cerca

Dio non è morto

La secolarizzazione non avanza più, dice uno studio del Pew Research Center. Ma i dubbi sono parecchi

25 Aprile 2019 alle 06:00

Dio non è morto

Un momento della Via Crucis sul ponte di Brooklyn a New York (foto LaPresse)

Roma. La religione è tornata dopo decenni di marce funebri e necrologi che ne avevano annunciato la definitiva dipartita. Almeno così ha certificato l’autorevole Pew Research Center nelle quarantaquattro pagine che compongono il dossier intitolato A Changing World: Global Views on Diversity, Gender Equality, Family Life and the Importance of Religion. Tabelle, dati e soprattutto interviste (trentamila) condotte in ventisette paesi del mondo per dimostrare che – Europa a parte, benché anche qui vi sia qualche eccezione di rilievo – ovunque la religione è considerata una parte decisiva della propria esistenza che meriterebbe uno spazio maggiore anche nella società.

  


Scarica lo studio del Pew Research Center


  

Il grande sociologo Rodney Stark aveva già analizzato il fenomeno anni fa, smentendo qualche storiella falsa tramandata di generazione in generazione – non è vero, ad esempio, che nei secoli passati si andasse in chiesa più di ora – e profetizzando che la crescita esponenziale del cristianesimo si arresterà nell’Africa subsahariana ma continuerà in Asia, soprattutto nei paesi più avanzati. E comunque, sottolineava Stark, la crescita di una religione non è un fenomeno lineare e continuo: vive di fasi, una volta cresce, una volta cala.

 

Massimo Introvigne, sociologo e direttore del Cesnur (Centro studi sulle nuove religioni), è perplesso: “Tendo un po’ meno di altri a prendere per oro colato tutto quanto produce il Pew Research Center, che studia la religione con sondaggi a campione, un metodo che non dà certamente risposte definitive in questo campo”, dice al Foglio. “I sociologi conoscono benissimo la grande differenza di dati che si ha, per esempio, se si chiede a un campione rappresentativo di italiani se vanno a messa regolarmente (siamo oltre il 30 per cento) o se si contano quelli che effettivamente entrano nelle chiese nel weekend in aree rappresentative del territorio (siamo sotto il 20 per cento). I dati sono simili in altri paesi. Fatta questa premessa, il dato del Pew Research Center può a sua volta fuorviare. Quella che cresce è l’opinione secondo cui la religione sia oggi più importante nella vita sociale rispetto a vent’anni fa. Il dato è ovvio: i media ne parlano di più, e in genere per ragioni negative come la pedofilia dei preti cattolici o il terrorismo di matrice islamica. Ma questa opinione non significa che l’intervistato pensi che questa sia una cosa buona. Secondo l’indagine, negli Stati Uniti il 57 per cento ha un’opinione negativa di questo ritorno della religione, così come il 40 per cento in Italia contro il 28 che ne ha un’opinione positiva (lo si legge a pag. 37 del rapporto)”, osserva Introvigne.

 

Dati fuorvianti

“Del tutto diversa – aggiunge – e secondo me più significativa, è la domanda posta all’intervistato se, nella sua esperienza personale e concreta, la religione sia importante (pp. 40-44). In realtà il numero delle persone che considerano la religione ‘molto importante’ nella loro vita è sceso quasi ovunque in occidente se si guarda il dato 2002 (lo stesso Pew ci dice che guardare il dato 2017 è fuorviante, la differenza è spesso minima e l’oscillazione è nella norma): negli Stati Uniti – paese comunque molto più religioso dell’Europa – da 59 per cento a 47, in Italia da 27 a 19, in Polonia da 38 a 26. Resta sostanzialmente stabile su livelli bassi negli altri paesi dell’Europa occidentale e stabile su livelli alti in America latina. Cresce in Africa e in Asia, con l’eccezione del Giappone, dove scandali relativi a gruppi religiosi e il processo e l’esecuzione dei responsabili dell’attentato terroristico nella metropolitana di Tokyo perpetrato dal nuovo movimento religioso Aum Shinri-kyo nel 1995 hanno inferto colpi decisivi alla religione. Nella sostanza, gli intervistati dal Pew Research Center notano che i media parlano molto più di religione rispetto a vent’anni fa, ma non sono contenti del fatto che la religione abbia un ruolo maggiore nel mondo e lo percepiscono più come una minaccia e un pericolo – tranne che in Africa e in alcuni paesi asiatici”. Però, guardando i dati relativi all’Europa, sorge la domanda: siamo proprio sicuri che qui domini la secolarizzazione e che sotto lo spesso strato di laicismo (declinato secondo le forme proprie di ogni paese) non resista una sorta di anima religiosa? Non è che la laïcité serve da spiegazione più semplice e banale a una realtà invece ben più complessa? 

