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Una lettera d’amore agli Stati Uniti

Ci manca l'America, ci manca poterla riconoscere al volo, ci manca l’alleanza più bella che c’è

6 Novembre 2018 alle 06:00

Una lettera d’amore agli Stati Uniti

(Foto Pixabay)

Mi manca l’America. Mi manca l’America del sogno, dell’eccezionalismo, mi manca persino l’America sbruffona, con l’aria di chi sa di essere un riferimento imprescindibile, anche irraggiungibile. Mi manca, mi manca tantissimo. Mi ripeto una frase che scrisse sul Foglio Giuliano Ferrara, quando nel 2017 Donald Trump si era appena insediato e discutevamo di quanta gente fosse andata ad assistere all’inaugurazione del suo mandato: questo presidente è la negazione del secolo americano “ma non sarà un signore con un impossibile riporto, i cui araldi di casa nostra fanno ridere e piangere, e la cui estraneità al meglio dell’Europa, dell’America e della civiltà orientale è acclarata a prima vista, a spiantare un secolo tanto opaco quanto illuminato”.

 

Non sarà facile sopravvivere a un presidente così poco americano, scriveva Ferrara, ma “per sfigurare quel puttanone che si chiama Statua della libertà, credetemi se volete, ci vuol altro”. Da quel giorno, ogni volta che mi manca l’America, mi aggrappo all’idea di quella gran gnocca della Statua della libertà che ci protegge e ci sorveglia, il simbolo potente di un mondo che non può disgregarsi, perché è progresso, è ambizione, è benessere, è libertà, è futuro. Credo davvero che ci voglia altro per ribaltare il ruolo che l’America ha nel mondo e nell’immaginario, e ho una fiducia incrollabile nelle istituzioni americane – le istituzioni della democrazia – e nella loro capacità di resistere agli accidenti della storia.

 

Ma mi manca alzare gli occhi e riconoscerla al volo, l’America, inconfondibile, inamovibile, a volte inarrivabile. E m’innervosisce il brusio che sento sempre più rumoroso sull’America che mostra la sua vera faccia, la sua rabbia cieca, con tutti gli antiamericani che gongolano perché se è brutta, l’America, allora avevano ragione loro. Tra le tante sciagure che questa stagione di stravolgimenti politici mi ha tirato addosso, c’è soprattutto questa: la fatica di amare l’America anche ora che mostra un volto tanto irriconoscibile – o irriconoscibile a me, che non sono americana, che vivo in Europa, che non mi rassegno ai voti di pancia nel mio paese, figurarsi nel paese di altri, che quando vado a Berlino mi emoziono a vedere i pezzettini di muro venduti ovunque, anche nei negozi di souvenir più trash, e non importa se sono tutti falsi: sono il simbolo di quel che eravamo, di quel che siamo diventati, anche grazie all’America. Ecco, da quando è stato eletto Trump, la mia battaglia è diventata questa: restare filoatlantica, custodire il valore, l’esempio americani ora che appaiono tanto stropicciati.

 

Le elezioni di metà mandato servono come primo bilancio: il Trump show ci ha intrattenuti parecchio in questi venti mesi, la trasformazione della Casa Bianca in una “crazytown” è stata trasmessa in diretta tv e Twitter, ogni capriccio è stato registrato, commentato, analizzato. Non so quante volte ho sentito dire: con questo, Trump è finito. Siamo qui invece con la mappa elettorale dell’America in mano a studiare ogni seggio, a spulciare sondaggi con il sopracciglio alzato: l’illusione è l’unica malattia che siamo riusciti a curare. E attorno ritroviamo soltanto disordine.

 

Trump ha un carteggio amoroso con il dittatore nordcoreano, ma a una Merkel e persino a un Macron, sedotto e abbandonato, riserva parole dure: l’Europa si approfitta della generosità americana, non lo possiamo più tollerare. Mi dipingono come un mostro, dice Trump, soltanto perché dico la verità, ma a parte che la parola “verità” sulle labbra del presidente americano ha smesso di avere un significato – 6.420 dichiarazioni false o ingannevoli dette dall’inizio della presidenza, calcola il Washington Post – il messaggio sottostante è doloroso: ogni alleanza deve avere una giustificazione, dovete meritarvelo, l’amore dell’America.

 

Darsi per scontati è un errore nei matrimoni e a maggior ragione nelle alleanze geopolitiche, le sferzate, le dimostrazioni sono salutari, ma quest’America ha introdotto un’incertezza che non c’era, un’instabilità che non c’era: un conto è dimostrare lealtà contribuendo ai conti della Nato o rivedendo alcuni dazi, un altro è doversi rincorrere con il dubbio che arrivi qualcun altro a rovinare un’intesa che dura da decenni. E poi l’alleanza atlantica, l’asse occidentale, l’ordine globale liberale non erano certo un matrimonio di convenienza: era un allineamento di priorità e di valori, una visione del futuro, ci possono essere bisticci anche feroci, ma al fondo c’è sempre stata una corrispondenza insostituibile, trovatela voi un’altra superpotenza come l’America (a chi pensa alla Russia: auguri). Dico “c’era”, ma intendo c’è: il passato serve a cementare il presente, a modificarlo anche, ma non a distruggerlo.

