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Perché martedì si vota in America

Storie, sondaggi e scenari delle elezioni di metà mandato, dove i democratici sperano di conquistare la maggioranza alla Camera 

5 Novembre 2018 alle 15:16

Perché domani si vota in America

Il presidente statunitense Donald Trump (Foto LaPresse)

Cosa sono le elezioni di metà mandato

 
Le elezioni di metà mandato, che si svolgeranno martedì 6 novembre, avvengono ogni quattro anni negli Stati Uniti. Il sistema istituzionale americano prevede un voto a metà del mandato presidenziale per rinnovare il Parlamento e bilanciare i poteri del presidente e del partito di maggioranza. Si vota per eleggere tutti i 435 deputati della Camera dei rappresentanti e per rinnovare un terzo del Senato (33 senatori su un totale di 100). Inoltre, martedì prossimo verranno eletti i governatori di ben 36 stati, tra i quali spiccano Georgia, Ohio, Nevada, Michigan e Florida. È molto atteso il risultato della sfida per il governatore della Georgia, dove l'ultra conservatore Brian Kemp è a pari merito, secondo i sondaggi, con la candidata democratica Stacey Abrams. Kern ha accusato i democratici di avere manomesso i registri elettorali, ma Abrams ha risposto che gli attacchi del suo rivale "sono infondati e rappresentano un abuso di potere". 

 
I deputati hanno un mandato di due anni, mentre i senatori restano in carica per sei, e la Costituzione non prevede uno scioglimento dell'assemblea. I senatori restano in carica per un periodo della stessa durata, e ogni due anni un gruppo diverso di stati tiene le proprie elezioni senatoriali. Ogni stato elegge al congresso due senatori, indipendentemente dalla popolazione. Invece, i rappresentanti di ogni regione alla Camera variano in base al numero di abitanti. Solitamente, le elezioni di metà mandato non sono molto fortunate per i presidenti in carica: l'ultimo a conquistare seggi in entrambe le assemblee è stato George W. Bush nel 2002, un anno dopo la caduta delle Torri gemelle. L'ultimo prima di lui fu Franklin D. Roosevelt nel 1934.

 
Come si vota

 

Attualmente, sia la Camera sia il Senato hanno una maggioranza repubblicana. Trump ha due seggi in più dei democratici (51 a 49) al Senato e 42 alla Camera (235 a 193). Ai democratici serve una maggioranza al Senato per bloccare la nomina dei giudici della Corte suprema e dei membri dell'esecutivo. L'impeachment, invece, richiede una maggioranza di due terzi quindi, anche se i democratici dovessero vincere ogni seggio, avrebbero comunque bisogno dei voti dei repubblicani per attivare la procedura. Per bloccare le proposte di legge del presidente, i democratici dovrebbero controllare entrambe le assemblee, uno scenario assai improbabile.

 

Le elezioni per il Senato saranno molto più difficili per l'opposizione, anche a causa del sistema elettorale. La popolazione di ogni stato non influisce sul numero dei senatori eletti. Ad esempio, il Wyoming ha lo stesso numero di seggi della California, nonostante la popolazione sia sessanta volte minore. Gli stati più piccoli tendono a essere nelle zone rurali, dove i repubblicani sono favoriti. Inoltre, i democratici controllano 26 seggi dei 33 che verranno rinnovati (inclusi due indipendenti che di solito votano con loro), e i repubblicani solo nove, quindi hanno molto più da perdere. Alla Camera le aspettative sono più rosee. La rappresentanza varia grosso modo in proporzione al numero di abitanti, e i democratici devono vincere 23 seggi per conquistare la maggioranza. Un'impresa simile gli è riuscita solo due volte negli ultimi cinquanta anni, nel 1974 e nel 2006.

 
Gli elettori americani sono meno inclini a votare contro un rappresentate già in carica. La buona notizia per i democratici è che ben 39 deputati repubblicani, molti dei quali anti-trumpisti, hanno rinunciato alla ri-elezione, e alcuni lo hanno fatto in stati chiave come la Florida o la Pennsylvania. 

 

Sondaggi


Solitamente le elezioni di metà mandato hanno un'affluenza molto più bassa rispetto alle elezioni presidenziali. Tuttavia, stavolta c'è stato un grosso aumento nel numero degli elettori che hanno votato per le primarie in 31 stati. Quasi un quinto degli elettori, il 19,6 per cento, si è recato alle urne per scegliere il proprio candidato. Un aumento del 56 per cento rispetto al 2014, quando l'affluenza era stata del 13,7 per cento. L'inclinazione al voto è cresciuta più tra i democratici (4.6 per cento) che tra i repubblicani (1.2 per cento).

 
Uno studio del Pew Research Centre rivela che mai così tanti elettori, più della metà, si erano dichiarati "entusiasti" di votare per le elezioni di metà mandato. Anche qui la crescita è stata maggiore tra i democratici (67 per cento) che tra i repubblicani (59 per cento). Gli ultimi sondaggi prevedono una grande affluenza degli elettori democratici, soprattuto le donne e gli anziani. Tuttavia, Politico e il New York Times hanno parlato di un “problema latino” per il partito di opposizione. L'affluenza tra i cittadini americani di origine latina, circa il 12 per cento dell'elettorato e con una vocazione anti-trumpista, potrebbe essere molto bassa. La strategia dei democratici è quella di catturare i voti degli ispanici delusi dalle politiche sull'immigrazione di Trump per vincere in alcuni stati repubblicani, come l'Arizona e la Florida.

 

Tuttavia, la comunità latina è concentrata nelle roccaforti democratiche, come la California, e la loro affluenza alle elezioni è generalmente sotto le aspettative. Nelle presidenziali del 2016, il 48 per cento degli ispanici si è recato alle urne, al di sotto della media degli elettori bianchi (65.3 per cento) e neri (59.6 per cento). Il politologo Steffen W. Schmidt prevede che il voto ispanico sposterà gli equilibri solo in cinque seggi. Ai democratici servirà altro per battere Trump. 

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