La libertà religiosa negata

Il sangue dei martiri è il vero tesoro della chiesa

Matteo Matzuzzi

Dall’Africa all’estremo oriente, passando per l’America. I numeri della persecuzione in odio alla fede crescono anno dopo anno. Ma a vincere è sempre la speranza: “L’ultima parola non è la croce, ma la resurrezione”

“Proruppero allora in grida altissime turandosi gli orecchi; poi si scagliarono tutti insieme contro di lui, lo trascinarono fuori delle città e si misero a lapidarlo. E i testimoni deposero il loro mantello ai piedi di un giovane, chiamato Saulo. E così lapidavano Stefano mentre pregava e diceva: ‘Signore Gesù, accogli il mio spirito’”. (Atti 7, 57-59)

 


 

Un’immagine di pochi secondi a intervallare il servizio sul parroco che sbarra la porta della chiesa in polemica con il ministro dell’Interno Matteo Salvini e il solito Babbo Natale che a Sydney sfreccia sulla tavola da surf poco distante dalla riva. Pochi secondi che però rendono gloria al Natale, quello vero e un po’ annacquato dalle derive mondane che ne hanno sopraffatto – non dappertutto – il valore intrinseco. E’ il 25 dicembre da pochi istanti, nel buio di una chiesa di Karachi, in Pakistan, decine di cattolici cantano rivolti all’altare e al bambinello di cui di lì a poco si celebrerà l’ingresso nella storia. Volti per nulla turbati o preoccupati, anche se avrebbero tutte le ragioni per esserlo. Minoranza fra le minoranze, perseguitati e disprezzati, la loro condizione è peggiorata da quando la Corte suprema di Islamabad ha stabilito che Asia Bibi, martire contemporanea e condannata a morte per blasfemia, avrebbe dovuto riacquistare dopo anni la libertà. Libertà che le è ancora negata, visto che neanche i vicini di casa la vogliono viva, né lei né i suoi famigliari. Credono ancora che abbia insultato il Profeta, come avevano dichiarato rabbiose le braccianti che la portarono davanti all’imam del villaggio, il quale non ci pensò più di tanto a dichiarare quella cristiana colpevole. Il governo, debole, fa quel che può: per giorni ha visto nelle strade folle di persone di tutte le età intente ad agitare cappi. I social network hanno fatto il resto. Qualcuno ha perfino tentato di argomentare logicamente perché fosse più adatta la crocifissione invece dell’impiccagione. Dopotutto è cristiana.

  

Asia Bibi resta così nel limbo, sospesa. E con lei i cristiani dell’immenso paese asiatico. Solo pochi giorni prima di Natale, una nuova – l’ennesima – condanna a morte per blasfemia. Anche stavolta, destinati alla forca, due cristiani. Un paese, il Pakistan, dove a quindici anni si può essere ammazzati dai propri compagni di scuola perché cristiani. E’ la storia di Sharon Masih, adolescente cristiano che frequentava la scuola superiore a Burewala, nel Punjab meridionale, preso a calci e pugni da adolescenti come lui fino al punto da ucciderlo. “La violenza inizia tra i banchi di scuola perché i libri di testo usati fin dalle scuole primarie e instillano negli allievi odio e intolleranza verso i non musulmani”, spiegava Anjum James Paul, presidente della Pakistan Minorities Teachers’ Association.

 

La messa di Natale a Karachi, in Pakistan. Centinaia di fedeli nonostante i cristiani siano sempre più minacciati nel paese

“Guardate l’albero”, ha detto il cardinale Joseph Coutts, l’arcivescovo di Karachi sul cui capo Papa Francesco ha voluto imporre la berretta rossa. “E’ un albero sempreverde, che resiste a tutte le condizioni meteorologiche e alle tempeste di neve. Allo stesso modo noi dovremmo resistere a tutto, rimanendo imperturbati”. “Guardate le luci, potete usare le vostre luci interiori per illuminare il sentiero agli altri con la vostra gentilezza e generosità”.

