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L’antifascismo, gli ultrà e quelle armi improprie

Lo striscione per il Duce era disgustoso, ma il carattere democratico dell’antifascismo non va confuso con un manipolatorio reducismo

25 Aprile 2019 alle 18:46

L’antifascismo, gli ultrà e quelle armi improprie

Lo striscione esposto dagli ultrà della Lazio vicino piazzale Loreto a Milano

Lo striscione ultrà in onore di Mussolini era grottesco, e in più era disgustoso. Ma la sola idea di una persecuzione in giudizio per “associazione a delinquere” di quei tifosi indementiti dalla formidabile tradizione razzista e fascista della Società Sportiva Lazio, la Ss Lazio (nomen omen), è anch’essa grottesca. La celebrazione della festa della Liberazione, settantaquattro anni dopo, aveva bisogno di intelligenza, creatività libera, rigore istituzionale, e un palpitare primaverile del cuore per simboli e realtà di un giorno di gloria, magari in un linguaggio accorto e non pomposo, non vagamente strumentale. Non aveva bisogno di insegne cielleniste in ritardo, non di censure e cancellazioni di torti, che ci furono da entrambe le parti, in quella che fu una eroica Resistenza e anche una guerra civile sanguinosa, ardente e come tutte le guerre civili anche perversa. Il presidente comunista della Camera, Violante, ebbe un tempo il coraggio civile di trasportare dentro le istituzioni, in un discorso rimasto negli annali, il lavoro di ricostruzione storica e di riassetto mentale, oltre che fattuale, che aveva portato le menti meno ottuse della generazione democratica a riguardare con rigore e senza baldanza vincitrice i dati della storia di quegli anni. Il torto e la ragione erano ben divisi, e i fascisti di Mussolini occupavano in chiarezza monumentale il settore del torto; ma le motivazioni, le intenzioni morali, l’intreccio tragico delle storie individuali e di gruppo meritavano non il revisionismo generico e negazionista, però sì meritavano la riconsiderazione storica e etica.

   

Il cretino fascista combattente non ha, come si dice, “le sue ragioni”, ha un torto inverosimile che offende ogni ragione, ma il cretino antifascista combattente, in ritardo esattamente come il suo opposto, e imbolsito nel suo ritardo, finisce per mettere nel circolo vizioso del torto i buoni sentimenti e i buoni argomenti dell’antifascismo vero, che da anni dovrebbe non più essere stupido e vendicativo. C’è della gente, e che siano lì a rappresentarla un branco di coglionazzi non cambia nulla, che considera Mussolini, con il suo mito della nazione patriottica e dell’Impero, con la sua vitalità burlesca di strongman degli anni Trenta, un eroe carico di speranza e di fascino tradito dal suo paese voltagabbana. Il Truce e il suo trucismo ci speculano. Ma vicino al luogo di ostensione dello striscione demente c’è la piazza, piazzale Loreto, in cui il dittatore caduto e catturato, insieme alla sua amante stordita e trepida, fu “appeso come un bove pe’ li piedi”, come diceva in romanesco mio padre in un sonetto. Fu un atto ribaldo e di baldoria dei vincitori di cui nessun antifascista consapevole è fiero, nonostante il fatto che la causa della simbolizzazione partigiana fosse la rappresaglia per stragi di uomini liberi.

   

L’antifascismo militante, così veniva definito e si autodefiniva, ha cosparso di reticenze, bugie e violenze politiche il percorso della generazione dei Settanta, epoca folle di estremismi parolai e di bastonature e omicidi politici. Il ciellenismo dei Pertini, dei Parri e degli Amendola non c’entrava punto. La retorica della Liberazione senza la storia vera, senza la comprensione storica a distanza del fenomeno, ha cosparso per lungo tempo il tempo malato della Repubblica di vergogne inconfessate, di abili manipolazioni, e di destini costruiti nella finzione, e sempre all’insegna della censura, della messa fuorilegge, dell’emarginazione delle idee, anche le più risibili e offensive per il ricordo popolare dell’antifascismo vero.

