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Il paradosso di Ratzinger, difeso dai rabbini e contestato dai teologi tedeschi

Intervista a Elio Guerriero, curatore di "Ebrei e Cristiani", il libro sulla corrispondenza tra il Papa emerito e il rabbino capo di Vienna

16 Aprile 2019 alle 06:00

Il paradosso di Ratzinger, difeso dai rabbini e contestato dai teologi tedeschi

Il Papa emerito, Joseph Ratzinger (Foto LaPresse)

Roma. Un vecchio Pontefice e un giovane rabbino che dialogano sul rapporto tra il cristianesimo e l’ebraismo. Si confrontano, scrivono e alla fine si incontrano, nel monastero Mater Ecclesiae, in Vaticano. Un dialogo iniziato quando Benedetto XVI, nel 2017, scrisse “Grazia e chiamata senza pentimento”, un articolo pensato come contributo per l’approfondimento teologico del dialogo con gli ebrei che il presidente del Pontificio consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani, il cardinale Kurt Koch, fece pubblicare sulla rivista Communio (il Foglio anticipò la traduzione in italiano). Da lì nacque la corrispondenza tra Joseph Ratzinger e il rabbino capo di Vienna, Arie Folger, che a differenza di non pochi teologi di lingua tedesca difese lo scritto del Papa emerito. Una corrispondenza che oggi diventa un libro edito da San Paolo (Ebrei e cristiani, 144 pp., 15 euro) e che il curatore Elio Guerriero, per più di vent’anni direttore di Communio, ha definito un po’ come quella tra lo starec Zosima e il giovane Alëša dei Fratelli Karamazov.

 

È curioso (fino a un certo punto, forse) che le maggiori critiche allo scritto del papa emerito siano arrivate non da esponenti della religione ebraica, ma da accademici cattolici. Come si spiega ciò? “Direi che è proprio questa la sintesi e insieme il guadagno maggiore di questo volume”, dice al Foglio Guerriero. “La chiarezza fa procedere il dialogo, l’accordo ad ogni costo genera solo confusione. Il rabbino Folger nella prefazione dell’opera spiega che anche gli ebrei hanno dei precetti cui sono tenuti dalla Torah e non possono essere messi in discussione, bensì devono essere rispettati dai partner del dialogo. Per questo egli riconosce la stessa libertà alla chiesa cattolica. Questo punto di partenza apre la strada ad un confronto franco e leale”.

 

Qual è il punto sul quale i due interlocutori si sono trovati più vicini? “La collaborazione in campo etico a partire da quelle dieci leggi, il decalogo, che sono all’origine di ogni civiltà. Quelle leggi che i teologi liberal vogliono bellamente ignorare con l’argomentazione, almeno in campo cattolico, che il discorso della montagna, le beatitudini, ha abolito le antiche prescrizioni. Questo, però, è un falso clamoroso. Le beatitudini di Gesù non sono un’abolizione del decalogo, semmai un approfondimento in immutata validità. Al cristiano, cioè, viene chiesto un di più di amore non un di meno. Un altro campo di collaborazione è quello della salvaguardia del creato. Secondo la visione ebraico-cristiana il mondo venne creato da Dio come un giardino bello da abitare, custodire e trasmettere ai posteri. Da questa visione è facile dedurre un impegno contro lo sfruttamento selvaggio, per la condivisione delle risorse necessarie per la vita, come l’ acqua e il cibo. Un terzo campo viene dall’osservazione sociologica. Come argomentano di comune accordo papa Benedetto e il rabbino Folger le religioni diventano sempre meno rilevanti nella società occidentale e sono sempre meno tollerate da un laicismo sempre più aggressivo. Facendo progetti e prendendo iniziative comuni esse possono svolgere un ruolo non contro il mondo, ma per una visione più armonica, più aperta alla convivenza civile”.

