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Le elezioni di metà mandato sono un’altra occasione mancata per i moderati

Tutti a dire: la polarizzazione è il male di questa stagione. Eppure è aumentata. Il centro vuoto è una sciagura e una possibilità

Paola Peduzzi

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peduzzi@ilfoglio.it

7 Novembre 2018 alle 06:15

Un’altra occasione mancata per i moderati, che studiano un playbook per rinascere

Sostenitori di Trump durante un suo comizio a Cleveland, in Ohio (foto LaPresse)

Milano. Tutto quel che Donald Trump tocca diventa materia miracolosa, le elezioni di metà mandato erano “noiose” e poi sono diventate la cosa “più eccitante” che c’è, record di incassi, ha detto fiero il presidente alla vigilia del voto. Trump non teme affatto il referendum su se stesso, anzi lo ha cercato in ogni modo, e nell’Election day era immortalato sulla copertina del New York Post rilassato, su una sdraio in spiaggia, “cosa, io preoccupato?”, diceva il titolo. Lui sa cose che noi non sappiamo, era accaduto nel 2016, perché non può accadere anche adesso? La campagna elettorale è stata impostata su questa convinzione, il mondo trumpiano – cui si è accodato il Partito repubblicano, che è ancora attraversato da sussulti di ribellione, ma sempre meno – contro tutti gli altri, e mentre i politologi, i commentatori, i sociologi ripetevano che la polarizzazione è il male di questa stagione, la frattura si è approfondita.

 

La naturale opposizione tra due partiti rivali si è trasformata in uno scontro acre, i repubblicani accusano i democratici di svilire l’America – di più: di renderla meno sicura, di volerla annacquare dal punto di vista identitario e di volerla trasformare in una repubblica socialista – e i democratici allo stesso modo rispondono che l’America non è di nuovo grande, è piccina, è misera, è annichilita da una presidenza che ha a cuore soltanto la propria sopravvivenza politica e non l’interesse del paese. In entrambi i casi, a farne le spese non è soltanto l’immagine del paese, che già sarebbe sufficiente per disperarsi, ma anche le istanze più moderate, i candidati più moderati, quel luogo della politica che dovrebbe combattere la polarizzazione a suon di proposte, idee, visioni perlomeno comunicanti. L’Atlantic ha pubblicato un articolo che fin dal titolo mette a fuoco questa questione: “Le elezioni di metà mandato del 2018 possono uccidere il moderato americano per sempre”. L’autrice, Elaina Plott, ha parlato con strateghi, candidati, e ha scoperto che un mondo moderato esiste ancora – lo definisce come quello che vuole parlare dei temi concreti e non dei partiti o dei loro leader – sia per chi si candida sia per chi vota, ma rischia di diventare sempre più piccolo, se non si riesce ad attivare presto un “moderate playbook”. La campagna elettorale ha mostrato bene le preferenze dei politici: il tema più razionale che c’è – l’economia – non è stato quasi mai toccato, e sì che con quei dati e con quei racconti da paese in piena occupazione che solitamente si leggono soltanto sui manuali delle università come “ideali” sarebbe stato un argomento potente, da America che è davvero “great”. Ma se si guardano i termini più utilizzati nei dibattiti elettorali, si ritrova la famigerata “carovana” di migranti, che è diventata sinonimo di invasione (richiedenti asilo lontani 800 km dal confine) e di immigrazione illegale; si ritrova il “socialismo”, perché molti candidati dei democratici vengono dall’ala più radicale del partito (ed extrapartito), lo rivendicano con orgoglio e i repubblicani s’allarmano, c’è l’invasione dei migranti e c’è l’invasione dei rossi, agguerriti, pronti a spendere tutte le risorse accumulate; c’è poi il termine “razzismo”, che riapre solchi che parevano chiusi per sempre.

 

Questa rappresentazione non deve ingannare: i candidati moderati ci sono sia tra i democratici sia tra i repubblicani, alcuni dovevano rinnovare il mandato, altri invece erano alla prima esperienza e per loro tentare la carta del centrismo, della concretezza, meno Trump più proposte pragmatiche, è stato un azzardo grande. La proporzione di candidati moderati continua a diminuire dagli anni Duemila e definirsi moderati è diventato un esercizio di equilibrismo: non soltanto devi prendere le distanze dai tuoi rivali, ma spesso anche dai tuoi compagni di partito – le vittorie più clamorose già dalle primarie sono state registrate tra i democratici di ala radicale che hanno battuto colleghi cosiddetti dell’establishment. Essere convincenti mentre si cammina su questa corda sottile non è facile, molti moderati si sono ritirati, altri hanno fatto fatica a non farsi trascinare verso gli estremi, ed è forse questa la lezione politica più rilevante di questo voto di metà mandato: al trumpismo si è opposto un antitrumpismo altrettanto radicale, la base conservatrice si è compattata, quella democratica si è spostata verso sinistra. Il centro è più vuoto, ma questa è al tempo stesso una sciagura e una possibilità.

