Il razzismo tendenza Zalone

Massimo Adinolfi

“L’immigrato” e le sue interpretazioni. Un testo così sfacciatamente scorretto da valere come denuncia ironica degli stereotipi del nostro paese. Con la sua canzone e il suo film il comico ci dice quello che siamo

Il paese tutto intero era già impegnato strenuamente nella discussione sul cosiddetto Fondo salva stati, aveva già da preoccuparsi per la riforma Bonafede sull’inespiabilità dei processi (detta anche sospensione della prescrizione), si apprestava a riprendere il dossier Arcelor-Mittal per riflettere sul futuro della siderurgia e a misurarsi con le questioni di politica internazionale che, com’è noto, il ministro degli Esteri Di Maio studia indefessamente insieme con l’amico Di Battista, quando, all’improvviso, senza che la programmazione delle sale cinematografiche fosse ancora arrivata sulla scrivania di Conte, a Palazzo Chigi, ha preso a circolare “L’immigrato”, di Checco Zalone. Una canzone, un trailer, prossimamente un film. E una salva di luoghi comuni sull’immigrato che ti infastidisce al semaforo, lo stesso che ti spilla qualche spicciolo al supermercato e che infine, essendo nero e ben dotato, ti tromba pure la moglie. Zalone, lo ricordiamo per i più distratti, è quello che nel 2010 diede al mondo della musica italiana la canzone “I uomini sessuali”, e che, nello stesso album – e con lo stesso spirito –, scrisse il forte grido di protesta “W le tette grosse” (non vi dico cos’era “Stitica/zio Santuzzo”: meglio che lo scopriate da voi). Questo Zalone qui, che di mestiere fa il comico, sta dividendo la pubblica opinione come e più di quanto facciano gli scudetti alla Juve o la Nutella di Salvini. La canzone, ci si domanda infatti turbati, è di destra o di sinistra? Prende in giro gli italiani, o prende in giro quelli che prendono in giro gli italiani? 

 

La canzone, ci si domanda turbati, è di destra o di sinistra? Prende in giro gli italiani, o quelli che prendono in giro gli italiani?

Gioca con i luoghi comuni, certo: ma nel senso che li smonta, o nel senso che se ne approfitta? Capirete: su simili faccende si possono tirare giù biblioteche intere. C’è quello che comincia immancabilmente da Theodor Wisengrund Adorno e dall’industria culturale, che usa gli strumenti più aggiornati della critica dell’ideologia e conosce tutte le trappole del mainstream, e c’è quello che invece ha già rivalutato tutti i B-movie degli anni Ottanta, civetta coi neomelodici e non esclude che persino in televisione passi ancora qualcosa di buono; c’è quello che non deflette dalla linea del politicamente corretto nemmeno dopo una partita di calcetto, in uno spogliatoio per soli uomini, e quello che invece conosce il valore liberatorio della risata, studia il momento carnascialesco della cultura popolare, ti cita Bachtin e i fescennini romani. Insomma: una faticaccia. Quasi quasi, è meglio leggersi (in inglese!) la bozza del trattato di riforma del meccanismo europeo di stabilità e dire la propria opinione su quello, tra un economista e l’altro.

 

Tuttavia, poiché col nuovo anno il film di Zalone arriverà nei cinema e farà sicuramente sfracelli, e tutti ne parleranno, e in fondo è faticoso pure mettersi nella posizione del “mi si nota di più se io a Zalone i soldi non glieli do e però spiego almeno perché, per non apparire troppo chic”, può forse essere utile, prima ancora che prendere posizione, mettere un minimo di ordine nel gran dibattito in corso. E’ dunque con questo spirito di servizio che elenco per punti i termini della questione. Cominciamo.

 

1. La canzone “L’immigrato” di Checco Zalone ha un testo razzista e sessista. Ora non mi appassionerei alla questione se sia più razzista o più sessista (e nemmeno se più dichiaratamente razzista o più subdolamente sessista). Direi semplicemente che, tirata una linea di confine, al di qua del quale stanno il rispetto delle persone, la pari dignità e i diritti fondamentali, la canzone è abbondantemente al di là. Dico il testo, quello che si legge quando si va su google e si digita: immigrato, canzone, zalone, testo.

 

2. L’autore della canzone, Luca Pasquale Medici, in arte Checco Zalone, lo sa. Sa che il testo ha quelle caratteristiche lì. Non gli è mica scappato un tweet su Hitler, come al professor Castrucci, o una battuta sui protocolli dei savi di Sion, come al senatore Lannutti (anche se – scusate se ne approfitto – quello di Castrucci non è un tweet ma un profilo intero dalle tinte brune, così come quelli di Lannutti sono, piuttosto, insistiti ragionamenti sulle banche, con sfondo di plutocratiche cospirazioni). No, Zalone voleva proprio scrivere quella canzone, come ha già scritto di omosessuali e di tette grosse (e di altre cose non meno piacevoli).

 

3. Ma il testo è così sfacciatamente scorretto, così esplicitamente razzista, così intriso dei peggiori luoghi comuni, da valere, in realtà, come una denuncia ironica di quegli stessi luoghi comuni, come uno smascheramento satirico degli stereotipi che mette in scena. Basta andare dal testo alle immagini, e lì si comprende che nel trailer (vedremo poi nel film) prende vita, in realtà, una caricatura. Con la vecchia distinzione, cara ai filosofi del linguaggio, potremmo dire: un conto è l’uso, un altro la menzione (mi è venuta una battuta su questa menzione ma me la censuro, la dirò a Checco Zalone quando mi chiamerà per dibattere i punti dell’articolo). Zalone non usa, ma menziona, cita. Quello che dice, lo dobbiamo leggere e porre tra virgolette: sono parole di altri, cioè di noi italiani. E sono così eloquenti, che non c’è bisogno di affiancarle con didascalie, note a margine e altri elementi a contorno. Si capisce, se si vuol capire.

