La tentazione della censura “giusta”

Andrea Minuz

L'antagonismo come brand e l'antifascismo come sortilegio che salva tutto. La vicenda della casa editrice Altaforte e non solo

La presentazione del sito di Altaforte, la casa editrice che ha innescato il caso “fascisti al Salone”, recita così: “Un marchio editoriale pensato per rispondere a chi chiede chiavi di lettura alternative rispetto alle interpretazioni omologate”. Formula buona per qualsiasi posizione antagonista, complottista, antisistema; formula che appare oggi tragicamente “pop”, aggrega, compatta, se va bene vende; scaturisce da un generatore automatico di posizioni anti establishment in cui riecheggiano il lessico cospiratorio della sinistra marcusiana anni Settanta, la pillola di “Matrix”, i libri di Naomi Klein o Russ Kick, e le “scottanti verità” su multinazionali, massacri dell’Fbi, banca Vaticana e invenzione dell’Aids per mantenere l’ordine mondiale.

 

Si noti la somiglianza con l’incipit del “manifesto italiano dei Terrapiattisti” che si riuniscono questa domenica a Palermo con Beppe Grillo: “Il terrapiattismo affronta con rigore scientifico la bidimensionalità terrestre e il grande inganno cui miliardi di persone sono soggette quotidianamente” (oggi c’è anche un’“emergenza fantasy”, variante di destra della “fantasia al potere”, tra i druidi di Altaforte e i manifesti di Giorgia Meloni à la “Game of Thrones” che contagiano anche Emma Bonino). Se aprite una pagina a caso di “Archeofuturismo”, di Guillame Faye, pubblicato da Altaforte, celebre manifesto fantapolitico dove si frullano Evola, Heidegger, Carl Schmitt, Débord, Marinetti, Lefèbvre (ci sono anche due paginette di elogio di Luc Besson contro Godard), faticate a trovare la differenza con una qualsiasi pagina degli Einaudi o Bompiani di Diego Fusaro (sorvolando sul fatto che Faye scrive e argomenta meglio).

 

Se date uno sguardo al “periodico sovranista”, Il primato nazionale, salta agli occhi la piena sovrapposizione con la grafica di “Internazionale”, l’uso del volto in primo piano con titolo a effetto (su Internazionale Sánchez diventa “il modello spagnolo”, su Il primato nazionale, Macron è “l’oligarca”). Per non parlare delle graphic novel su Ungern Khan o le Foibe o Nietzsche, come altrettanti Zerocalcare di destra. Spinto dentro alle logiche dell’algoritmo e del marketing, l’antagonismo funziona oggi come un brand infinitamente riposizionabile in altrettanti target.

 

È la liberalizzazione selvaggia e cialtrona del “pensiero critico”, un tempo diffuso e sorvegliato nel quadro di un vasto monopolio. Le opinioni cialtrone non sono un reato. L’apologia di fascismo sì. Ma nell’epoca del grottesco diffuso, della post-verità e del cazzeggio permanenti, ristabilire confini netti e inequivocabili diventa complicato. Scatta quindi la tentazione della censura, del divieto di parola che rimanda ai peggiori anni della nostra vita ma con la certezza di essere stavolta nel giusto. Scatta il richiamo all’antifascismo come sortilegio (la trasformazione dell’antifascismo in religione, diceva Del Noce, ha prodotto un’interpretazione “demonologica” del fascismo, il fascismo come “surrogato del diavolo in un secolo in cui i teologi hanno smesso di crederci”, da qui la sua natura proteiforme, inafferrabile, il fascismo c’è sempre, anche quando non c’è).

 

Nel 2008, il Salone del Libro si chiamava ancora Fiera e scelse come stato ospite Israele. Avvolto nella bandiera palestinese, Gianni Vattimo faceva i picchetti contro “l’avamposto dell’imperialismo americano in medio oriente”. Giovanni De Luna venne contestato perché da “ex-Lotta Continua” sedeva sul palco con scrittori israeliani. Si inviarono lettere indignate al Corriere della Sera: “Israele è un paese razzista che come un vampiro si nutre del sangue palestinese e delle sue ricchezze materiali, è stato invitato alla Fiera del libro perché il direttore (all’epoca Rolando Picchionni) è iscritto alla P2”. Partì la manifestazione “antifascista” per denunciare la “subalternità alla lobby israeliana dell’Italia” e “l’occupazione israeliana della Fiera”. Dopo aver salvato questo Salone, resta da capire quale antifascismo ci salverà da chi dichiara guerra alla modernità, al liberalismo, alla globalizzazione e alle lobby antisemite che governano il mondo.

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