  

Dopotutto, è fresca l’immagine delle migliaia di giovani che davanti al rogo della cattedrale di Notre-Dame si sono inginocchiati sui marciapiedi di Parigi, intonando l’Ave Maria e innalzando preghiere a Sainte-Geneviève, la patrona della capitale, perché proteggesse la chiesa. “Le teorie della secolarizzazione classiche (più modernità significa automaticamente meno religione) sono state abbandonate dalla grande maggioranza dei sociologi già da una ventina d’anni, anche se ci sono sacche di resistenza e ‘ultime raffiche’ in Europa e anche in Italia”, spiega Massimo Introvigne. “In verità, quella che diminuisce in Europa è l’influenza sociale e politica della religione, e ci sono anche meno persone che partecipano ai riti religiosi (è la cosiddetta macro-secolarizzazione). Ma non c’è, o c’è molto meno, la micro-secolarizzazione, nel senso che una solida maggioranza degli europei continua a coltivare una vasta costellazione di credenze religiose – in maggioranza derivate dal cristianesimo, ma talora con apporti estranei come la teoria della reincarnazione – che non li porta ad andare a messa o a un culto protestante, e magari neppure a dichiararsi religiosi quando il Pew Research Center li intervista, ma certamente influenza la loro vita quotidiana in modi anche molto importanti”.

 

La questione asiatica

Tra i paesi che mostrano un più spinto “ritorno al religioso” ve ne sono diversi asiatici. Considerando la complessità di questo continente, diversissimo al suo interno, è esagerato dire che questo “ritorno” potrebbe acuire i problemi nella convivenza sullo stesso territorio tra fedi diverse? Guardiamo allo Sri Lanka e ai suoi 359 morti – bilancio ancora provvisorio ma sufficiente per rendere la strage della mattina di Pasqua la più grave, quanto a numero di vittime, dagli attentati dell’11 settembre 2001. Lì la presenza buddista, non certo tenera nei riguardi della minoranza cristiana, si fa sentire. Così come è utile pensare alla situazione delicata che si vive in Myanmar e in Pakistan. “Ho già fatto cenno all’eccezione giapponese”, premette Introvigne, che prosegue: “Se guardiamo il dato – per me più rilevante – del ruolo della religione nella vita personale dell’intervistato (non della sua opinione sulla presenza della religione nella società, che poi è la sua opinione sulla presenza della religione nei media) il livello si mantiene costante in India, nelle Filippine e in Indonesia, a livelli per gli standard occidentali altissimi. Sappiamo come l’induismo in India, il cattolicesimo – e in alcune regioni l’islam – nelle Filippine e l’islam in Indonesia abbiano un ruolo pervasivo e centrale anche nella vita politica. Il dato mostra una crescita della religione in Corea del sud, che è ben nota agli studiosi ed è dovuta soprattutto all’avanzata del cristianesimo e al fiorire di nuovi movimenti religiosi. Certamente dovunque i numeri sono altissimi, segno di quella che i vecchi sociologi chiamavano ‘effervescenza’ religiosa, le possibilità di scontro fra le religioni crescono. Lo scontro può essere semplicemente mediatico, come avviene in Corea dove i cristiani tradizionali attaccano con una virulenza che sarebbe impensabile in occidente i nuovi movimenti religiosi, o violento come nello Sri Lanka o in Pakistan, o in certe zone dell’India”. C’è una mancanza e non di poco conto, nota il direttore del Cesnur: “Colpisce il fatto che manca la Cina, dove le indagini statistiche sono sottoposte a pesanti restrizioni da parte del governo. Io dirigo un  quotidiano sulla religione in Cina pubblicato in otto lingue, Bitter Winter. Documento quotidianamente come sotto la presidenza del sorridente Xi Jinping la repressione contro le religioni sia la peggiore da quando è morto Mao. Ma documento pure come, nonostante la repressione, le religioni continuino a crescere”.

Matteo Matzuzzi

Matteo Matzuzzi

E' nato a Udine nel 1986. Si è laureato per convinzione in diplomazia e per combinazione si è trovato a fare il giornalista. Ha sperimentato la follia di fare l'arbitro di calcio, prendendosi pioggia e insulti a ogni weekend. Milanista critico e ormai poco sentimentale, ama leggere Roth (Joseph, non Philip) e McCarthy (Cormac). Ha la comune passione per le serie tv americane che valuta con riconosciuto spirito polemico. Al Foglio si occupa di libri, chiesa, religioni.

Più Visti

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Commenti all'articolo

  • Bacos50

    26 Aprile 2019 - 08:08

    Che Dio sia morto in molte società evolute tra le quali la nostra è innegabile. Se cancellassimo la parola "Dio”, pochissimi se ne accorgerebbero e nulla muterebbe. Se invece togliessimo la parola “finanza” o “tecnica”, nulla sarebbe più comprensibile e tutto si fermerebbe. In una parola Dio non fa più mondo! E in ogni caso, chi oggi crede non ha certo la visione mistica degli anni passati. Molte tradizioni sono scomparse e si è parecchio ridotta la partecipazione ai riti religiosi e similmente si è quasi estinta l’influenza sociale e politica della religione. Certamente si continua a credere in un Creatore perché farlo, costa nulla e rassicura molti nell’andare avanti, ma l’idea di un Dio ossessionato da ciò che accade nelle camere da letto trova ormai pochi sostenitori.

    Report

    Rispondi

Servizi