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Quelli che si amano tanto, si amano male. E state certi: prima o poi si lasciano

Appunti sulle tracce di Nicole e Charlie in “Marriage story”

14 Dicembre 2019 alle 06:11

Quelli che si amano tanto, si amano male. E state certi: prima o poi si lasciano

Diceva Strindberg che non esiste nulla di più brutto di un marito e una moglie che si odiano. E’ vero. Li abbiamo visti tutti e sappiamo che più si odiano, meno si lasciano. E’ quasi una regola: quando si detestano e si schifano e si usano come scudo (umano, penale, civile, incivile), restano insieme per sempre. Poi ci sono mariti e mogli che si amano tantissimo, e malissimo – un’altra quasi regola: quando ci si ama tanto, ci si ama male, non c’è modo di farla bene questa cosa dell’amore, di farla con equilibrio, in modo sano. E state certi che quelli che si amano, a un certo punto, si lasciano perché non riescono più a stare insieme. Lo fanno per futili motivi o perché non funzionano, e il loro amore non serve. “Non smetterò mai di amarlo anche se non ha più senso”, scrive Nicole (Scarlett Johansson) alla fine della lista di “quello che amo di Charlie”. Siamo in “Marriage Story”, il film di cui parliamo tutti dal 6 dicembre, cioè da quando è arrivato su Netlifx, a margine di un anno d’inferno, in cui non c’è stata un’anima una che ci abbia detto una parola di conforto sull’amore (da Tiziano Ferro a Sally Rooney ci hanno raccontato tutti la stessa condanna a camminare per il mondo con un proiettile nel cuore e una grande carriera sul giubbotto, piangendo al semaforo perché tutto crolla senza che ci sia stato un terremoto o una cannonata). Charlie (Adam Driver) è l’ex marito di Nicole, e quella lista la legge a divorzio ultimato e vita resettata, gli capita di trovarla tra le mani di suo figlio, che la legge senza sapere cosa sia e cioè un consiglio di uno psicoterapeuta che sua madre aveva provato a seguire, senza riuscirci: signora, scriva cosa ama di questa persona che un tempo ha amato. E lei no, non aveva voluto leggere. E Charlie si era offerto di cominciare lui con la sua lista, di cui era piuttosto fiero (“Nicole non dice mai che è troppo anche se dev’essere troppo, a volte”). Ma bisognava che lo facessero entrambi e allora Nicole si era innervosita e aveva risposto: “Penso che me ne andrò se voi due volete stare qui a succhiarvi l’uccello a vicenda”. E infatti se n’era andata.

 

E’ sempre lei che va via, da New York, da suo marito che è adorabile, e sa cucinare, ed è indomito, di successo, ottimo padre, ma non sa lasciarla da sola, non sa pensare che lei possa vivere non in funzione di lui, e la cosa più grave è che non se ne rende conto. Nicole è fatta in quel modo strano in cui sono fatte molte donne, quello per cui quando il tuo ex marito viene a casa tua a prendere le carte del divorzio e anziché chiederti come stai ti dice che ha vinto un premio e non si sente all’altezza, tu non gli dici chissenefrega, ascolta il mio cuore e vattene: gli dai del vino e lo conforti. E’ per non farsi annientare dal suo modo di amare che esclude la premura verso di sé e include solamente quella verso gli altri che Nicole divorzia. Lo strazio di questo film sta in questo: due adulti belli, ricchi, di successo, che dallo stare insieme hanno tutto da guadagnare, due che si amano e hanno un figlio, non riescono a trovare un incastro, a comportarsi conseguentemente alle esigenze dell’altro. Lui è un uomo vecchio stampo travestito da progressista e lei è una madre con le palle piene travestita da Santa Maria. Lui sa essere suo alleato a patto che sia il suo capo, lei non sa dirgli che vuole un sostenitore, non un alleato. Ha scritto Elena Stancanelli che questo è un film che parla di due che si lasciano e che il regista li ha raccontati come se stronzi e privilegiati e fichi non fossero. Forse. Oppure, Nicole e Adam sono due persone buone, e le persone buone sono pericolose perché non sanno il male che fanno. Charlie non sa quanto recide, sorpassa, assimila sua moglie. Nicole, dal canto suo, sa che basterebbe parlargli, e rafforzarsi, e diventare intransigente, ma preferisce mollare e fidanzarsi con un ragazzetto facile, contento, sempre in t-shirt.

 

Entrambi sanno che non ameranno mai più e scelgono di rinunciare e fanno tutte quelle operazioni folli ma efficaci che ci fanno fare gli psicoterapeuti, tipo inspira ed espira e senti cosa dice il tuo stomaco e dimmi a quale parte del cesso ti fa pensare il tuo ex. Rinunciano con una certa saggezza, una saggezza che riconosciamo e che è la ragione per cui da giorni piangiamo e scriviamo su Twitter che #marriagestory ci spezza il cuore: noi lo sappiamo che amare è diventato troppo, e ci dimezza, ci squama, ci spunta, e non abbiamo più buone ragioni per perseverare nel farci squamare.

 

Marianne e John in “Scene da un matrimonio” di Bergman, dopo aver divorziato ed essersi detti molte verità, senza neanche un rantolo d’odio, scopano per terra. Ci riescono perché non si sono mai amati. Nicole e Charlie no. Piangono. Si allacciano le scarpe. Chiudono senza concludere. I matrimoni di oggi finiscono per il troppo amore o per l’amore, che è troppo.

Simonetta Sciandivasci

Nata a Tricarico nel 1985 e cresciuta tra Matera e Ferrandina, ora vive a Roma, senza patente. Libri, uno: La Domenica Lasciami Sola (Baldini&Castoldi, 2014). Scrive su Il Foglio, Linkiesta, Rolling Stone, La Verità. È redattrice di Nuovi Argomenti.
Tanto vale vivere.

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