L’interno del Frankenstein Pub a Edinburgo. Fino a qualche anno fa era una chiesa luterana

Europa è cristianesimo

Rémi Brague

Nell’occidente che ha dimenticato le proprie radici l’annuncio cristiano non pretende di apportare alla cultura nuovi contenuti, ma di fornire una nuova e più grande prospettiva

L’11 gennaio scorso la Pontificia Università Giovanni Paolo II di Cracovia ha conferito un dottorato honoris causa a Rémi Brague, storico della filosofia e autore di insuperabili saggi su cristianesimo ed Europa. In occasione del conferimento del titolo, Brague ha tenuto una lectio magistralis in francese dal titolo “Qu’est-ce que l’Europe peut faire avec le Christianisme?”, che è stata tradotta e appare sul numero di marzo di Tempi. Dopo la trasformazione da settimanale in mensile, Tempi è distribuito solo in abbonamento (per info: www.tempi.it).

 


  

Che cosa può fare l’Europa col cristianesimo? (…). E’ noto il breve saggio di Novalis “La Cristianità ossia l’Europa”, che il poeta romantico tedesco scrisse nell’ottobre 1799 e che fu pubblicato solo nel 1826. Questo testo non è così ingenuo e rivolto al passato come si potrebbe immaginare dopo una rapida lettura. In ogni caso, al momento della sua apparizione fu inteso come un tentativo di identificare Europa e cristianesimo. Ora la situazione si è ribaltata. Qualche anno fa è divampata una polemica a proposito del Preambolo di un Trattato costituzionale dell’Unione europea. La prima bozza del testo menzionava espressamente l’eredità cristiana dell’Europa. Si è asserito, purtroppo da parte di molti miei compatrioti, che quell’affermazione nuoceva alla nostra vacca sacra: la laicità. Si cancellò la formula e la si sostituì con una vaga allusione alla tradizione religiosa. Anziché chiamare le cose con il loro nome, si è preferito farvi riferimento in modo nebuloso. Come se l’Europa non volesse – o piuttosto certi europei non volessero – avere più niente a che fare col passato cristiano del continente. Come valutare questo fenomeno? Provo sentimenti contrastanti al riguardo. Da una parte penso sia un brutto segno. E non parlo solo “pro domo mea”, in quanto difensore del cristianesimo, ma come semplice cittadino. La volontà di negare la realtà è un segno chiaro e facilmente riconoscibile dell’ideologia. Ora, io non ho alcuna voglia di essere governato da degli ideologi. La Francia ha già fatto questa esperienza nel 1793. Per non parlare dei tentativi sovietici, poi nazisti, maoisti, cambogiani sotto Pol Pot. Intendiamoci: gli ideologi di oggi non hanno la minima intenzione di commettere gli stessi crimini dei loro predecessori. Ma l’ideologia ha la sua logica intrinseca. C’è anche una “astuzia dell’irrazionalità”. Se si vuole malgrado tutto tirare fuori qualcosa di positivo da un fenomeno negativo, questa attitudine dimostra, nel peggiore dei casi, che ci sono ancora persone alle quali il cristianesimo fa paura, e questa è una cosa che, a pensarci bene, trovo molto incoraggiante. Se i cristiani dovessero perdere totalmente questa dimensione di spauracchi, allora il sale della Terra avrebbe perso irrevocabilmente il suo sapore… Grande estimatore di Chesterton, ho apprezzato particolarmente nel suo romanzo “L’uomo che fu Giovedì” il personaggio di Domenica. Questo misterioso personaggio simbolizza con tutta evidenza Dio. Egli è allo stesso tempo il capo della polizia e il leader di una cospirazione anarchica ovunque presente che semina dappertutto il disordine.

 