 

4. Chi lo critica, si ferma al punto 2 di questo elenco. Più avanti non va. Al punto 3 non ci arriva o non ci vuol arrivare. Il testo è razzista, e più non dimandare. 

 

5. Che se poi invece lo si fa presente, il punto 3, l’uso e la menzione, la citazione tra virgolette che vale come uno sputtanamento di noi italiani che gli immigrati vediamo proprio così, come zecche al semaforo o davanti ai supermercati (il passo ulteriore di vederli come delinquenti richiede già una superiore consapevolezza), allora chi critica Zalone replicherà a questo modo: il punto 3 è solo una finta, una furbata, una scusa, un modo per farla franca. A Zalone interessa solo parlare alla pancia degli italiani, e dare libero sfogo alle abitudini e ai pensieri più volgari. Così fa cassetta. Quelli che si appellano al punto 3, e si inventano un atto di denuncia o di smascheramento critico, non si accorgono che gli spettatori di Zalone non ridono semplicemente, ma si compiacciono. E di cos’altro si compiacciono se non di sé, dei propri vizi e delle proprie turpitudini? Hanno anzi due ore per abbandonarsi ad esse senza alcuna cattiva coscienza, in piena libertà. Sicché l’effetto della canzone – come, si può scommettere, del film – è di rafforzare i luoghi comuni, non certo di decostruirli. Nessuna catarsi, nessuna agnizione, nessun rovesciamento di punti di vista. Questi qui ridono e basta, ridono e non pensano, semmai ridono per non pensare, e all’uscita del cinema continueranno a dire le stesse cose degli immigrati. Che scocciano. Che rubano il lavoro. Che hanno un fallo enorme e si trombano le nostre mogli.

 

Molto dipende dal paese che siamo. E non siamo messi benissimo se il compito di cambiarlo lo mettiamo tutto sulle spalle di Checco

6. Io penso invece che sia vero tanto il punto 2 quanto il punto 3. Che nella costruzione così smaccata della figura dell’immigrato, da un lato, dell’onesto lavoratore e padre di famiglia dall’altro, Zalone e i suoi autori calchino la mano abbastanza perché chi vuole ne comprenda il senso: sono orripilanti luoghi comuni. A volte pericolosi, a volte no, ma orripilanti. Di cui ridere a volte con amarezza altre volte con indulgenza, ma non per questo meno orripilanti.

 

7. Ho bisogno però di aggiungere qualcosa a rinforzo del punto 6 (che a sua volta sostiene il punto 3, non dimenticatelo). In primo luogo, su Zalone (anzi: su Luca Medici, in arte Checco Zalone). Che si è speso per la riforma dell’ordinamento penitenziario voluta da Orlando (governo Renzi), con una sensibilità per le condizioni di vita dei detenuti che mi pare poco compatibile con lo squallido autore di un’operazione puramente commerciale, che cavalca il tema dell’immigrazione lisciando il pelo al pubblico (anche su lisciare, pelo, pubblico, ho pronta una battuta). Questa non è una prova, solo un indizio. Ma Bonafede ha strozzato la riforma (e si appresta a eternizzare i processi); Zalone l’ha sostenuta. Anche se Bonafede vedesse film polacchi in lingua originale (il che, peraltro, è improbabile), tenderei a stare con Zalone. In secondo luogo, ho scritto sopra: chi vuole. Chi vuol intendere, intende. Non è detto che per tutti gli spettatori il film funzioni come una presa di coscienza, come uno specchio in cui vedere ritratti con qualche raccapriccio i propri difetti. Ma mi spingo a dire: se anche così fosse, non sarebbe diverso il senso della canzone, e del film. L’autore ha le sue responsabilità, ma ce le ha anche l’ascoltatore, lo spettatore, il lettore. In una parola: il pubblico. Certo, c’è un’arte che si propone programmaticamente di cambiare il pubblico, o, come diceva Deleuze, di inventarsene uno. Un nuovo popolo, addirittura. Zalone si rivolge invece al pubblico che c’è, ma d’altra parte non credo avanzi la pretesa di essere citato in nota dai curatori di una futura edizione della filosofia del cinema di Gilles Deleuze. Del resto, anche la tanto celebrata commedia all’italiana non pensava ad altro pubblico che non fosse quello che rideva a quel tempo al cinema. Cinema del presente fatto per il presente. Che però, in quel caso come in questo, più o meno felicemente a chi vuole (di nuovo la clausola, con le sue responsabilità) offre la possibilità, invece di aderire, di domandarsi se quello che siamo – brava gente che però non ne può più degli immigrati – è anche quello che davvero vogliamo essere.

  

8. E così siamo alla fine. Sulla canzone, bene o male, mi sono pronunciato. Un po’ meno sull’effetto che fa. Non per ignavia, ma perché molto dipende dal paese che siamo. E, certo, non siamo messi benissimo se il compito di cambiarlo lo mettiamo tutto sulle spalle di Checco. Lui, con la sua canzone o col suo film, ci dice quello che siamo; da qualche altra parte, si dovrebbe trovare qualcuno che si preoccupi di quel che potremmo, dovremmo, vorremmo essere: scegliete voi la modalizzazione più appropriata.

 

P.S. Mi accorgo di avere citato, oltre a Zalone, altri personaggi che come in un film ricordo ora nei titoli di coda, in ordine di apparizione: Bonafede, Di Maio, Di Battista, Conte, Salvini, Adorno, Bachtin, Castrucci, Lannutti, Deleuze. A parziale correzione della leggerezza di questo articolo, lasciatemi dire: W le tette grosse, ma anche Adorno, Bachtin e Deleuze.

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