Paola Peduzzi

Paola Peduzzi

Scrive di politica estera, in particolare di politica inglese, francese e americana. Tiene sul Foglio una rubrica, Cosmopolitics, che è un esperimento: raccontare la geopolitica come se fosse una storia d'amore - corteggiamenti e separazioni, confessioni e segreti, guerra e pace. Sposata, ha due figli, Anita e Ferrante.

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Commenti all'articolo

  • branzanti

    07 Novembre 2018 - 11:11

    Chiedo venia ho scritto nel commento che i dem hanno conquistato il governatore in Indiana, non è così, ho fatto confusione con l'Illinois effettivamente conquistato.

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  • branzanti

    07 Novembre 2018 - 11:11

    Ha perfettamente ragione Paola Peduzzi sulla patologia della società americana rappresentata da una spaccatura verticale e dal prevalere di posizioni estreme sul piano politico. Una situazione che Trump non ha creato, ma alla quale ha fornito combustibile continuo. Condivido però le conclusioni dell'articolo, che esistano possibilità, legate alla sicura presenza di una parte moderata della popolazione, che non regge più la guerra civile fredda. Ma anche al fatto che la palla, da questo punto di vista, è passata ai dem (lo so più estremisti anche loro). Ma dopo aver conquistato la Camera ed alcuni importanti governatori (l'Indiana del VP Pence, il Wisconsin dello sconfitto Walker, il Michigan) devono dimostrare capacità di governo e di proposta politica. Se passeranno i prossimi due anni a cercare soltanto l'impeachment (impossibile) e non ad elaborare proposte - pur bocciate dal Gop a sua responsabilità - per migliorare la vita degli americani, perderanno una occasione storica.

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  • tamaramerisi@gmail.com

    tamaramerisi

    07 Novembre 2018 - 11:11

    Il polarismo è costitutivo del sistema americano, definendone l'alternanza di governo. Le idee estreme sono modulate e risolte nei due partiti democraticamente. Il "Centro" "Moderato" non ha senso come programma di governo, "playbook". La moderazione in USA è il sistema costituzionale, un man-made miracle della Storia, e patrimonio dell'umanità. Il Centro è l'equilibrio dei poteri. I governi degni del nome, non hanno da essere moderati, ma visionari e determinati al buon passaggio di consegne generazionale. Le strade divergono sul come. I piani divergenti sono sintomo di salute democratica, di libertà - e di responsabilità. Perseguire il centro, è inseguire lo Status Quo, in una delle sue forme, dalla paura a l'illusione di potersi, collettivamente, riposare dalle responsabilità. Il Trumpismo è un'invenzione. L'Antitrumpismo è un movimento antidemocratico, che traveste demagogicamente la mancanza di argomenti vincenti. Il centro vuoto lo colma la dittatura, che è sempre conformità.

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    • branzanti

      07 Novembre 2018 - 15:03

      Capisco il Suo ragionamento, ma mi permetta gentilissima di rilevare che quello che ho imparato, facendone parte attivamente, è che la politica richiede mediazione, per giungere a soluzioni che contemperino interessi diversi. Il Congresso americano era un luogo ove il compromesso (non è una parolaccia) era praticato con abilità, ma oggi con il prevalere di posizioni estreme diviene sempre più difficile. E credo che Paola Peduzzi si riferisca anche alla polarizzazione dei rapporti personali ed alla linea di faglia dell'odio che divide la società americana, una condizione che rappresenta il naturale terreno per la violenza. Proprio a questo penso si riferisse l'apprezzabile discorso di Paul Ryan sulla necessità di superare le divisioni.

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      • tamaramerisi@gmail.com

        tamaramerisi

        07 Novembre 2018 - 17:05

        Nei partiti e al Congresso si continua (e si continuerà) a fare compromessi, che rappresentano il modus operandi delle organizzazioni democratiche complesse, sano e fisiologico. E anche alla Casa Bianca il compromesso è all'ordine del giorno, come naturale che sia. Non ho affermato nulla di diverso. Il sistema funziona e lo sta dimostrando. Gli stress test a cui è sottoposto sono gravi quanto esogeni: principalmente la proliferazione nucleare globale e il collasso dell'Europa.

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        • branzanti

          07 Novembre 2018 - 18:06

          Mi fa piacere rilevare che la pensiamo allo stesso modo. La ringrazio.

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