    

E’ stata una stagione di errori, di forzature, di strumentali abbracci, di nascondimenti, di tradimento dei chierici, che ha avuto anche una funzione liminare, se non di fiancheggiamento, dell’equivoca e mortuaria ideologia del terrorismo delle Brigate rosse. Fu il mito della Resistenza tradita, fu il riciclaggio insincero della vampata di violenza civile di cui in effetti la democrazia del 25 aprile è figlia, ma solo se ne riconosca tutti gli aspetti, anche i più equivoci e traversi. Qui per anni si fece una battaglia per affermare che il carattere democratico, repubblicano, popolare e istituzionale dell’antifascismo non doveva essere confuso con una specie di terrorismo antifascista e di manipolatorio reducismo. Ora siamo arrivati, a forza di 25 aprile divisivi, in cui si mettevano in discussione di volta in volta la Brigata ebraica, l’unità democratica, o anche soltanto la pietà che riguarda l’insieme della storia nazionale, a una caricatura di fascismo col mitra e a una caricatura di antifascismo con l’arma impropria, e sommamente ridicola, della “associazione per delinquere” scagliata contro il nemico. Non è un buon approdo, non è un approdo antifascista.

Giuliano Ferrara

Giuliano Ferrara

Ferrara, Giuliano. Nato a Roma il 7 gennaio del ’52 da genitori iscritti al partito comunista dal ’42, partigiani combattenti senza orgogli luciferini né retoriche combattentistiche. Famiglia di tradizioni liberali per parte di padre, il nonno Mario era un noto avvocato e pubblicista (editorialista del Mondo di Mario Pannunzio e del Corriere della Sera) che difese gli antifascisti davanti al Tribunale Speciale per la sicurezza dello Stato.

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Commenti all'articolo

  • marco.chitto

    05 Maggio 2019 - 21:09

    Credo che il problema vero, sia il tenttivo da parte delle varie destre emergenti, di ripresentare l'immagine del Fascismo, con un' immagine falsa. Il fascismo ha fatto molte cose buone , come le pensioni, le 8 ore il sabato libero, le bonifiche ecc... Ha sbagliato solo ad entrare in guerra coi tedeschi.La verità è che di obrobri ne ha combinati molti di più: L' abolizione del parlamento, la soppressione degli oppositori e la loro persecuzione anche all'estero, le leggi razziali, le varie guerre imperialistiche in Europa ed Africa, l'inadeguatezza patologica delle strutture statali rispetto alle necessità di un paese civile, il clima di paura che pervadeva la società italiana, rispetto alle gerarchie fasciste. La Fame persistente in gran parte del territorio italiano ed in particolare nelle campagne, dove molti fittavoli si trasformavano in sgherri del regime. Queste sono le cose che la nuova rettorica fascista vuole che vengano dimenticate.

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  • luigi.desa

    26 Aprile 2019 - 11:11

    Dopo 74 anni l'Italia ha una democrazia consolidata che per nulla è messa in pericolo da rigurgiti fascisti da quattro scimuniti,ma dagli stessi difensori che sempre a lanciare allarmi come vergini minacciate dal mostro dell'autoritarismo perpetuano l'incertezza nei cittadini di avere una nazione definitivamente e compiutamente democratica. Padre nostro che sei nei cieli ......... salvaci tu dal .... eccetera. Oremus.

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  • avv.ferri

    26 Aprile 2019 - 08:08

    Sempre bravo puntuale preciso Un piacere leggerla

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  • stearm

    25 Aprile 2019 - 23:11

    Tutto vero. Ma ricordiamoci sempre che i partigiani erano una esigua minoranza. Ecco magari bisognerebbe demistificare la Resistenza in un altro senso: non ci sarebbe mai stata se una serie di circostanze uniche ed irripetibili non diedero la possibilità ad una minoranza esigua di italiani di vincere quella guerra civile e di ricostruire un paese democratico. Ovvero la Resistenza rimane una pagina triste di un popolo a cui è stata imposta da fuori la democrazia, di cui oggettivamente non sa cosa farsene. Altri popoli la democrazia se la sono conquistata, a volte fortunosamente, ma con una partecipazione popolare molto più ampia, anche se non sempre maggioritaria per la verità. L'eccesso di retorica dell'antifascismo è per questo ancor più grottesco: gli italiani non sono anti-fascisti, non lo erano allora, non lo saranno mai. Non si può costringere 50 milioni di italiani a far finta che il 25 aprile sia festa nazionale.

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