L’atteggiamento a cui ho fatto sopra riferimento rappresenta una sorta di punto intermedio fra due versioni di uno stesso atteggiamento di fondo negativo nei confronti del cristianesimo. Le illustro brevemente. Una versione estrema rifiuta al cristianesimo qualsiasi ruolo nello sviluppo dell’Europa. Lo spirito europeo sarebbe figlio dell’Illuminismo, ridotto alla sua espressione più radicale. L’apporto cristiano sarebbe limitato al medioevo e per questo sarebbe superato. Il medioevo altro non sarebbe che una parentesi fra due vertici radiosi: l’antichità pagana e il paese della cuccagna della Ragione che marcia progressivamente verso di noi, ma non è ancora arrivato. Di conseguenza l’Europa sarebbe destinata a sostituire la vecchia “Cristianità”. Le due – Europa e cristianità – sarebbero non solo differenti, ma opposte. Dal punto di vista della storia delle idee, c’è in questa visione un granello di verità: è vero che l’Illuminismo ha usato la parola “Europa” in contrapposizione al termine “Cristianità” che si usava in precedenza, e ciò proprio allo scopo di respingerlo. Allo stesso modo si è cercato di sostituire le nozioni cristiane con un sistema di concetti di origine illuminista. Per esempio l’amore del prossimo che è parte della virtù teologale della carità è stato sostituito dalla “beneficenza”. Ma alla fine questo tentativo si è dimostrato troppo abborracciato per poter convincere. Esiste una versione più moderata dello stesso modo di vedere. Essa attribuisce al cristianesimo un posto nella storia intellettuale dell’Europa, e pure un posto onorevole, ma appartenente a un passato irrevocabilmente superato. Il cristianesimo avrebbe certo assolto una missione nella storia dell’Europa, ma in un modo tale che ora si può fare a meno di esso. Il contenuto del messaggio cristiano avrebbe penetrato la cultura europea in modo talmente profondo che ora si potrebbe gettare la conchiglia che lo conteneva. Noi abbiamo senza dubbio una mentalità cristiana. Ora si può tranquillamente “abrogare” il cristianesimo nel senso in cui lo diceva Hegel (aufheben). Ci troveremmo di fronte a una nuova versione del protestantesimo liberale, o piuttosto della caricatura che ne hanno fatto i suoi avversari. E ancora: non si fa fatica a interpretare in questo senso il celebre saggio che Benedetto Croce ha scritto nel 1943: “Perché non possiamo non dirci cristiani”.

 

Separazione tra nazionale e religioso

A lungo termine questo atteggiamento è probabilmente più pericoloso per il cristianesimo del primo. Perciò devo riformulare la domanda iniziale in un altro modo: che cosa ha a che fare l’Europa col cristianesimo? Si può intendere la domanda in due sensi. Anzitutto significa: che rapporto c’è fra la cultura europea e la religione cristiana? Ma prendendo ogni singola parola vuol dire anche: che cosa può fare l’Europa col cristianesimo, a che cosa gli può servire? Cercherò di percorrere una dopo l’altra queste due differenti strade. In che misura il cristianesimo è stato, in passato, fattore di cultura per l’Europa? Si potrebbe rispondere alla domanda facendo la lista delle influenze cristiane sulla cultura europea. In tal modo intraprenderemmo un’analisi spettrale dell’Europa, nello spirito del conte Hermann Keyserling. L’aristocratico terriero della Pomerania aveva pubblicato nel 1929 un libro intitolato “Lo Spettro dell’Europa”. A mio parere una tale intrapresa sarebbe inopportuna per due ragioni. Da una parte, occorrerebbe misurare con precisione l’importanza dell’elemento cristiano nella formula europea, una cosa molto difficile. E che, inoltre, inviterebbe a comparare questo elemento con altre componenti: quella antica nelle sue due metà, la greca e la romana, ma anche la germanica, la slava, la celtica, l’ungherese, eccetera, ciascuna delle quali rivendicherebbe evidentemente il posto più grande possibile e farebbe valere i suoi meriti minimizzando quelli degli altri. Ne deriverebbe una sorta di guerra civile storiografica che non porterebbe a niente di buono. Dall’altra parte, e più profondamente, non si farebbe altro che passare in rassegna ciò che effettivamente è accaduto. Ora, è noto che dalla constatazione di un fatto non si ha il diritto di dedurre una norma che varrebbe per l’avvenire. Dall’essere non si può derivare nessun dover essere. Inoltre questo passato in fondo non era che una possibilità fra tante altre che avrebbero potuto realizzarsi e che, tuttavia, non sono diventate attualità. Si potrebbe anche affermare che ciò che ha avuto luogo ha impedito ciò che non ha avuto luogo, ovvero l’ha violentemente represso. Ciò che non ha avuto luogo è diventato un sogno. Ora, si sa, i sogni sono più belli della realtà, perché in essi ci si muove più liberamente che nel duro mondo dei fatti. Di conseguenza non si fa fatica a immaginare che una storia dove il cristianesimo non fosse esistito sarebbe stata più bella. E’ ciò che per esempio ha fatto Nietzsche in un lungo paragrafo del suo “L’Anticristo”. Io mi accontenterò qui di quello che si può stabilire per mezzo della scienza storica e in questo senso esporrò brevemente quello che è il contributo del cristianesimo all’Europa. Per fare ciò non descriverò ciò che di cristiano c’è nell’Europa, ma ciò che il cristianesimo ha fatto per l’Europa.

