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Cold war, hot love

Un film sulla Polonia senza libertà della Guerra Fredda e un amore travolgente ma impossibile

25 Novembre 2018 alle 06:00

“I danni del nazismo sono palesi, evidenti, in mostra da sempre. Quelli del comunismo invece restano nascosti, e sono ancora segreti. E ci voleva un film polacco sulla devastazione dell’animo umano per dimostrarlo”, dice lo storico Alain Besançon, studioso delle origini del leninismo, del comunismo, della chiesa contemporanea, e persino dell’influenza dell’iconoclastia nella nascita dell’astrattismo moderno. Il film al quale fa allusione è “Cold War” del polacco Pawel Pawlikowki, il regista di “Ida”, con cui ha vinto l’Oscar del miglior film in lingua straniera. “Cold War” è un altro piccolo capolavoro, un cesello nel genere drammatico e nel cinema di introspezione, premiato al Festival di Cannes.

 

E’ un ritratto in bianco e nero della Polonia negli anni Cinquanta, sotto la morsa sovietica. Un film struggente per la storia che racconta, e per come racconta l’amore impossibile tra un musicista che per vivere dirige un’orchestrina popolare itinerante, e una giovane danzatrice che finisce grazie a lui per diventare cantante. Ogni inquadratura sembra un dipinto, un’opera d’arte, a cominciare dalla prima, dove l’occhio della telecamera si fissa sul fango di una strada di campagna e sugli stivali imbrattatati dei danzatori che scendono da un carretto.

 

Siamo nell’immediato Dopoguerra. La Polonia, dopo cinque anni di occupazione nazisovietica, ritorna alla pace, ma è una pace che a poco a poco si scopre avvelenata, dove il potere è imposto dall’Armata rossa, la democrazia è quella dei soviet e la libertà parola senza senso. Wiktor, il musicista, interpretato da Tomasz Kot, è un uomo alto, magro, ha il volto sofferto e l’eleganza innata di chi vive nell’arte e per l’arte. Zula, la ragazza di cui si innamora, Joanna Kulig, è una forza della natura, bionda, rotonda, sensuale, gli occhi piccolissimi ma accesi e incandescenti sia quando esprimono il gelo e il terrore, sia quando dicono la disperazione e il desiderio ardente. Lei è stata in carcere, perché forse ha ucciso il padre, di sicuro l’ha accoltellato: “Mi aveva preso per mia madre, un coltello gli ha spiegato la differenza”. Lui ne viene attratto come una calamita, mentre la telecamera ruota intorno ai loro corpi, e trascrive il battito della passione. “Ti seguirò per sempre, ovunque tu vada”, dice lei stesa su un campo di segale battuto dal vento, ma come prima cosa gli confessa di dover fare la spia.

 

I due viaggiano per i paesi dell’est con la compagnia di danza popolare, Mazurek, e sotto il controllo del Partito, che fa srotolare dietro ai loro spettacoli una tendina con la gigantografia di Stalin. Ma il giorno in cui arrivano a Berlino, e lui è pronto a scappare nel settore francese, lei non si fa trovare. Diserta l’appuntamento. Lo lascia ad aspettarla per ore e si consola con un tipo insignificante, mellifluo e pieno di promesse, un apparatcik comunista, amministratore della compagnia.

 

Inizia così tra i due una storia impossibile dove la pavidità cresce con la paura, l’ansia di sicurezza calpesta il coraggio, e l’amore si spegne di fronte all’interesse, soffoca, stordisce, ma non muore. Passano gli anni, e i due si ritrovano a Parigi. Lui è un fuoriuscito. Lei invece ha un regolare visto, perché nel frattempo ha sposato un siciliano, forse un membro del Pci. E qui, nelle cantine di Saint Germain dove si suona il jazz, rinasce tra loro l’idillio, minato però dal sospetto, dalla corruzione, dall’insicurezza, dal confronto impossibile col mondo libero. “Sei andato a puttane?”, domanda a Wiktor la sua amante francese, una trentenne navigata che l’aspetta a letto. “No sono stato con la donna della mia vita”. Ma ritrovarsi è difficile. Troppo doloroso, troppo aleatorio per due stranieri, rinnegati, marginali. Nel mare magnum della Parigi esistenzialista, dove Juliette Greco canta le canzoni di Boris Vian, e Sartre e Beauvoir sperimentano l’amore necessario e gli amori contingenti, non c’è spazio per i cuori puri. E l’arte non basta, anche se aiuta a distrarsi e a stordirsi, come una mossa di rock and roll. Quando finalmente esce il suo primo disco Zula, che non sa nemmeno cosa sia una metafora, lo scaraventa per terra, mentre vaga con Wiktor fra le stradine del Quartiere Latino. “E’ un bastardo” gli urla in lacrime, confessandogli la tresca col produttore francese. Per quanto ostinato, sofferto e tenace, l’amore dunque non prevede redenzione. E’ per questo che per l’ultima scena tra i due il regista ha scelto in una chiesa diroccata di fronte a un altare di pillole. “Staremo meglio nell’altro mondo”.

Marina Valensise

E' stata una delle prime firme del Foglio, dove si occupa di libri e di idee. Ha scritto un libro su Sarkozy (Mondadori, 2007), curato l'edizione italiana di vari saggi di François Furet, pubblicato un libro di viaggi nel Sud d’Italia, "Il sole sorge a Sud. Viaggio contromano da Palermo a Napoli via Salento" (Marsilio, 2012), una biografia dell’Hôtel de Galliffet, in edizione bilingue e illustrata (Skira 2015) e un saggio sulla sua esperienza alla direzione a Parigi dell'Istituto italiano di cultura dal 2012 al 2016, "La cultura è come la marmellata. Promuovere il patrimonio con le imprese" (Marsilio 2016).

Nel 2017 ha fondato un'agenzia di consulenza (vale, valorizziamo aziende artisti lavoro, esperienze)  per produrre progetti tagliati su misura per le imprese desiderose di investire nell'arte e nella cultura.

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