I Lib-dem vogliono sentirsi contesi. Una strategia

Paola Peduzzi

Il terzo partito inglese spera nello stallo elettorale. Per poi godersi lo show “Come si corteggia un centrista”

Vi stanno prendendo in giro, tutti quanti, i conservatori di Boris Johnson e i laburisti di Jeremy Corbyn. Vi stanno riempiendo la testa di falsità, di bugie, di fantasie, ma poi tradiranno il vostro voto e la vostra fiducia. L’unica alternativa è contenerli, far sì che nessuno dei due principali partiti del Regno Unito abbia la maggioranza – i conservatori hanno più chance rispetto ai laburisti, dicono i sondaggi: obiettivo “hung parliament”, come lo chiamano gli inglesi, lo stallo come strategia. Questo è il messaggio che arriva dai leader del fu centro politico britannico, oggi un poco coperto dal Partito liberaldemocratico ma non del tutto, perché si sa che nel sistema elettorale inglese i terzi non godono mai nelle urne, possono semmai diventare rilevanti dopo, quando c’è da negoziare – se c’è da negoziare. L’ex laburista Chuka Umunna, che per un attimo di qualche anno fa, un attimo lontanissimo, ambì a diventare il leader del Labour, ora è un esponente dei Lib-dem e ieri ha fatto un discorso molto duro contro la propaganda dei Tory e del Labour, e ancor più duro è stato nelle risposte alle domande dei giornalisti. Anche l’ex premier laburista Tony Blair, odiato in egual misura dai conservatori e dai laburisti-corbyniani, ha lanciato, da esterno, lo stesso messaggio: votate circoscrizione per circoscrizione il candidato che più vi assomiglia, ogni seggio è importante, ogni voto (utile) è importante, perché così la conta finale potrebbe non concedere la maggioranza a Tory e Labour, ed è in quel momento che si può davvero contare – e moderare le istanze dei due leader candidati premier.

 

Si procede per sottrazione in questo Regno che vota il 12 dicembre: i Lib-dem sembrano aver perso il loro slancio, dicono le rilevazioni. Se alle europee avevano superato Tory e Labour ora viaggiano lontani al consueto terzo posto, la stessa leader del partito, Jo Swinson, ha ammesso che le aspettative rosee sono state ridimensionate. Il terzo partito che parte svantaggiato per il sistema e per sua natura – non è un partito “viable”, ci aveva detto Blair in una conversazione a inizio estate – ha giocato tutte le sue carte sulla Brexit, proponendo la posizione più radicale: se andiamo al governo, revochiamo l’articolo 50, non vogliamo saperne più nulla di questo divorzio europeo. L’offerta era sembrata per un attimo allettante agli occhi degli anti Brexit – ci pensate? Quanto tempo potremmo recuperare se non dovessimo più negoziare con Bruxelles? – ma poi si è rimesso in moto il senso democratico del paese, la necessità di ricontarsi ché la Brexit è stata votata dal 52 per cento degli inglesi. Nel frattempo il fronte del secondo referendum, quello che difende dal primo giorno il diritto a cambiare idea (intuizione di Blair immediata), il People’s Vote delle marce da un milione di persone si è liquefatto, per ragioni che non hanno a che fare con il merito ma come sempre con le persone: liti, sgambetti, invidie, comando io, no comandi tu, allora porto via la palla. E così la famosa alleanza anti Brexit che voleva mettere insieme storie diverse in nome di un moderatismo condiviso – il centro, dal basso: che esperienza – non si è formata, non ha nemmeno avuto l’occasione di mostrarsi e pavoneggiarsi e chissà magari contarsi e risultare grande. I Lib-dem che di questa alleanza sono l’unico partito con uno status nazionale più solido stanno subendo il contraccolpo più grande: non si fermano, perché fermarsi adesso non ha nemmeno senso, e stringono patti elettorali locali dove possono. Puntano allo stallo, contano sulla boria dei conservatori che pensano di aver già vinto (fecero già quest’errore nel 2010 e si ritrovarono al governo proprio con i Lib-dem, ma è difficile che abbiano la memoria tanto corta) e sui molti sospetti che attira Corbyn (che però in campagna elettorale ha già dimostrato di essere un Highlander) e sperano che alla fine ci sia bisogno di loro per fare una maggioranza. Corteggiare i centristi: potrebbe persino essere un bello spettacolo.

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  • Paola Peduzzi
  • Scrive di politica estera, in particolare di politica europea, inglese e americana. Tiene sul Foglio una rubrica, “Cosmopolitics”, che è un esperimento: raccontare la geopolitica come se fosse una storia d'amore - corteggiamenti e separazioni, confessioni e segreti, guerra e pace. Di recente la storia d'amore di cui si è occupata con cadenza settimanale è quella con l'Europa, con la newsletter e la rubrica “EuPorn – Il lato sexy dell'Europa”. Sposata, ha due figli, Anita e Ferrante. @paolapeduzzi