La giornalista di Charlie Hebdo, Zineb El Rhazoui, autrice di “13”.

La donna nel mirino dell'Isis

Giulio Meotti
Intervista a Zineb el Rhazoui, firma di Charlie sotto scorta. “Le uccisioni nel mondo islamico e le accuse d’‘islamofobia’ in democrazia sono due facce della stessa medaglia”

Roma. “Molti amici mi chiedono: ‘Ma perché non cambi vita, nome, città, lavoro?’. Io rispondo loro che se smetto di essere quello che sono sarebbe come se il 7 gennaio 2015 avessero ucciso anche me”. Così parla al Foglio Zineb El Rhazoui, che i giornali francesi definiscono “la donna più protetta di Francia”. Zineb ha più guardie del corpo di molti ministri del governo di Manuel Valls. Ha cambiato spesso casa a Parigi in questi mesi, per motivi di sicurezza. “Nel cuore dell’Europa, devo vivere sotto protezione per aver esercitato un diritto, quello alla libertà di espressione”, continua Zineb. “E intanto dei cittadini francesi vanno e vengono dalla Siria senza che nessuno li fermi. Bene, non mi fermerò neppure io”. Camminare per strada a Parigi o prendere la metropolitana è diventato impensabile per questa giornalista nata a Casablanca e che da cinque anni lavora al settimanale francese. In mancanza di una pallottola o di esplosivo, gli islamisti suggeriscono in rete di schiacciarle la testa con dei sassi, di sgozzarla, di darle fuoco e se proprio non c’è altro modo, di bruciarle almeno la casa. In un video un uomo a volto coperto dichiara che “i leoni non chiuderanno occhio finché non separeranno la tua testa dal corpo”. “Il faut tuer Zineb El Rhazoui pour venger le Prophète”. Bisogna uccidere Zineb El Rhazoui per vendicare il Profeta, recita una fatwa dopo il 7 gennaio. I fratelli Kouachi cercavano anche lei quel giorno.

 

Foto di Zineb in tuta arancione, prigioniera da giustiziare, sono apparse sui siti islamisti, assieme alla guida di localizzazione della sua casa e dei suoi spostamenti, con annessi suggerimenti su come uccidere “l’apostata”. Decine di siti islamici hanno postato la fatwa contro Zineb.

 

Dottorato in Sociologia delle religioni alla Scuola di scienze sociali dove sono passati Claude Lévi-Strauss e Michel Foucault, Zineb ha insegnato all’Università del Cairo, prima di tornare in Marocco. Lì scrive una tesi di laurea sui musulmani che si convertono al cristianesimo. Poi inizia a firmare sul Journal Hebdomadaire, giornale francofono indipendente. Con le “primavere arabe”, la repressione si fa più dura e Zineb decide di lasciare Casablanca per la Slovenia, dove riceve asilo dall’International Cities of Refugee Network, che dà rifugio a scrittori e giornalisti perseguitati. Si trasferisce a Parigi, dove diventa la portavoce del movimento “Ni putes ni soumises”. Incontra il direttore del settimanale Charlie Hebdo, Stéphane Charbonnier. “E se raccontassimo Maometto?”, le propone un giorno. Lei scrive i testi, lui li anima con la matita. Quei disegni di “Charb” e quelle parole di Zineb portano all’escalation di proteste. Poi alla strage e all’ingresso in clandestinità della giornalista. Adesso Zineb El Rhazoui, incinta del primo figlio, un figlio che dice lei “nascerà in clausura” e guardato a vista dalla polizia, pubblica un libro intitolato “13”, per le nuove e spregiudicate edizioni Ring di Parigi. “Molte persone dopo la strage di Charlie hanno giustificato l’attentato”, ci spiega Zineb. “Dicevano ‘né Charlie né terrorismo’. I miei colleghi si meritavano tutto questo? Va bene. Ma Frédéric Boisseau, il ragazzo delle pulizie nel palazzo di Charlie, forse meritava anche lui di morire?”. I terroristi uccisero Boisseau dopo avergli ordinato di indicargli dove si trovassero i vignettisti blasfemi.

