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Noi donne musulmane contro la sottomissione

Come è nata e che obiettivi ha l'organizzazione inglese Inspire fondata da Sara Khan e diventata uno dei simboli della lotta delle donne contro l'islam violento. Parla la condirettrice Kalsoom Bashir.

5 Aprile 2016 alle 11:00

Noi donne musulmane contro la sottomissione

Il ministro dell’Interno inglese Theresa May (al centro) durante un’iniziativa di Inspire insieme a Sara Khan (alla sua destra) e Kalsoom Bashir (alla sua sinistra)

Sara Khan ha iniziato a portare il velo a 13 anni. Musulmana, nata a Bradford in una famiglia laica e borghese, padre assicuratore di successo e madre casalinga, Khan, si legge in un lungo ritratto pubblicato qualche mese fa sul Guardian, era stata attratta fin da ragazzina dal senso di appartenenza dato dalla fede religiosa. Ma più Khan approfondiva il suo percorso spirituale, più capiva che gli imam e i predicatori che la esortavano a diventare sempre più devota in realtà erano ossessionati dal corpo delle donne, da cosa indossavano, da cosa potevano fare e cosa no. Quando, pochi anni dopo, decise di togliersi il velo, per lei fu un atto non solo di liberazione, ma anche di ribellione dal patriarcato islamista. Quel legame così tangibile tra l’ossessione e la ribellione delle donne appreso durante l’adolescenza le sarebbe rimasto impresso per tutta la vita, e l’avrebbe trasformata in una delle più importanti attiviste per i diritti delle donne musulmane nel Regno Unito.

 

Perché servono molte Sara Khan per scoprire le ipocrisie dell’islamicamente corretto. Leggi l'articolo del direttore Claudio Cerasa

 

Per diventarlo, Khan ha abbandonato una carriera già avviata come farmacista ospedaliera ed è tornata all’università per ottenere un master in Diritti umani. Dopo alcuni ruoli in associazioni ed enti non governativi contro la radicalizzazione islamica, Khan fonda nel 2009 Inspire insieme alla collega Tahmina Saleem, occupandosi inizialmente di alcune campagne contro i matrimoni forzati delle giovani musulmane e contro il fenomeno della mutilazione genitale femminile. Allora, Khan dirigeva Inspire dalla cucina della sua casa a Watford, nord di Londra, senza finanziamenti e senza un salario, capo di una piccola ong casalinga dispersa nel mare del settore no profit inglese. A trasformare Inspire in una voce influente del dibattito pubblico inglese sono stati gli eventi, e quel legame tra islamismo e corpo delle donne che è rimasto impresso nella mente di Khan.

 

L’ascesa in Siria e Iraq dello Stato islamico ha trasformato la radicalizzazione dei giovani musulmani da problema urgente a prima emergenza securitaria del governo conservatore guidato da David Cameron. A partire dal 2012, centinaia di musulmani inglesi sono partiti verso la Siria per unirsi al sedicente Califfato, e la preoccupazione di Londra è diventata choc quando tre ragazzine delle superiori, studentesse insospettabili di una scuola a est della capitale, sono sfuggite al controllo dei genitori per raggiungere i mujaheddin a Raqqa. In quei giorni in cui tutta l’Inghilterra si chiedeva se il suo intero modello educativo e di integrazione fosse da buttare, Sara Khan inviò una lettera aperta a tutte le scuole di Londra. Iniziava con “Dear sister…” e, ha detto un’insegnante sempre al Guardian, “era molto più potente di tutto quello che noi avremmo potuto dire”. Implorava le ragazze a non commettere gli stessi errori delle loro colleghe, e smontava passo passo le false promesse e le bugie della propaganda dello Stato islamico. Soprattutto, era potente perché veniva da una “sorella”, da una donna e da una musulmana.

 


La fondatrice di Inspire, Sara Khan. Fonte: The Guardian


 

La lettera fu ripresa dai giornali di mezzo mondo. Inspire e Sara Khan erano già abbastanza conosciuti in quel periodo. Lei scriveva per alcuni giornali importanti, nel 2014 Inspire aveva lanciato la campagna #MakingAStand, in cui le donne musulmane (il simbolo della campagna è una ragazza che usa come velo una bandiera del Regno Unito) prendevano posizione contro la radicalizzazione e il terrorismo, e aveva ricevuto sul Sun l’endorsement del ministro dell’Interno Theresa May. Ma quella lettera inviata alle scuole, in un momento di prostrazione nazionale, fu un passo seminale. Negli ultimi due anni circa Sara Khan e Inspire sono diventati tra le voci più riconoscibili dell’islam inglese che combatte contro la radicalizzazione. Il lavoro dell’associazione si svolge soprattutto nelle scuole, dove Inspire organizza conferenze e seminari contro la radicalizzazione dei giovani a cui spesso, oltre agli studenti e agli insegnanti, partecipano anche le mamme, ma l’associazione è attiva anche nei maggiori pensatoi politici inglesi, e si mobilita in grandi campagne di sensibilizzazione mediatica, come #MakeAStand.