 

Presenterò anzitutto l’apporto del cristianesimo in quanto religione in generale. In seguito porrò la domanda in maniera più approfondita: che cosa ha fatto per l’Europa il cristianesimo, considerato stavolta non più come una religione in generale, ma come la religione del tutto particolare che è.

 

Come una religione fra tante, il cristianesimo ha reso possibile la nascita delle differenti nazioni d’Europa. La fusione degli abitanti romanizzati dell’Impero e dei popoli “barbari” immigrati è avvenuta attraverso la partecipazione a un’unica fede. Tuttavia è verosimile che questo ruolo avrebbe potuto essere assunto da un’altra religione. L’elemento decisivo in effetti fu che i nuovi arrivati adottarono la religione dei popoli conquistati. E questo sarebbe potuto accadere ugualmente con, diciamo, la religione di Mithra, se avesse avuto il sopravvento, o anche il manicheismo che giunse più tardi. L’islam ha fatto anch’esso qualcosa di simile per le regioni del mondo che ha conquistato. All’origine, esso era forse la religione dei cavalieri arabi che conquistarono il medio oriente. Sotto la dinastia degli Abbassidi (a partire dal 751), si cristallizzò per divenire la religione della maggioranza dei popoli conquistati, fatto in seguito al quale la differenza fra dominatori e dominati si dissolse a poco a poco.

 

Parliamo ora del contributo del cristianesimo come tale. In forza della sua specificità, il cristianesimo ha messo in moto due movimenti a lungo termine che sono stati entrambi costitutivi per l’Europa. A) Il cristianesimo ha anzitutto reso possibile la separazione fra il nazionale e il religioso. Ciò ha portato direttamente alla costituzione dell’Europa come un coro politico nel quale ogni nazione ha la sua voce per il fatto che, molto concretamente, parla la sua propria lingua. La Bibbia è stata tradotta in numerose lingue perché l’oggetto rivelato nel cristianesimo non è un “messaggio”, e ancora meno un “libro santo” dettato in una precisa lingua, ma una persona. Di conseguenza, ogni cultura si vede riconosciuta una stessa dignità. Ogni popolo è alla stessa distanza da Dio. Nella pratica, vale a dire al livello del diritto e della politica, questa separazione si è concretizzata attorno all’anno Mille. Il battesimo della Polonia, nel 966, ebbe luogo in un’epoca in cui questo paese cercava già di sfuggire all’influenza germanica. Tale movimento raggiunse il suo apogeo quando, all’inizio dell’XI secolo, il papa Silvestro II fece incoronare i re di Ungheria e di Boemia senza domandare loro di entrare a fare parte del Sacro Romano Impero. B) In seguito il cristianesimo ha reso possibile l’appropriazione dell’eredità antica, o più esattamente un certo stile di appropriazione. Diversamente dal modo abituale di appropriarsi per incorporazione e digestione, l’Europa s’è appropriata dell’eredità del pensiero antico in modo tale che l’alterità di questa eredità è stata rispettata, che l’estraneo è stato lasciato alla sua estraneità. Ciò è stato possibile perché il cristianesimo ha applicato all’ambito della cultura profana il modello del suo rapporto con l’Antico Testamento. Facendo ciò, ha reso possibile la lunga serie di Rinascimenti che hanno impresso il loro sigillo sulla storia culturale europea.

 