 

“Dopo l’attacco a Charlie, non potevo concentrarmi su quanto stava accadendo”, racconta Zineb El Rhazoui in questa intervista al Foglio. “Ero così triste. E mesi dopo, quando ho visto che il terrorismo era ancora qui e che le vittime erano aumentate, a centinaia, ho pensato che dovevo fare qualcosa come giornalista. Molte vittime sopravvissute e le loro famiglie hanno parlato ai media, ma i media lavorano in emergenza, mentre io volevo ascoltare le persone. La sera del 13 novembre ero a Parigi, stavo prendendo un caffè con Thomas Misrachi, il direttore delle edizioni Ring. Ci siamo salutati, ognuno è andato a casa e abbiamo sentito dell’attentato. Alcuni giorni dopo abbiamo deciso di scrivere il libro, non soltanto sulle vittime ma anche su medici, poliziotti, la famiglia di Omar Mostefai, il kamikaze al Bataclan di cui ho incontrato il fratello”.

 

Ha scritto che, forse, peggio dei terroristi sono coloro che hanno razionalizzato l’attacco. “Dopo l’attentato del 13 novembre è stato difficile per queste persone biasimare ancora Charlie Hebdo. La violenza e l’odio islamisti sono ciechi, non discriminano fra chi pensa o scrive o semplicemente si trova in un posto. Uccidono per quello che sei e rappresenti. Non possiamo negoziare con il terrorismo. Dopo Charlie Hebdo ho detto che non possiamo smettere di raffigurare il Profeta, è qui il confine fra civilizzazione e barbarie. Se accettiamo di smettere di parlare di islam, loro non smetteranno di attaccare l’occidente. Poi diranno che mangiamo durante il Ramadan e ci uccideranno per questo. Non possiamo negoziare ogni dettaglio della nostra libertà. A Charlie Hebdo eravamo abituati agli attacchi, ma dopo la strage la cosa che mi ha reso senza speranza e amareggiata sono stati quei media, come il New York Times, che non ripubblicarono la copertina del numero dei sopravvissuti di Charlie. Tutte quelle persone erano state massacrate per una vignetta e questi giornalisti si rifiutano di pubblicare un’altra vignetta? E pretendono di essere giornalisti ‘liberi’ in un ‘mondo libero’? Forse i terroristi avevano ragione a fare quello che hanno fatto. Mancarono di coraggio. Dopo il 2006 a Charlie Hebdo ci siamo chiesti: ‘Cosa faranno gli altri giornalisti?’. Fummo lasciati soli nove anni dopo. Io oggi ho molte minacce di morte, ma non sono più in pericolo di tutti voi. E’ questo che ha dimostrato la strage del 13 novembre e quella di Bruxelles. Dobbiamo comprendere che si deve parlare di libertà più che mai. E che quando stiamo in silenzio, mettiamo tutti in pericolo. E questo è esattamente quello che è successo a Charlie Hebdo”.

 

La Francia sembra vivere nella rimozione della minaccia: “Totalmente. Il presidente della Repubblica Hollande ha detto che non sono musulmani, ma criminali. Abbiamo questa ideologia che rifiuta di nominare l’islam. La gauche, la sinistra, si sente obbligata a essere carina con l’islam. Viviamo in una repubblica laica e democratica che non dovrebbe riconoscere il comunitarismo, ma solo i cittadini. C’è un universalismo dei diritti per tutti. E di doveri. Usano invece questa accusa incredibile di ‘islamofobia’, che è una impostura intellettuale inventata dai mullah iraniani per chiudere la bocca a coloro che criticano l’islam. Sono cresciuta nell’islam, ho dovuto imparare il Corano a memoria. E quando critichi l’islam nei paesi musulmani ti imprigionano, ti attaccano fisicamente, ti processano, ti uccidono. In democrazia se critichi l’islam ti accusano di ‘islamofobia’. Sono due facce della stessa medaglia. E’ come addossare la fatwa sulle spalle di queste persone e la sinistra cade sempre in questa trappola. E’ questo il razzismo, negare ai musulmani la lotta contro l’estremismo nel loro seno”.

