Un supporter di Donald Trump indossa scarpe con slogan della campagna presidenziale (foto LaPresse)

Referendum d'America

Daniele Raineri

L’illusione dei dem e la bufala di Trump hanno dominato la campagna elettorale di metà mandato

New York. Oggi è il giorno delle elezioni di metà mandato in America o come direbbe il presidente americano Donald Trump: è il giorno del grande referendum americano su di me. Non ha torto. Anche il Washington Post, che è schierato molto contro, scrive che al di là delle elezioni locali e per il Congresso questo voto riguarda lui e dovrebbe chiarire in modo definitivo se Trump presidente è soltanto un’anomalia storica oppure se è il perfetto e più fedele rappresentante della metà degli americani nel 2018. La risposta giusta è già la seconda, anche se perdesse. La campagna per questo “referendum” si è basata su due invenzioni opposte. Una, da parte dei democratici, è che l’elezione di Trump nel 2016 avrebbe distrutto il paese – o comunque che lui avrebbe fatto errori così clamorosi che i suoi elettori avrebbero capito lo sbaglio e lo avrebbero abbandonato. 

 

I sondaggi sono chiari: non è stato così. I fondamentali dell’America sono solidi e gli elettori sono rimasti con il presidente – e affollano i suoi comizi. Il Partito democratico ha molti consensi (del resto i suoi elettori furono più numerosi dei repubblicani anche nel 2016) e Trump ha un indice di gradimento molto basso, ma se gli scandali, le inchieste, le accuse e i libri avessero un effetto definitivo ora dovrebbe essere a zero e invece è stabile sopra al quaranta per cento e talvolta sale di più.

 

La seconda bufala della campagna viene dalla parte repubblicana ed è quella della carovana dei migranti, che è allo stesso tempo una grande truffa ai danni degli elettori e la sintesi della strategia trumpiana. Il presidente poteva presentarsi ai comizi per le elezioni di metà mandato con in tasca dati economici favolosi e invece ha scelto di parlare quasi soltanto esclusivamente di quella che lui chiama “l’invasione degli immigrati”.

 

Eppure era da molto tempo che non si vedeva una situazione economica così buona. A ottobre l’America ha creato 250 mila nuovi posti di lavoro e la disoccupazione è scesa ancora, adesso è al 3,7 per cento – e questo vuol dire che in pratica è impossibile restare senza lavoro. Il 55 per cento degli americani sentiti dai sondaggisti dell’istituto Gallup pensa che la situazione dell’economia sia eccellente e questa percentuale non si vedeva dal 1998, dagli anni Novanta splendidi in cui l’America non aveva ancora conosciuto la crisi. Trump cita di sfuggita questi dati (e si guarda bene dallo spiegare che fanno parte di un ciclo favorevole cominciato anni prima del suo arrivo alla Casa Bianca) ma tutti i giorni per le ultime tre settimane di campagna elettorale ha preferito battere molto contro la carovana. Riceveva telefonate disperate dai pezzi grossi del partito che gli chiedevano di fare l’opposto, di parlare di economia e non di “invasione”. Lui rispondeva: alla base piace così.

 

I migranti si spostano a piedi e sono ancora nel sud del Messico, ci vorranno ancora molte settimane prima che si affaccino al confine americano, se mai arriveranno davvero ed è da vedere in quanti arriveranno. E’ come se dovessero ancora percorrere l’autostrada tra Napoli e Milano a piedi per quattro volte. Ma le elezioni di metà mandato sono oggi, quindi la settimana scorsa Trump ha dato l’ordine di spostare sul confine cinquemiladuecento soldati con armi, elmetto e giubbotto antiproiettile per rafforzare la presenza delle guardie di frontiera. In realtà i militari non possono occuparsi direttamente della questione, quindi hanno montato molte tende per le guardie e poi si sono messi ad aspettare. I migranti sono circa cinquemila fra uomini, donne e bambini – in teoria secondo i dati di ottobre il mercato del lavoro americano potrebbe assorbirli in mezza giornata. Possono chiedere asilo politico e la loro domanda sarà accettata o respinta. Ma tutta la questione è stata raccontata con toni molto drammatici, dalla possibile presenza di uomini dello Stato islamico – smentita dalle agenzie di intelligence – al possibile zampino del filantropo ebreo George Soros, grande spauracchio della destra nazionalista in tutto il mondo (Soros ha chiesto a Fox News di essere intervistato per dissolvere una volta per tutte il suo mito negativo, gli hanno risposto di no: se lui andasse in tv a dimostrare di non essere il gran burattinaio, i complottisti morirebbero di crepacuore), che Trump non ha escluso: “E’ possibile che controlli la carovana”. Il presidente a un certo punto ha detto che l’esercito potrebbe sparare contro i migranti se quelli lanciassero pietre, poi si è corretto e ha detto di no ma che comunque le punizioni sarebbero dure. E’ tutto ipotetico, ma per tre settimane lui e quindi anche i media non hanno parlato d’altro. New York Times e Washington Post hanno dedicato alla questione 115 articoli, come se esistesse davvero. Un fanatico ha citato “l’invasione dei migranti favorita dagli ebrei” come il motivo che lo ha convinto a entrare in una sinagoga di Pittsburgh e uccidere a fucilate undici persone. E ora un rapporto militare cita il rischio che arrivino milizie di cittadini armati, circa duecento uomini, “a dare aiuto” ai soldati contro “l’invasione”.

Di più su questi argomenti:
  • Daniele Raineri
  • Di Genova. Nella redazione del Foglio mi occupo soprattutto delle notizie dall'estero. Sono stato corrispondente dal Cairo e da New York. Ho lavorato in Iraq, Siria e altri paesi. Ho studiato arabo in Yemen. Sono stato giornalista embedded con i soldati americani, con l'esercito iracheno, con i paracadutisti italiani e con i ribelli siriani durante la rivoluzione. Segui la pagina Facebook (https://www.facebook.com/news.danieleraineri/)