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Il tormento di Paolo VI davanti al dramma dell’uomo moderno

Non è stato solo il Papa della Humanae Vitae

14 Ottobre 2018 alle 06:00

Il tormento di Paolo VI davanti al dramma dell’uomo moderno

Foto Wikipedia

Roma. La migliore definizione di Paolo VI, che domenica mattina – insieme ad altri beati, tra cui Oscar Romero – sarà proclamato santo da Papa Francesco, l’ha data probabilmente il suo amico Jean Guitton: “Ci troviamo di fronte a una personalità complessa, moderna. Sente, si angoscia, soffre come noi. Paolo VI porta nella sua natura una profonda analogia con l’uomo moderno, ne ha le sue aspirazioni e il tormento”. Soffermandosi su queste parole, riaprendo i capitoli della vicenda recente della chiesa – cinquant’anni non sono niente in una storia lunga due millenni – si comprende la tensione che visse Montini sul Soglio di Pietro, il dubbio, l’incertezza che vedeva rafforzarsi giorno dopo giorno non solo nel popolo fedele, ma anche tra le file stesse della chiesa. Angosciato più che cupo, sofferente più che triste.

 

A Paolo VI fu affidato il compito di riportare la Barca in porto dopo che il suo predecessore l’aveva fatta salpare verso il mare aperto, tra burrasche inevitabili e bonacce solo apparenti. Montini vedeva che il mondo stava neppure troppo lentamente voltando le spalle a Cristo; aveva compreso che la sfida del moderno stava scalfendo princìpi assodati ed evidenze che si ritenevano scontate. Nel suo discorso più drammatico, quello passato alla storia per “il fumo di Satana che è entrato nel tempio di Dio” – lo pubblichiamo integralmente nell’inserto di questo giornale – Paolo VI disse che “è entrato il dubbio nella nostra coscienza, ed è entrato per finestre che dovevano essere aperte alla luce: la scienza. Ma la scienza è fatta davvero per darci delle verità che non distaccano da Dio, ma ce lo fanno cercare ancora di più e celebrare con maggiore intensità? E dalla scienza invece è venuta la critica di tutto, è venuto il dubbio di tutto quello che è e di tutto quello che conosciamo, e gli scienziati sono quelli che curvano la fronte più pensosamente e più dolorosamente, e finiscono per insegnare: ‘Non so, non sappiamo, non possiamo sapere’”. In un discorso meno noto, pronunciato due anni dopo, nel 1974, dirà che “gli uomini di questo tempo sono degli esseri fragili che conoscono facilmente l’insicurezza, la paura, l’angoscia”.

 

Paolo VI è stato sì il Papa dell’Humanae vitae, l’enciclica scritta in solitudine e che in gran solitudine lo lasciò dopo, quando interi episcopati – capeggiati da cardinali autorevolissimi – gli si rivoltarono contro, prendendo le distanze dal testo e dal Pontefice stesso. Un monumentale argine a una diga che vedeva attraversata da crepe sempre più minacciose. Le divisioni odierne, al confronto, sono facezie. Ma ridurre il pontificato montiniano alla sola Humanae vitae significherebbe fare torto alla storia. Paolo VI, in quindici anni, ha davvero traghettato la chiesa nella contemporaneità, aprendo alla modernità ma senza cedere davanti a essa. È stato il Papa che ha compreso la necessità di mostrarsi a ogni latitudine del pianeta, non più figura ieratica che appariva quasi soltanto alla Loggia delle benedizioni ma apostolo in mezzo al popolo.

 

È stato il Pontefice che ha fissato la sua eredità nella Evangelii nuntiandi, che ha riformato le strutture della chiesa senza trasformarla in una sorta di Onu delle talari. Montini aveva capito che all’uomo che voltava le spalle a Dio bisognava dare risposte, indicare strade in questa “terra dolorosa, drammatica e magnifica”, come avrebbe scritto nel suo testamento. Il progresso aveva portato con sé anche l’alienazione di quello stesso uomo, privato di appoggi, sicurezze, punti fissi. Montini lo vede con i propri occhi a Milano, quando a metà degli anni Cinquanta sarà chiamato a succedere al cardinale Ildefonso Schuster. Una città che non era una: attorno al nucleo storico stavano crescendo tante città, periferie tutte uguali, inumane. Avvierà un progetto per costruire nuove chiese e centri di ritrovo. Spesso, ancora una volta, in solitudine. Una cifra che l’avrebbe segnato per sempre e lo fa ancora oggi, santo la cui tomba resterà nelle Grotte vaticane, al riparo dal clamore e dei trionfi della basilica.

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Commenti all'articolo

  • carloalberto

    15 Ottobre 2018 - 13:01

    Io invece penso che Paolo VI morì, per così dire, di crepacuore per aver visto fallire il suo grande progetto di conciliare la Chiesa e la modernità, tradito anche da tutti coloro che lasciarono la Chiesa e la Fede per seguire gli idoli in voga. Qualcuno dovrebbe chiedergli scusa, e non mi riferisco ai soliti reazionari alla Lefebvre, ma semmai ai tipi alla Danneels che adesso sono tanto giulivi perché in Vaticano c'è papa Francesco. Poi magari qualcuno dovrebbe confutare una buona volta la categoria stessa di modernità, ma non chiediamo troppo.

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  • carlo.trinchi

    14 Ottobre 2018 - 19:07

    Un papa del dubbio, un papa che aveva capito la svolta non del concilio che c’era e portò a compimento ma la svolta del 68 e delle sue manifestazioni che oscurarono il concilio stesso. Poi il caso Moro che lo segnò a vita dove la sua posizione politica di rilascio del prigioniero senza contropartite lo lasciò solo in mezzo ad un agglomerato politico che celebrava il martire negato dalla famiglia. Paolo sesto fu un uomo più che un grande e la sofferenza che mostrava era la consapevolezza dei limiti umani compreso il soprannaturale che doveva essere reiterpretato perché distante dal mondo contemporaneo. Uomo vero e santo nel senso umano della parola e che riposi in pace nelle segrete grotte vaticane lontano dalle distrofie di una umanità confusa e sul punto di perdersi.

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