 

Non mancano però le distanze tra Ratzinger e Folger e sono “soprattutto i cardini della fede che Benedetto ha voluto difendere dalle troppo facili concessioni dei teologi liberali. Anzitutto i dogmi legati alla persona di Gesù. Per i cattolici egli è il Messia promesso nella prima alleanza. Gli ebrei ritengono di non poterlo riconoscere perché il Messia doveva portare la pace e Gesù non riuscì in questo intento. Vi sono poi i dogmi dell’incarnazione e della resurrezione di Cristo. Se vengono meno questi dogmi, l’intero edificio crolla. Come dice san Paolo: la vostra fede è vana. E allora? Dice Ratzinger: ‘A umana previsione questo dialogo non porterà mai all’unità delle due interpretazioni all’interno della storia. Questa unità è riservata a Dio alla fine della storia’. E Folger conferma che proprio sulla base di questa chiarezza si sono fatti dei passi in avanti e altri se ne potranno fare”. Proprio il rabbino capo di Vienna si chiede se “davvero noi ebrei ci aspettiamo che la chiesa debba accettare l’ebraismo come legittima scorciatoia che bypassi la dottrina cattolica”.

 

È interessante perché paradossalmente è un rabbino a mostrare molta più elasticità di quanto non abbiano fatto certi ambienti cattolici, ma la sua non è una posizione isolata, osserva Guerriero, che dice: “Scorrendo l’elenco dei rabbini che hanno sottoscritto il documento ‘Tra Gerusalemme e Roma’, un documento di eccezionale importanza che segna il primo e più importante riconoscimento di parte ebraica circa gli sviluppi dei rapporti tra ebrei e cristiani, si nota che è la maggioranza tra i rabbini ortodossi”. Tutto bene dunque nel dialogo tra ebraismo e cristianesimo? “I progressi compiuti dal Vaticano II sono davvero sorprendenti e tra gli scopi di questo volume vi è proprio quello di portarli a conoscenza di un pubblico che non sia necessariamente di esperti. Qui si sono fatti davvero passi importanti. Al riguardo, Papa Francesco dichiarava che ‘da nemici ed estranei siamo diventati amici e fratelli’. Gli ostacoli seri sono quelli di natura cristologica cui ho già fatto riferimento. I dogmi non si possono barattare. Basta non tirarli in ballo riconoscendo reciprocamente i propri limiti, come ammette lo stesso rabbino. Sul piano dell’amicizia e della fraternità, invece, sono stati fatti molti progressi. A partire da questa concordia si può intraprendere ora un importante cammino comune”.

 

Inevitabile un accenno a quanto accaduto dopo la pubblicazione degli appunti di Benedetto XVI sulla crisi della chiesa, il ’68 e la pedofilia. “Vorrei solo dare un consiglio a Vito Mancuso che su Repubblica del 12 aprile ha detto delle sciocchezze relative a Communio e a von Balthasar. Io sono stato per più di vent’anni direttore di Communio italiana e posso testimoniare che quanto dice non corrisponde affatto alla verità. Peggio ancora su von Balthasar. Afferma che era una sorta di caposcuola della visione oppositiva al mondo. Anche gli studenti di teologia del primo anno, però, sanno che uno dei libri programmatici di von Balthasar porta il titolo Abbattere i bastioni, un appassionato invito rivolto alla chiesa ad aprire le porte per lasciar risplendere l’amore di Cristo. Sempre limitandomi ai titoli, un’altra opera di von Balthasar è Sperare per tutti nella quale, partendo da un’altra sua celebre affermazione, l’inferno è vuoto, dichiarava tuttavia che esso esiste ed è una seria possibilità per me se non risponde all’amore. Per gli altri, invece, nessuno può dire di un altro uomo che è all’inferno. Se poi lo si vuole accostare a un pensatore, egli stesso si dichiarava vicino a Plotino per il quale il mondo viene da Dio e a Lui è destinato a ritornare”. Una postilla finale: “Non possiamo dimenticare che oggi ricorre il suo novantaduesimo compleanno. Gli faccio gli auguri con gratitudine per la sua età matura che è feconda come la sua giovinezza”.

Matteo Matzuzzi

Matteo Matzuzzi

E' nato a Udine nel 1986. Si è laureato per convinzione in diplomazia e per combinazione si è trovato a fare il giornalista. Ha sperimentato la follia di fare l'arbitro di calcio, prendendosi pioggia e insulti a ogni weekend. Milanista critico e ormai poco sentimentale, ama leggere Roth (Joseph, non Philip) e McCarthy (Cormac). Ha la comune passione per le serie tv americane che valuta con riconosciuto spirito polemico. Al Foglio si occupa di libri, chiesa, religioni.

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