 

Sembrava di colpo d’essere tornati indietro di due millenni, quando i primi cristiani, perseguitati e non compresi adoratori di un uomo morto in croce, celebravano il Signore in luoghi di fortuna, chi sottoterra tra i morti e chi in casupole seminascoste, alla luce fioca d’una lampada. Sereni, nonostante fuori le spade fossero sguainate. Una pagina degli Atti degli Apostoli, quella che sarebbe stata letta nelle chiese il giorno dopo, memoria del martirio di santo Stefano, il primo martire. “Pieno di Spirito Santo, fissando gli occhi al cielo, vide la gloria di Dio e Gesù che stava alla sua destra e disse ‘Ecco, io contemplo i cieli aperti e il Figlio dell’uomo che sta alla destra di Dio’. Proruppero allora in grida altissime turandosi gli orecchi; poi si scagliarono tutti insieme contro di lui, lo trascinarono fuori delle città e si misero a lapidarlo. E i testimoni deposero il loro mantello ai piedi di un giovane, chiamato Saulo. E così lapidavano Stefano mentre pregava e diceva: ‘Signore Gesù, accogli il mio spirito’”.

 


 Una folla radunata all’esterno di una chiesa di Lahore, in Pakistan, dopo gli attentati che nel 2015 presero di mira la locale comunità cristiana (foto LaPresse)


 

C’è, diceva Francesco in una delle sue omelie a Santa Marta, “una consolazione, dentro. Una gioia anche nel momento del martirio. Lo stato abituale del cristiano deve essere la consolazione, anche nei momenti brutti: i martiri entravano nel Colosseo cantando; i martiri di oggi – penso ai bravi lavoratori copti sulla spiaggia della Libia, sgozzati – morivano dicendo ‘Gesù, Gesù’”. La consolazione, aggiungeva il Papa, “non è l’ottimismo, che è un’altra cosa”.

 

“Lo stato abituale del cristiano è la consolazione, anche nei momenti brutti: i martiri entravano nel Colosseo cantando”, ha detto il Papa

Il prossimo 16 gennaio sarà presentato il rapporto annuale sulla persecuzione a danno dei cristiani realizzato da Open Doors/Porte Aperte. Un bilancio tragico, con il computo dei cristiani uccisi in odio alla fede cresciuto rispetto al 2017. I numeri di un anno fa bastano a delineare il quadro: 3.066 cristiani uccisi, 15.540 chiese e proprietà attaccate, 215 milioni i cristiani perseguitati nel mondo. “Purtroppo –  diceva qualche giorno fa a Vatican News Cristian Nani, direttore in Italia di Porte aperte – c’è un aumento del numero di cristiani uccisi nel corso del 2018. Le fonti sono e saranno sempre principalmente il fondamentalismo islamico e il nazionalismo religioso, come ad esempio in India, e purtroppo si è ampliato anche il numero di paesi in cui la persecuzione si sta facendo sentire”. La terza guerra mondiale a pezzi, come dice Bergoglio, ha anche una matrice religiosa. Non solo legata alla fede, certo. Ma anche, e non in modo del tutto superficiale. E’ dello scorso novembre l’ultimo rapporto di Aiuto alla chiesa che soffre sulla libertà religiosa. In trentotto paesi si registrano “gravi o estreme violazioni” su questo fronte. Il 61 per cento della popolazione mondiale vive in paesi in cui non vi è rispetto per la libertà religiosa, nel 9 per cento vi è discriminazione, nell’11 per cento vi è persecuzione. Il paradosso è che all’indebolimento delle milizie dello Stato islamico ha fatto da contraltare l’emersione di nuovi gruppi para jihadisti, in Africa e in Asia. E se Boko Haram sembra avere perso la spinta propulsiva d’un tempo, in Nigeria sono i pastori fulani (che di bucolico hanno ben poco, essendo veri guerriglieri islamisti) a essersi resi responsabili negli ultimi anni di massacri che nulla hanno da invidiare a quelli compiuti dai più noti terroristi di Boko Haram. Alla presentazione del rapporto c’era anche il vescovo copto-cattolico di Minya, che così descrisse la libertà religiosa in Egitto: “E’ a senso unico: per un cristiano che si converte all’islam la strada è spianata ma per un musulmano che voglia convertisti al cristianesimo o al giudaismo non è affatto così. E’ una libertà garantita solo sulla carta”. Anche qui, un martirologio che s’aggiorna continuamente: bus di pellegrini fatti saltare in aria, chiese assaltate la domenica delle Palme, la notte di Natale. Fino al 2 novembre scorso, giorno dei defunti, quando “una famiglia andata a battezzare il figlio è stata colpita e non è più tornata a casa”. Eppure, anche qui, incredibilmente, a rendere possibile la continuazione della storia è sempre la speranza, quella così evidente sui volti dei fedeli di Karachi: “La chiesa in Egitto vive con la speranza che l’ultima parola non è la croce ma la resurrezione”. Semplice a dirsi, ma evidentemente è così nella realtà.