 

Che ricordo ha di “Charb”, il suo direttore al settimanale? “Era un combattente. Diceva che se non lottiamo per la libertà, un giorno avremo una società dove ci sentiremo come in prigione. Charb era un comunista, ma anche un radicale devoto alla libertà. Ma sapeva che se non ci sono problemi a criticare la chiesa, quando tocchi l’islam non funziona allo stesso modo. Charb non cadde mai in questa trappola. E ha pagato con la sua vita. Nonostante fosse sotto protezione della polizia. E c’era gente che diceva che la sua sicurezza costava soldi al contribuente. Vergogna a loro. La prima persona che cercarono in redazione quel giorno fu lui, gli spararono alla testa. Era un amico della vera sinistra che ha valori universali, non questa sinistra ideologica che tratta i musulmani come il nuovo proletariato”.

 

L’editoriale di Charlie Hebdo del 30 marzo si intitola “How did we end up here?” (Come siamo arrivati a questo punto?). Si conclude spiegando che il terrorismo è solo la parte conclusiva di un processo già iniziato, che impone di non parlare, di non contraddire e di evitare il dibattito, che recita “tenete a freno le vostre lingue, vivi o morti. Rinunciate a discutere o a contestare”. “Gli attacchi sono la punta di un grande iceberg. Sono la fase finale di un processo di intimidazione e silenzio cominciato molto tempo fa” che ci ha reso incapaci di parlare e di criticare apertamente l’islam.

 

Zineb El Rhazoui non rinuncia a dire la sua, nonostante il prezzo che sta pagando. “Ho una delle più alte protezioni in Francia”, conclude. “La vita è cambiata, devi pensare a ogni cosa che fai, come prendere un caffè con gli amici e organizzarti prima con il team della sicurezza. Cerco di continuare la mia vita normale. Vivo in una prigione ambulante, ma mi sento più sicura di chi mi minaccia. Loro hanno la prigione in testa! Ci saranno altri attentati terroristici sul suolo europeo. Dopo il 13 novembre mi sono sentita svuotata nel vedere tutti quei politici in televisione ripetere che ‘bombarderemo Raqqa’. Non possiamo pretendere di fare la guerra a Raqqa e non alla ideologia islamista che abbiamo fra di noi. Il problema non è in Siria, ma dentro il nostro paese, gli assassini sono qui, fra le nostre case. L’ideologia islamista esiste da prima dello Stato islamico ed esisterà dopo la distruzione dello Stato islamico. Non conosce confini. Lo Stato islamico è il nome di qualcosa che esisteva prima. Se scompare, riapparirà altrove con un altro nome. Ci sono imam in Francia che dicono che chi ascolta la musica è una scimmia, ripetono alla gente che la loro identità islamica viene prima di quella francese e di quella di essere umano. E’ da qui che il terrorismo viene, nasce da questa ideologia. E finché continueremo a mentire a noi stessi subiremo altri attacchi terroristici”.

  • Giulio Meotti
  • Giulio Meotti è giornalista de «Il Foglio» dal 2003. È autore di numerosi libri, fra cui Non smetteremo di danzare. Le storie mai raccontate dei martiri di Israele (Premio Capalbio); Hanno ucciso Charlie Hebdo; La fine dell’Europa (Premio Capri); Israele. L’ultimo Stato europeo; Il suicidio della cultura occidentale; La tomba di Dio; Notre Dame brucia; L’Ultimo Papa d’Occidente? e L’Europa senza ebrei.