Servizio non è servilismo

Vengo ora alla mia seconda domanda, o piuttosto alla seconda accentuazione della domanda: a cosa serve il cristianesimo? Ciò che qui è importante è il tempo presente. La domanda allora significa: che cosa può fare il cristianesimo per l’Europa di oggi? A cosa serve? Si potrebbe considerare questa domanda come sprezzante, umiliante. Avremmo mai l’idea di domandare a cosa serve l’arte? A cosa serve la filosofia? Non è in questo senso che la pongo. Il cristianesimo si concepisce come servitore, ben inteso il servitore del suo Signore. Ma questo Signore non si è comportato come un comune padrone, poiché si è lasciato abbassare fino a divenire come uno schiavo, “assunse la forma di uno schiavo” (Filippesi 2,7). Nell’imitazione del Cristo c’è anche, necessariamente, un momento di servizio reso all’uomo. Questo non significa tuttavia affatto che i cristiani dovrebbero aiutare il mondo a raggiungere lo scopo che il mondo si propone di raggiungere sulla base dell’immagine che esso ha di se stesso. Significa ancora meno che dovrebbero mettersi a rimorchio di qualunque assurdità del momento. Il servizio non è un servilismo. In ogni modo ciò non aiuterebbe la chiesa a diventare popolare. Peggio ancora: per un “mondo” sempre pronto a lasciarsi andare a comportamenti suicidi, ciò equivarrebbe in ultima istanza a rendergli un pessimo servizio. Il cristianesimo deve piuttosto discutere col “mondo” in modo tale da mostrargli i punti delicati, quelli dolenti. Vengo dunque alla mia tesi centrale: il cristianesimo non pretende di apportare alla cultura dei nuovi contenuti: gli fornisce una nuova prospettiva. La rivoluzione cristiana è per così dire una rivoluzione fenomenologica. Essa consiste nel rendere visibile ciò che fino a quel momento era invisibile. Si spande una nuova luce, ed è per questo che in un certo senso non accade nulla. Quando accendo la luce nel mio ufficio, in un certo senso non succede proprio nulla: non appare nessun mobile in più, nessun libro in più, nessun foglio in più svolazza per terra. Ma in un altro senso, succede qualcosa di più importante: la totalità di ciò che era già presente diventa visibile. Questa dichiarazione secondo cui il cristianesimo non apporta nulla di nuovo può apparire paradossale, addirittura sconvolgente. In realtà non faccio altro che esprimere con l’aiuto di un’immagine nuova un’idea molto antica. Questa antica saggezza si trova infatti presso uno dei primi padri della Chiesa greci, sant’Ireneo di Lione. Egli scrive, con una formulazione ardita, che Cristo non ha portato nulla di nuovo. Ma, aggiunge, ha rinnovato tutte le cose apportando se stesso (omnem novitatem attulit semetipsum afferens).

 

Il basso e l’elevato

Per illustrare questa tesi mi permetto di cominciare con un esempio che, a prima vista, potrebbe apparire marginale. Si tratta dell’arte, e più precisamente delle arti che hanno per scopo quello di rendere visibili le cose; per dirlo con Schopenhauer, le “arti della rappresentazione”. Il cristianesimo ha favorito l’ascesa delle arti plastiche. Ma, in compenso, non ha reso possibile un’arte nuova. Un paragone con l’islam può essere in questo caso fruttuoso. L’islam ha proibito la rappresentazione di esseri viventi – proibizione che fortunatamente non è stata sempre seguita: si pensi alle miniature persiane. D’altra parte, questa interdizione islamica ha promosso un’arte che la compensa: la calligrafia, e più esattamente l’applicazione della calligrafia alla scrittura alfabetica. Anche i cinesi conoscono una calligrafia, che abbellisce gli ideogrammi. Il nome attuale di questa specie di arte ha conservato una traccia di questa origine: l’arabesco. In più, il cristianesimo ha reso possibile un certo stile. Qui prendo a prestito la mia idea da Erich Auerbach. Il grande filologo tedesco ha formulato la sua tesi per la prima volta nel suo libro su Dante, grazie al quale ha avuto la cattedra di filologia romanza a Marburgo nel 1929. Poi l’ha potentemente sviluppata nel suo capolavoro Mimesis. Il suo soggetto è il realismo come tratto fondamentale della letteratura europea. Il realismo, vale a dire la presentazione della realtà, è diventata per noi un’evidenza che va da sé. Non possiamo immaginare in nessun modo che uno scrittore serio possa avere un altro obiettivo. E tuttavia il realismo non è sempre esistito. Nella letteratura antica regnava in effetti una netta separazione fra due livelli di stile, ciascuno dei quali corrispondeva a un livello della realtà sociale. Lo stile elevato (sublimis) era impiegato per il destino degli eroi e dei nobili nell’epopea e nella tragedia. Lo stile umile (remissus) della commedia andava bene per le avventure del popolo minuto e anche per la malavita, come nel Satyricon di Petronio. Il realismo suppone una trasgressione: il quotidiano può essere espresso coi mezzi dello stile sublime. Cosa che corrispondeva a cancellare la frontiera fra gli stili. Secondo Auerbach, questa rivoluzione stilistica sarebbe la conseguenza diretta dei racconti sulla Passione del Cristo nei Vangeli. In questi, è ciò che c’è di più basso – dei supplizi che si concludono con un’esecuzione capitale penosa – che è raccontato nello stile più elevato. Non ho scelto questo esempio per rendere omaggio a un qualche estetismo. Quello che desidero esprimere è il modo in cui il cristianesimo ci apre gli occhi. Vittime crocefisse ce n’erano, purtroppo, a profusione. Dei crocefissi perfettamente innocenti erano già una rarissima eccezione. Dei crocefissi resuscitati, non ce n’erano mai stati. Qui è interessante anche evidenziare il modo in cui il cristianesimo opera: non predicando, e ancor meno facendosi pubblicità. Procede attraverso la descrizione, attraverso un racconto sulla vita, le opere e la morte di una persona. E quel che è decisivo è l’avvenimento, non la relazione che ne viene fatta.