 

Tra pochi giorni sarà presentato il rapporto di Open Doors sulla persecuzione: i numeri sono peggiori rispetto a un anno fa

Stefano lapidato ritorna nei volti dei sacerdoti, i tanti missionari uccisi in odio alle fede. Il rapporto dell’Agenzia Fides delle Pontificie opere missionarie presenta un quadro drammatico. Negli ultimi dodici mesi i missionari assassinati nel mondo sono stati quaranta, quasi il doppio rispetto ai ventitré del 2017. Trentacinque di essi erano sacerdoti. “Dopo otto anni consecutivi in cui il numero più elevato di missionari uccisi era stato registrato in America, nel 2018 è l’Africa ad essere al primo posto di questa tragica classifica”, si legge nel dossier. Nel continente della speranza, dove il cristianesimo fiorisce a ritmi che in Europa non si vedono più da tempo, sono stati uccisi diciannove sacerdoti, un seminarista, una laica. Viene quasi da pensare, rileggendo le storie di questi testimoni, che il cristianesimo vissuto a quelle latitudini sia un cristianesimo diverso da quello sperimentato in occidente, così impelagato in dibattiti di contorno, dove sovente l’ideologia – anche tra i sacerdoti – prevarica il significato ultimo e fondamentale del messaggio cristiano. Don Joseph Gor e don Felix Tyolaha, nigeriani, sono stati uccisi nell’attacco mortale da parte dei pastori jihadisti fulani, nel villaggio di Mbalom. Si è nello stato di Benue, che strategicamente divide il nord a preponderanza musulmana dal sud cristiano. Il massacro, si legge sempre nel rapporto dell’agenzia Fides, è avvenuto all’alba del 24 aprile 2018, durante la messa delle 5.30 del mattino, “molto frequentata dai parrocchiani”. La messa era appena iniziata e i fedeli stavano ancora entrando in chiesa, quando sono stati esplosi numerosi colpi di arma da fuoco da un gruppo armato, entrato all’improvviso nel luogo di culto. Panico, la gente cerca di scappare. Diciannove persone, tra cui i due sacerdoti, sono stati uccisi a sangue freddo. Molti i feriti. Dopo aver attaccato la chiesa, i banditi sono entrati nel villaggio e hanno razziato e raso al suolo più di sessanta case. Don Albert Toungoumale-Baba, centrafricano, 71 anni. Ucciso a Bangui. Un gruppo armato ha assalito la parrocchia mentre don Albert e alcuni fedeli stavano celebrando la messa per la festa di san Giuseppe, il 1° maggio. Il sacerdote ucciso si trovava in quella chiesa per la celebrazione in quanto cappellano del movimento Fraternité Saint Joseph. Un martirologio che valica monti e oltrepassa mari. Don Richmond Nilo, 44 anni, assassinato da due sicari armati il 10 giugno, mentre si preparava a celebrare la messa vespertina in un piccolo villaggio nel nord delle Filippine. Il terzo in sei mesi in una terra profondamente cattolica il cui presidente, Rodrigo Duterte, definisce la chiesa “un ritrovo di pedofili” e sostiene che siccome i vescovi “non servono a niente” vanno “uccisi”. Come dimenticare poi il Messico, la cui terra è impregnata del sangue di tanti preti, spesso rapiti e ritrovati morti tempo dopo, torturati e freddati. Don Ivan Jaimes e don Germain Muniz Garcia, assassinati in un agguato lungo la strada tra Taxco e Iguala, il 5 febbraio. Avevano appena partecipato alla festa della Vergine della Candelora, stavano tornando a casa. Un veicolo bloccò loro la strada, uomini armati fecero il resto. Ad aprile sarebbe toccato al giovane (trentatreenne) don Juan Miguel García. Aveva appena terminato la messa. Rientrato in sacrestia, un commando lo inseguì e gli sparò. Don Juan Miguel era appena stato inviato in quella parrocchia nello stato di Jalisco, in sostituzione di un parroco trasferito perché minacciato di morte.

