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Il balilla Salvini

Il ministro dell’Interno vende promesse, ma ciò che preoccupa sono le alleanze internazionali che sceglie

30 Aprile 2019 alle 06:00

Il balilla Salvini

Matteo Salvini (foto LaPresse)

Professor Cassese, Salvini ha dichiarato il 24 aprile che sarebbe stato lontano dalle feste della Liberazione, perché sono un derby tra fascisti e comunisti.

Continua con queste rodomontate, con questi atteggiamenti gladiatori, per esser sempre al centro dell’attenzione e sottolineare la distanza tra lui e il passato, questa volta condendo la dichiarazione con un elemento tanto caro a Berlusconi, che amava sottolineare la differenza con i comunisti, anche quando non c’erano più. Artifici retorici per un dirigente politico, violazioni della Costituzione per un ministro dell’Interno.

 

Perché violazioni costituzionali?

Piero Calamandrei ha detto che la Costituzione è lo spirito della Resistenza tradotto in formule giuridiche. Ogni valore costituzionale ha dietro di sé un giudizio negativo, l’indicazione di un disvalore fascista. Essa vieta la ricostituzione del Partito nazionale fascista, ripudia la guerra, vieta la censura, assicura la libertà personale, garantisce la libertà di associazione, dà ai cittadini il diritto di votare, e così via. Scrive in positivo ciò che è stato in negativo il fascismo.

 

Vuole con ciò affermare che Salvini è fascista?

No, voglio soltanto dire che Salvini non ha fatto buoni studi di storia, nonostante che sia stato iscritto a un corso universitario di storia, che non si rende conto delle responsabilità che ha come ministro della Repubblica, oppure che non ha il senso del ridicolo.

 

Perché non pensa che rappresenti un “revival” del fascismo?

Perché il fascismo è stato molte cose, ha avuto molte componenti, ma è racchiuso in una epoca storica diversa. Per indicare solo le sue diverse componenti, ricordo che esso ha voluto dire assenza di libertà (censura, partito unico, confino di polizia), autoritarismo e regime di polizia (il casellario politico centrale aveva 150 mila schedati complessivi), bellicismo (le guerre d’Africa, Grecia, Yugoslavia, Russia, Francia, oltre alla partecipazione alla Seconda guerra mondiale), colonialismo (l’Impero), alleanza con il peggiore regime politico moderno, quello nazista, irreggimentazione della società (si cominciava come figli della lupa, si passava a balilla, poi ad avanguardista, tutti in uniforme), centralismo (podestà nominato invece di sindaco eletto), corporativismo (i sindacati trasportati nello stato), razzismo (discriminazione dei non ariani), e tanta demagogia (facendo rivivere i fasti della Roma antica).

 

Se Salvini non è fascista, che cosa è?

Potrei dirle che per ora è un grande venditore di promesse. Parla ogni giorno, e, a forza di dichiarazioni su tutto, ci fa dimenticare quello che non fa: dichiara di aver chiuso i porti, ma sappiamo che continuano a entrare immigrati; promette rimpatri, ma non riesce a farli; assicura maggiore sicurezza, ma non si capisce come possa farlo, visto che sta sempre in giro a occuparsi d’altro. Ciò che preoccupa sono, invece, le alleanze che sceglie, ad esempio quella con Orbán, sostenitore di questo inedito concetto della democrazia illiberale.

Perché questo preoccupa?

Perché viviamo in un contesto di libertà. Essa è come l’aria: ci rendiamo conto che esiste solo quando ne siamo privati. Per questo è bene ricordare esempi del passato. Il primo saggio di Cesare Beccaria, quello sulla moneta, fu pubblicato nel 1762 a Lucca perché le autorità milanesi avevano negato l’autorizzazione alla stampa. L’altro libro, quello che lo rese famoso nel mondo, “Dei delitti e delle pene” fu pubblicato per la prima volta a Livorno in forma anonima. In un libro di memorie pubblicato nel 1956, lo storico dell’arte Werner Weisbach, che aveva dovuto lasciare la Germania a causa del nazismo, racconta di una visita a Benedetto Croce durante la quale il filosofo napoletano gli aveva confessato che, dopo l’irruzione fascista a casa sua, sapeva che non poteva parlare in pubblico, per cui, allo scopo di celebrare il centenario della morte di Goethe, invitò un gruppo di persone a casa e fece loro una conferenza su Goethe.

 

Che vuol dire con questo?

Che non sono solo i regimi di tipo fascista che limitano le libertà, che la storia delle libertà non è finita, che esse corrono continui pericoli. Inoltre, aggiungo che vi sono sempre nuove frontiere delle libertà, dove queste corrono il rischio di essere limitate, e che le nostre libertà dipendono anche dalle libertà degli altri.

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