 

I neonati, l’aborto, il matrimonio

Questo mi conduce a una considerazione più ampia che concerne l’azione umana. Il cristianesimo non introduce alcuna nuova morale. Più precisamente ancora: non inventa alcun nuovo comandamento. Col cristianesimo i Dieci comandamenti sono rimasti. D’altra parte si incontra il loro contenuto in epoche anteriori o altrove rispetto all’ambito di origine della religione di Israele. Forse non sono elencati in una lista così chiara come nella Bibbia. Ma sono sempre attestati in ogni cultura. La proibizione dell’incesto, quella dell’omicidio, si trovano ovunque. Niente di strano in questo, se si suppone che siano incisi nella coscienza umana. Si potrebbe ugualmente dire in modo più sobrio che senza queste regole una società umana sarebbe perfettamente impossibile. Il problema non è la conoscenza della legge morale. Ciò che importa è la sua applicazione: verso chi deve valere il Decalogo? Per vederlo occorre avere occhi. Il cristianesimo in fondo non fa altro che aprirceli. Non basta sapere che devo amare il mio prossimo. La domanda del dottore della legge a Gesù è perfettamente giustificata: chi è il mio prossimo? (Lc 10,29). Chi è uomo? Chi va considerato come uomo e chi no? Per gli ebrei dell’epoca, un samaritano era un uomo a malapena, non lo si doveva frequentare (Gv 4,9). È per questo che Gesù, di proposito, fa di un samaritano l’eroe della parabola con cui risponde alla domanda. Nell’antichità molti uomini venivano considerati degli infra-umani o dei non ancora completamente umani. Come uomini erano invisibili. Più tardi è stato il caso dei neri negli Stati Uniti, come Ralph Ellison dice già nel titolo del suo libro, L’uomo invisibile. Il cristianesimo ha reso certe categorie di uomini visibili nella loro umanità. Eccone alcuni esempi. A) L’esposizione dei neonati indesiderati o divenuti indesiderabili a causa di qualche malformazione o per qualche altra ragione era per gli antichi qualcosa di spiacevole, ma in nessun caso un crimine che si doveva evitare con tutti i mezzi. La pratica era corrente. I filosofi non ci trovavano nulla da ridire. Quando Platone delinea la città ideale nel dialogo de La Repubblica, rappresenta Socrate che approva questa pratica senza rimorsi di coscienza. Il cristianesimo, che su questo punto è del tutto nel solco dell’ebraismo, si è levato contro questo costume e lo ha a poco a poco eliminato. B) Anche l’aborto era una pratica abbastanza corrente nell’antichità. Certo, lo si considerava una cosa spiacevole, come una cattiva abitudine, ma non come un omicidio. Il cristianesimo per conto suo ritiene che il frutto dell’amore di due esseri umani è anch’esso umano. C) Nell’antichità gli schiavi erano considerati degli uomini non interamente umani. Il cristianesimo non ha cercato di liberarli – una società senza schiavi era allora impensabile. Del resto anche nella città degli schiavi in rivolta fondata da Spartaco c’erano degli schiavi. Il cristianesimo ha tuttavia privato della loro legittimità gli argomenti a favore della schiavitù, in nome della creazione dell’uomo a immagine di Dio. D) Il matrimonio delle giovani donne nella maggior parte dei casi era deciso dai loro genitori. La Chiesa è riuscita a garantire loro la scelta del coniuge. Ha dovuto combattere per secoli per ottenere per i giovani il diritto a sposarsi senza il consenso del padre. Si può ben dire che il cristianesimo ha combattuto l’esposizione dei neonati, l’aborto, la schiavitù, i matrimoni forzati, eccetera, che li ha proibiti o qualcosa del genere. Ma sarebbe più interessante dirlo in modo positivo: il cristianesimo ci ha fatto vedere il bambino, il feto, lo schiavo, la donna, come esseri umani a pieno titolo.