 

Secondo Aiuto alla chiesa che soffre, il 61 per cento della popolazione mondiale vive in paesi in cui la libertà religiosa non è rispettata

Ma è proprio dove la testimonianza si fa più alta che lo sguardo al presente è paradossalmente più sereno, come quello che si notava sul volto dei cattolici di Karachi che incuranti delle minacce si recavano alla messa di Natale. “Questo è il primo Natale che viviamo dopo le violenze, il primo che viviamo in sicurezza, senza paura di mortai, di atti terroristici”, ha detto a Vatican News padre Bahjat Elia Karakach, parroco del convento di San Paolo a Damasco. “Quindi si respira un clima veramente molto positivo e gioioso. Le celebrazioni sono ovunque, gente per le strade, nei mercati, anche le piazze della città sono abbellite. Ringraziamo il Buon Dio perché finalmente riusciamo a tornare alla normalità”. Ancora una volta, la serenità nonostante tutto. Che è quella che si percepisce perfino in Afghanistan, dove i cristiani costituiscono un’irrisoria percentuale in una realtà che è quasi totalmente islamica e che per anni è stata dominata dall’estremismo talebano. Diceva padre Giovanni Scalese, superiore della missione cattolica nel paese asiatico, che “molti di coloro che fanno parte della nostra comunità cristiana e che frequentano regolarmente la chiesa, in queste occasioni [Natale, ndr] tornano a casa per celebrare la festa con le loro famiglie; però ci sono altri che rimangono per tanti motivi e che in queste occasioni partecipano alle celebrazioni. Per noi è molto importante, perché proprio in questi momenti si prende maggiore consapevolezza della propria identità, di ciò che siamo. Il fatto di celebrare la nascita di Cristo significa per noi ricordarci che siamo cristiani e quindi anche quel dovere di dare una testimonianza”.

 

La lunga scia di attentati contro i cristiani in Egitto. “La libertà è qui garantita soltanto sulla carta”, dice il vescovo copto di Minya

“Voi siete una chiesa di martiri. Il sangue dei vostri martiri e la testimonianza di fede di tanti vostri fratelli e sorelle sono un tesoro per la chiesa e un seme di nuova vitalità, ha detto pochi giorni fa il segretario di stato vaticano, il cardinale Pietro Parolin, celebrando la messa nella cattedrale caldea di San Giuseppe di Ankawa, in Iraq. Terra dove pochi anni fa le case dei cristiani venivano marchiate con la “n” di nazareno, quasi si trattasse di un simbolo d’infamia. I cimiteri devastati, le croci divelte. Gli antichissimi monasteri dove si pregava in aramaico, rasi al suolo. Eppure sono tornati a vivere, come il monastero di Mar Benham, poco lontano da Mosul. Violato dalle orde jihadiste del Califfato, per la prima volta pochi giorni fa è tornato a ospitare la santa messa. E se il governo iracheno invita il Papa – non ci andrà perché “non ci sono le condizioni”, hanno fatto sapere dal Vaticano – e stabilisce che il Natale è festa per tutti i cittadini, la realtà poi è meno luminosa. Lo spiega, conversando con Benjamin Puech del Figaro, Abraham Lallo, già vicedirettore di un campo profughi a Erbil e oggi consigliere comunale a Bertella, ricordando ad esempio che da anni i cristiani iracheni domandano di modificare i programmi attivi nella scuola pubblica: “Tutti i bambini sono obbligati a imparare il Corano. E soccombiamo al pregiudizio che il cristiano è inferiore”. Dopotutto, nelle moschee fondamentaliste i mullah teorizzano che il disprezzo dei cristiani è un atteggiamento richiesto esplicitamente da Maometto. Ancora una volta, i cristiani si ritrovano nel mezzo, stretti stavolta tra le milizie sciite e i sunniti radicali. “Senza gesti concreti dal governo entro un anno, senza l’aiuto dell’esercito che garantisca una sicurezza vera, dovremo andarcene. Se si aggiunge a ciò la mancanza si lavoro, si può capire che per le giovani generazioni non c’è futuro in Iraq”, sottolinea Lallo.

 

In vaste zone dell’Iraq l’odio verso il cristiano instillato a scuola. “Soccombiamo al pregiudizio che il cristiano è un essere inferiore”

Il quadro nella vicina Siria non è troppo dissimile. Il Figaro ha realizzato uno speciale sui cristiani nel vicino oriente, presentando prima di tutto i numeri certi, forniti da fonti affidabili. Aleppo: prima della guerra i cristiani in città erano 150 mila. Ora sono 30 mila. A dirlo è il nunzio apostolico a Damasco, il cardinale Mario Zenari. Secondo L’Oeuvre d’Orient, in tutto il paese i cristiani oggi sarebbero 750 mila, a fronte dei due milioni di sette anni fa. “I cristiani sono stati il bersaglio collaterale di una guerra che non li riguardava”, ha detto il vescovo maronita Samir Nassar. Alawiti contro sunniti e in mezzo i cristiani. Storia triste, di certo non inedita. Cristiani che si domandano cosa accadrà dopo, quando il conflitto sarà per davvero finito e si tratterà di sgomberare le strade dalle macerie, di rimettere in piedi un paese. Tornerà chi se n’è andato lontano? Quale posto avranno loro nell’assetto futuro delle istituzioni? Mons. Pierbattista Pizzaballa, amministratore apostolico di Gerusalemme, diceva tempo fa a questo giornale che “quanto accaduto in questi anni ha ferito la coscienza di tutti. Ci vorranno molto tempo e diverse generazioni per recuperare il tipo di coesistenza precedente la guerra”. E anche se “i numeri non torneranno in breve tempo ai livelli pre-bellici”, i cristiani resteranno: “Saremo pochi, ma non scompariremo”.