 

Mi aggrappo alla storia, alla gnocca che ci accoglie a New York, bellissima, e alla convinzione che la mancanza – questa mancanza che sento fortissima – è un detonatore formidabile: laddove non arriva la diplomazia, la geopolitica, la consuetudine, arriverà l’orrore di sentirsi soli a casa propria.

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Commenti all'articolo

  • verypeoplista

    verypeoplista

    06 Novembre 2018 - 17:05

    Mrs Peduzzi, questa voglia di essere Maurizio Milani, e ci fa sorridere con le sue innamorate lettere di una donna chiamata America: perchè? Quando Maurizio dalle lettere ama, ama tutta la persona non una metà, un quarto o meno di essa. America è un caleidoscopio dove vivono e prosperano people Trump like, Obama like, Klinton like e via via fino a arrivare a 300 milioni di persone. Sono quelli, bianchi e neri, che ci hanno liberati sul serio ma sono anche quelli per i quali la religione si fa fondamento come pure quelli che di religione non ne vogliono sapere e via via: dal loop a Chicago a prendere north Dearborn, Lake shore drive e via via nel South side...troverà quelli che hanno votato per Trump per Obama a suo tempo così come per Klinton e Reaga prima: quando si ama, signora, si ama tutto non solo la parte che non ci piace, : o tutto o niente e nel tutto c'è democraticamente anche il Trump. Amo la vita, si usa dire, bene ma la si ama anche quando ci riserva brutte sorprese.

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    • ugambettin

      07 Novembre 2018 - 08:08

      Chi scrive ha vissuto e lavorato per 32 anni in America,13 dei quali a San Francisco.Il mio lavoro ( raccolta rifiuti )mi portava a lavorare per strada e di notte,la città era in certe zone ( South of Market,Mission District ) negli anni 50 e 60 già abbastanza squallida, poi c'era Castro street dove gran parte dei Gay della Clifornia del nord si congregarono,diventando una forza politica che senza il loro appoggio a San Francisco nessuno veniva ( e non viene )eletto.Essendo il popolo gay del tipo VOGLIAMOCI BENE (non nel senso gay )contribuirono a creare leggi così dette di ospitalità;le quali contribuirono al dissesto urbano di una bella fetta di San Francisco,a tal punto che San Francisco spende $ 60000000,00 l,anno per pulire la cacca dai maciapiedi.In quanto Trump,vi dirò un pò che cosa ha fatto, disoccupazione è quasi a 0,la Corea del nord non gioca più con i missili,dopo 30 anni i musicisti anno avuto la loro legge,la California ha riavuto l'acqua per la sua agricoltura

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    • verypeoplista

      verypeoplista

      06 Novembre 2018 - 23:11

      Errata corrige (mentre rileggo, sono rientrato adesso, mi viene da ridere) naturalmente, i "Klinton" sound STAR TREK, pensavo alle stelle e non a Clinton, Sorry.

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  • tommaso.lorenzi@mps.it

    tommaso.lorenzi

    06 Novembre 2018 - 15:03

    Semplicemente: grazie per avere espresso così bene questo malessere che proviamo in tanti. Mi rifugio nei santini di Reagan, ma lo sconforto è sempre lì, dietro l'angolo.

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  • Carlo A. Rossi

    06 Novembre 2018 - 14:02

    Era da un po' che non scrivevo, ma questo articolo è riuscito a solleticare la mia verve polemica. Sembra, con rispetto, una mescolanza fra il tema di un'adolescente e l'ultimo capolavoro di Jovanotti ("Viva la libertà!"). Aggiungo che "capolavoro" è da intendere in senso sarcastico. Passando alle cose serie: quale sarebbe l'accidente della Storia? L'elezione di Trump? E dove sarebbe l'accidente? È stato eletto democraticamente, mi pare di ricordare. Può non piacere, ma così è. E proprio la scelta lessicale denota, mi duole, l'inconsistenza di questo articolo: invece di capire cosa ci sia dietro, perché sia giunto Trump, si classifica l'avvenimento come un accidente (non nel senso filosofico del termine, forse incidente è più coerente con il pensiero della giornalista). Sembra il solito discorso di chi, quando i fatti divergono dall'ideologia, ribatte che sono i fatti ad aver torto. Brutto non voler tentare di capire ed appigliarsi alla nostalgia canaglia.

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  • branzanti

    06 Novembre 2018 - 12:12

    (segue) Il primo é "la fatica di amare l'America" divenuta insostenibile, che ha portato ad esprimere giudizi troppo vicino a quelli degli "antiamericani che gongolano", con un senso di fastidio, malgrado lo sconcerto per le vicende americane, di rischiare coinvolgimenti con persone esecrabili (Giulietto per dirne uno). Ed ancora la difficoltà di provare rispetto per gli elettori di Trump, pur rendendomi conto che, al loro interno, accanto ad una parte di autentici fanatici, ci sono uomini e donne di cui andrebbero indagate la rabbia, la paura, l'assenza di futuro della loro condizione. Resto totalmente contrario a Trump, ma ringrazio Peduzzi per il momento di riflessione e di condivisione che oggi mi ha regalato.

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