 

Kalsoom Bashir è codirettrice di Inspire e la collaboratrice più stretta di Sara Khan. E’ entrata nell’associazione nel 2014, e prima di allora, tra i vari ruoli ricoperti, è stata animatrice di un programma radio che cercava di creare uno spazio di dialogo tra giovani musulmani e giovani ebrei. Bashir racconta al Foglio perché Inspire è diversa da tutte le altre associazioni rivolte alla comunità musulmana inglese. Molte ong, dice, cercano di colpire le cause sociali ed economiche della radicalizzazione, trattano l’islamismo come una causa del disagio sociale. “Inspire invece è molto attiva nella creazione di una ‘theological counternarrative’, nello smontare da cima a fondole prospettive ideologiche sbagliate su cui si fonda la propaganda degli estremisti”, dice Bashir.

 

Il punto non è soltanto aiutare i giovani musulmani a rischio estremizzazione, è sradicare dalle loro teste una certa idea di islam che si fa largo attraverso internet, attraverso la diffusione sempre più allarmante di interpretazioni estreme e intolleranti del Corano. “Negli ultimi vent’anni”, dice Bashir, “l’islam wahabita e salafita, spesso grazie ai finanziamenti dell’Arabia saudita, si è fatto strada anche in Regno Unito. Noi diciamo chiaramente che queste interpretazioni non sono valide e che non dovrebbero trovare albergo nelle società in cui viviamo”. E tutto, ovviamente, parte dalle donne. Come il poeta siriano Adonis, anche Bashir e Khan sono convinte che le donne siano la cartina di tornasole dello stato di salute della religione islamica. “Il modo in cui sono trattate le donne musulmane è il ‘benchmark’, il banco di prova, del livello di estremismo nella società”, dice Bashir. “Ma il criterio funziona anche al contrario: più le donne sono ‘empowered’ e consapevoli, più il loro ruolo nella società è importante e più diventa facile contrastare l’estremismo”.

 

Fa parte degli obiettivi di Inspire anche combattere con tutti i mezzi l’idea, ispirata da molti predicatori, che per un musulmano “vivere in occidente sia necessariamente un male”, dice Bashir, idea che riprende il concetto di “occidentofobia” espressa di recente anche sul Foglio dall’intellettuale olandese Leon de Winter. In base a questa credenza, alcune famiglie costringono le ragazze musulmane a vivere segregate, “non è consentito loro di fare quello che fanno tutte le altre ragazze”, dice Bashir, “e alla fine, spesso dopo un lungo processo di radicalizzazione via internet, perfino trasferirsi nello Stato islamico diventa un’alternativa plausibile”.

 

Inspire combatte questi fenomeni senza buonismo, e anzi scontrandosi tutti i giorni in una dura battaglia di idee. “Oltre alle attività nelle scuole e ai programmi di aiuto delle donne musulmane, Inspire combatte costantemente contro la retorica dei gruppi islamisti inglesi”, dice Bashir. Da anni in Regno Unito piovono critiche su Sara Khan, su Bashir e su Inspire non solo da parte dei gruppi religiosi più radicali, ma anche da associazioni di musulmani “moderate” che sostengono che il loro messaggio sia portatore di “islamofobia” (che invece, ricorda Bashir, Inspire si propone di sconfiggere). Sara Khan, in particolare, è stata criticata duramente da molte associazioni e personalità del mondo musulmano britannico per il suo sostegno ai programmi di antiradicalizzazione del governo Cameron, in particolare Prevent, un piano entrato in vigore l’anno scorso che cerca di prevenire l’estremizzazione tra i giovani, e prevede alcune misure che sono state criticate duramente, come l’obbligo per gli insegnanti di riferire alle autorità quali studenti giudicano più a rischio. Inspire ha difeso con forza Prevent, ne è diventato uno dei sostenitori più in vista (benché l’associazione non lavori per il governo di Londra) e per questo si è attirato le critiche del mondo liberal e di parte della comunità musulmana. Naz Shah, parlamentare laburista di fede islamica, ha detto per esempio a BuzzFeed che Inspire (insieme a Quilliam, un think tank anti estremismo che allo stesso modo appoggia le politiche del governo) è “l’organizzazione più disprezzata all’interno delle comunità musulmane”. Altri intellettuali hanno criticato Khan per il suo approccio troppo poco comprensivo nei confronti della questione islamista. Alcuni individui meno urbani riempiono quotidianamente Inspire e Khan di minacce. “Abbiamo lavorato con tutti i governi”, dice Bashir. “Non siamo un’associazione di parte, ma dobbiamo ricordarci che non stiamo combattendo contro un esercito, ma contro un avversario che è nelle nostre strade e nelle nostre case. Questo rende la prevenzione importantissima”.

 

La codirettrice di Inspire esemplifica così la miopia delle critiche dei molti benpensanti: “In un discorso di due anni fa il premier Cameron disse che i ‘valori britannici’ avrebbero dovuto essere insegnati a scuola. E’ stato preso in giro, hanno detto che i valori inglesi erano ‘fish and chips’, che la sua era una battaglia retrograda e non adatta a una società multietnica. Ma noi, orgogliose di essere donne e orgogliose di essere musulmane, pensiamo davvero che i valori britannici dovrebbero essere insegnati nelle scuole, perché sono i valori universali di libertà e uguaglianza a cui tutti dovremmo ispirarci, anche e soprattutto nelle comunità musulmane”.

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