio ancora corteggiando un principio o meglio ancora un criterio (insegna, omaggio, principio sono trappole lessicali, resta solo il corteggiamento di un criterio). Il criterio è che il mondo umano ha bisogno di contraddizione, quale che sia il rapporto di ciascuno con la verità, e ogni pensiero dominante, addirittura unico, è da contrastare in modo fervente. I diritti dell’uomo per esempio sono una cosa seria, per come affermati nella Dichiarazione d’Indipendenza americana, ma il droit-de-l’hommisme in quanto ideologia radicale, per come predicato da Robespierre, porta al Terrore e alla ghigliottina, meglio i pregiudizi tradizionali osannati da Edmund Burke, che aveva visto bene come si mettevano le cose già nel 1790-1791, sebbene considerati oggi scorretti. 

  

Ora che un truce zelo missionario incanta le masse nell’ottusità nazionalpopulista e le ingabbia in varianti grottesche del razzismo e del fascismo, qualcuno dice che bisogna riprendersi il politicamente corretto e tenerselo caro. Non mi pare strettamente necessario. Anzi, è probabile che il politicamente corretto, nel suo truce zelo missionario e nella sua intolleranza per la libertà di parola, sia da considerarsi come un parente ideologico, e una concausa, del dilagare presente degli intolleranti in divisa trucista. Gli studenti in lotta contro il maschio bianco occidentale fascista e colonialista e razzista e misogino e omofobo sono in certo senso il pendant, nel loro attivismo contro Shakespeare Churchill o il meno significativo Jordan Peterson, dei giovanotti che usurpano il nome dei poeti ermetici e simbolisti come Pound per scatenarsi letteralmente contro le donne i neri gli immigrati i radical chic e la finanza semita internazionale. Conservatori, riformisti, e veri radicali, magari libertari o liberisti, non sono tenuti a scegliere fra tutti questi antagonisti con i loro risonanti e magniloquenti padiglioni e saloni.

Giuliano Ferrara

Giuliano Ferrara

Ferrara, Giuliano. Nato a Roma il 7 gennaio del ’52 da genitori iscritti al partito comunista dal ’42, partigiani combattenti senza orgogli luciferini né retoriche combattentistiche. Famiglia di tradizioni liberali per parte di padre, il nonno Mario era un noto avvocato e pubblicista (editorialista del Mondo di Mario Pannunzio e del Corriere della Sera) che difese gli antifascisti davanti al Tribunale Speciale per la sicurezza dello Stato.

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  • branzanti

    07 Maggio 2019 - 19:07

    I diritti dell'uomo sono una cosa seria e per questo non possono essere rappresentati dalla dichiarazione d'indipendenza americana. Sono diritti universali (come correttamente recita la dichiarazione del 1948), mentre la dichiarazione d'indipendenza fu scritta, mentre erano in atto l'orrore della schiavitù (molti firmatari possedevano schiavi) e lo sterminio dei nativi, ad esclusiva tutela dei diritti di una ristretta minoranza. Una condizione che si sarebbe trascinata sino ai tempi moderni, con pesanti discriminazioni per altre componenti etniche e sociali, non presenti all'epoca. Quindi non portiamola ad esempio.

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  • LDR28

    07 Maggio 2019 - 18:06

    Stamattina un fantastico Mattia Feltri nel condurre Stampa e Regime con una verve che sarebbe piaciuta a Massimo Bordin ha lasciato per ultimo questo articolo definendolo il più bello sull argomento. Concordo pienamente.

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  • Giovanni Attinà

    07 Maggio 2019 - 12:12

    Sinceramente quello che sta avvenendo sul Salone dei libri di Torino non lo condivido. I distinguo da parte di quelli che vivono all'insegna dell'antifascismo lasciano il tempo che trovano. La democrazia vale per tutti e non si può vivere di muri e barriere.

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    • stearm

      07 Maggio 2019 - 16:04

      Quelli che vivono all'insegna dell'antifascismo come un orologio rotto, ma anche un orologio rotto segna l'ora giusta due volte al giorno. Sbagliano? Ma non tiriamo fuori la buotade che "democrazia" equivale a libertà di qualunque opinione perchè non è così. La democrazia è un'insieme di regole, non è l'assenza di regole, in democrazia esistono diritti e doveri.

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  • stearm

    07 Maggio 2019 - 10:10

    Premesso che io sarei per abolire le celebrazioni ipocrite del 25 aprile, quindi figuriamoci cosa penso della retorica anti-fascista. E che ho pure nostalgia di Almirante (non di Mussolini però). Ma non si possono mettere sullo stesso piano le due retoriche perchè quella anti-fascista scimmiotta l'opinione di una minoranza, quella populista legittima la dittatura della maggioranza, che è il vero limite della democrazia rappresentativa.

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    • Skybolt

      07 Maggio 2019 - 14:02

      ... che è il vero limite della democrazia rappresentativa se la maggioranza non vota come la penso io.... lo lo so che si riferiva a Tocqueville, ma siccome le idee che vincono nella storia sono quelle terreterra, l'atteggiamento mentale di "coloro che se ne vanno da Torino" è quello.

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      • stearm

        07 Maggio 2019 - 16:04

        Comuqnue non ci allarghiamo, l'idea che ha vinto nella storia è quella socialdemocratica. Non è che adesso Salvini s'é messo a riscrivere la storia.

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      • stearm

        07 Maggio 2019 - 16:04

        Guarda, a me onestamente interessano i numeri. Non c'è mai stata una maggioranza "anti-fascista" in italia. Poi che l'intellighentsia sia schierata a sinistra è anch'esso un dato di fatto, ma sono quattro gatti. Farli passare per un pericolo per la democrazia mi sembra un pò banale. Eppoi al dunque, quando una parte (minoritaria) di questa intellighentsia si mise a fare sul serio, ovvero i fascisti di sinistra (alias brigatisti), furono emarginati, anche questa è storia. Ripeto, io non uso il termine 'fascista' perchè appunto non vuol dire nulla. Come spiegava Almirante all'epoca, la maggioranza degli italiani appoggiò il fascismo senza essere fascista e, finito l'esperimento propriamente fascista, tornò all'ovile senza grande entusiasmo per la democrazia. Poi certo se come dice Ratzinger la crisi della Chiesa è colpa di Mario Capanna, allora tutto è possibile.

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        • Skybolt

          07 Maggio 2019 - 18:06

          Dai, che c'entra Capanna.. il '68 di Ratzinger è quello della liberazione sessuale, ivi compreso il sesso paidico (piace il termine greco?), che ha storia lunga, almeno dal fin-de-siecle, ma che si volgarizzò appunto nei '60.. Ma certo che "quelli che se ne vanno da Torino" sono marginali se li conti, ma diciamo che pesano.

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        • stearm

          07 Maggio 2019 - 23:11

          Pesano?

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