 

A vedere gli asseriti infra-uomini come autenticamente umani nessun microscopio può aiutarci. Per convincersene basta guardare alla contro-esperienza odierna: noi sappiamo molto meglio che nell’antichità che l’embrione si sviluppa senza soluzione di continuità dal momento della fecondazione fino al parto. Ora, questo non basta per considerarlo umano. Una trentina di anni fa si sentiva dire in certi circoli femministi, rumorosi ma fortunatamente ristretti, che il feto non era che un ascesso del corpo femminile. Senza questi estremismi, la pratica delle nostre società suppone qualcosa di analogo. Queste società sono costituite come dei club privati nei quali l’ammissione di nuovi membri dipende dai membri già iscritti, i quali si riservano il diritto di bocciare i candidati indesiderabili. Si tratta di una pratica tristemente “normale”. Una cultura “normale” distingue l’umanità di coloro che ne fanno parte in rapporto alla natura che si suppone fondamentalmente animale degli altri popoli. In certe popolazioni non esiste altro nome per designare gli appartenenti che quello di “gli uomini”, e di conseguenza gli altri passano implicitamente per animali.

 

I teologi parlano di oculata fides, di “occhi della fede”. Ogni fede ha occhi, ogni fede permette di vedere. Questo non significa che la fede farebbe vedere qualcosa di diverso dalla realtà: l’oggetto della fede non è altro che la verità. Il cristianesimo vede la realizzazione suprema dell’umano e il culmine della presenza di Dio nel Cristo, e nel Cristo crocefisso. Nel corpo di Gesù sospeso alla croce, e anche nel suo corpo morto, la presenza di Dio nell’umano raggiunge il suo vertice – non a causa della sofferenza, ma a causa dell’amore con cui la sofferenza è stata accettata. Questo vuol dire che ogni vita umana possiede una dignità intrinseca: è indifferente che possa esprimersi attraverso atti, che non lo possa ancora, che non lo possa più.

Ora posso, dopo questa lunga digressione, porre di nuovo la domanda: che cos’ha da dire il cristianesimo all’Europa? Ebbene, in un certo senso niente. Niente di nuovo. Niente che l’uomo non abbia da lungo tempo già saputo o dovuto sapere. C’è una sola cosa che il cristianesimo ha la possibilità e il dovere di insegnare agli europei di oggi: vedere l’umano anche là dove gli altri non vedono che del biologico da selezionare, dell’economico da sfruttare, del politico da manipolare, e così via.

 

Un Dio ambizioso

Poiché ho cominciato con l’arte, permettetemi di terminare questa esposizione evocando un’opera d’arte. Nella basilica di Vézelay, in Borgogna, 40 chilometri a est del minuscolo villaggio dove è nato mio padre, nel nartece si trova un timpano scolpito che rappresenta l’evento della Pentecoste, cioè la discesa dello Spirito Santo sui dodici. Attorno a questa scena lo scultore sconosciuto ha rappresentato la missione degli Apostoli presso i diversi popoli della Terra. Fra questi popoli ce ne sono molti che non sono mai esistiti se non nell’immaginazione dei geografi dell’antichità. Così si vede un gigante che si piega per carezzare la testa di un cavallo come si fa con un cagnolino, mentre un nano ha bisogno di una scala per salire su quello stesso cavallo. E si vedono figure ancora più spaesanti: degli uomini le cui orecchie sono così grandi che si potrebbero prendere per scudi, uomini il cui naso assomiglia al grugno dei maiali, eccetera. Quest’opera è tipicamente europea proprio perché richiama alla memoria l’esistenza di ciò che è assolutamente extraeuropeo. La lezione che io ne traggo personalmente è la seguente: Dio si fa dell’uomo una rappresentazione più ampia di quella che si fanno gli uomini stessi. L’antropologia divina è più inventiva di quella umana. Dio rivolge all’uomo uno sguardo più positivo e più ottimista di quello che l’uomo ha su se stesso. Di conseguenza, Dio ha più ambizione per l’uomo di quanta ne abbia l’uomo per se stesso. Ci sarà Europa tanto a lungo quanto l’ambizione umana si accenderà al fuoco dell’ambizione divina.

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