 

Il sangue dei martiri rende davvero fertile la terra e prova ne è la storia della chiesa coreana, una delle più dinamiche dell’oriente asiatico, schiacciato tra il comunismo cinese e quello nordcoreano, tra le timide aperture vietnamite e una difficoltà per così dire ancestrale che ha il cristianesimo ad attecchire in quel mondo. Papa Francesco, un anno dopo la sua elezione, beatificò in Corea centoventiquattro martiri. Trent’anni prima, centotré erano stati elevati agli onori degli altari da Giovanni Paolo II. Piccola rappresentanza delle migliaia di perseguitati perché fedeli a Cristo. Un caso peculiare, quasi unico, perché il cristianesimo in Corea non fu portato dai religiosi, ma iniziò a portare frutto grazie ai laici. “Nella misteriosa provvidenza di Dio, la fede cristiana non giunse ai lidi della Corea attraverso missionari; vi entrò attraverso i cuori e le menti della gente coreana stessa”, disse Francesco. “Essa fu stimolata dalla curiosità intellettuale, dalla ricerca della verità religiosa. Attraverso un iniziale incontro con il Vangelo, i primi cristiani coreani aprirono le loro menti a Gesù. Volevano conoscere di più su questo Cristo che ha sofferto, è morto ed è risorto dai morti. L’apprendere qualcosa su Gesù condusse presto ad un incontro con il Signore stesso, ai primi battesimi, al desiderio di una vita sacramentale ed ecclesiale piena, e agli inizi di un impegno missionario”. Poi, “dopo che i primi semi della fede furono piantati in questa terra, i martiri e la comunità cristiana dovettero scegliere tra seguire Gesù o il mondo. Avevano udito l’avvertimento del Signore, e cioè che il mondo li avrebbe odiati a causa sua; sapevano il prezzo dell’essere discepoli. Per molti ciò significò la persecuzione e, più tardi, la fuga sulle montagne, dove formarono villaggi cattolici. Erano disposti a grandi sacrifici e a lasciarsi spogliare di quanto li potesse allontanare da Cristo: i beni e la terra, il prestigio e l’onore, poiché sapevano che solo Cristo era il loro vero tesoro”. Un po’ come per i cattolici cinesi, che nell’ultimo secolo hanno vissuto da una parte la persecuzione comunista, dall’altra si sono scontrati con i sospetti occidentali per una fede così particolare: erano definiti “cristiani del riso”, ricordava sempre un grande missionario qual era padre Piero Gheddo: “Uomini e donne rei d’aver barattato la fede in cambio di qualche vantaggio materiale. Salvo poi scoprire che i cristiani del riso erano gli stessi che poi si sono fatti uccidere pur di non rinunziare alla fede”. Gaetano Pollio, vescovo di Kaifeng poi espulso dalla Cina maoista nel 1951, ricordava nel suo diario le torture – anche quelle solo psicologiche – gli interrogatori che duravano dalle tre alle otto ore, gli assurdi divieti imposti dalle guardie (“Vietato pregare con le labbra”, le domande dei giudici inquisitori. Oggi la persecuzione è per lo più in guanti bianchi, si vietano le croci perché deturpano il panorama, ma il cammino verso la piena libertà è ancora lungo e irto di ostacoli. Come quelli che vivono ormai quotidianamente i cristiani in Venezuela: “Non ci sono più Bibbie”, diceva mesto il vescovo di Calabozo, Manuel Felipe Diaz Sánchez.

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  • Matteo Matzuzzi
  • Friulsardo, è nato nel 1986. Laureato in politica internazionale e diplomazia a Padova con tesi su turchi e americani, è stato arbitro di calcio. Al Foglio dal 2011, si occupa di Chiesa, Papi, religioni e libri. Scrittore prediletto: Joseph Roth (ma va bene qualunque cosa relativa alla finis Austriae). È caporedattore dal 2020.