Papa Paolo VI (foto LaPresse)

Passata la festa, gabbato lo santo? Con Paolo VI non è proprio possibile

Giuliano Ferrara

La fine del Vaticano II, il fumo di Satana, l’enciclica percepita come uno scandalo. La grandezza di Paolo fu nel suo aver capito che era successo qualcosa di grave e nella preparazione di un Conclave storico che elesse un guerriero della fede

Ora presentano san Paolo VI come il pontefice del dialogo e della riforma liturgica, il che non è falso in sé, peggio, è parziale fino alla deformazione. Giovanni Battista Montini era un progressista, secondo gli schemi di classificazione in uso, e rese possibile la conclusione, con la sua luce e la sua ombra, di un Concilio, il Vaticano II, che doveva correggere la pietrificazione ieratica della chiesa cattolica da Pio IX a Pio XII, con la rilevante eccezione della dottrina sociale di Leone XIII e qualche pragmatismo pastorale e politico di altri vicari di Pietro. Si diede da fare con energia. Il Concilio era stato annunciato da Giovanni XXIII per aggiornare il linguaggio e la posizione della chiesa nel mondo. Entrarono subito in gioco, con le nuove tendenze teologiche radicali del nord europeo, con il costituzionalismo ecclesiastico e assembleare di Dossetti e con la svolta dei gesuiti, fattori di rottura. Paolo VI, succeduto nel 1963 a Giovanni, limitò la portata delle innovazioni rivendicate, lui che era per istinto e cultura un innovatore, legato alla nouvelle théologie emarginata da Papa Pacelli. Il suo fu un capolavoro di governo ecclesiastico, con la difesa intelligente del primato papale dopo la stagione dell’infallibilità (cum Petro, sub Petro), con una duttile apertura visibile nelle costituzioni apostoliche e nella dichiarazione sulla libertà di coscienza e di culto che riabilitò la chiesa di Roma dal suo passato antigiudaico e liquidò altri fulmini dottrinali contro i “deliri” della libertà moderna.

 

Ma il romanzo del nuovo santo è tutto nella tragedia del periodo successivo al Concilio. La chiesa cominciò a disfarsi nelle sue strutture, nella sua identità, nel suo amor proprio, e il vangelo sine glossa, la predicazione di un cristianesimo delle origini, patristico, finì nel cattolicesimo di base e nella teologia della liberazione, finì nella distruzione del principio di realtà, custodito per anni dal tomismo, dalla dottrina filosofica e metafisica del Dottore della Chiesa del XIII secolo che era stato, non per caso, il grande nemico della Riforma luterana, l’uomo da bruciare dalle cattedre di Wittenberg. Qui il temperamento amletico e drammatico di Paolo VI, evidente a chi abbia letto il suo vero testamento letterario e sacerdotale che è la splendida lettera “agli uomini delle Brigate rosse”, si fece largo nella disdetta, nel clima di stravolgimento e rottura che pretendeva per sé il segno di una nuova Pentecoste, di una nuova discesa dello spirito fondatrice di un’altra chiesa che ripartiva da zero facendo, nello spirito dell’epoca, tabula rasa del passato e della tradizione. Citando Jacques Maritain, al quale era legato personalmente, Paolo accennò al fumo di Satana e alla sua capacità di penetrazione dentro le mura della cattolicità, e non era la solita invocazione catechistica del Diavolo tentatore, era una affermazione impegnativa e profetica di filosofia della storia. E per essere più chiaro, avendo chiesto un parere collettivo sulla sessualità umana nel mondo contemporaneo della pillola anticoncezionale, e ottenuta una esplicita inclinazione aperturista, chiuse la serranda con amore tragico per la sua verità, la verità cattolica, con la sua ultima enciclica, la Humanae vitae del 1968. Fu percepita e recepita quell’enciclica come uno scandalo, il Papa venne trattato come uno straccio da una parte del clero, e apertamente disobbedito, altro che Viganò, su una questione di cultura e di sostanza nel giudizio sulla modernità.

 

La grandezza di Paolo fu nel suo stare muto negli ultimi anni, nel suo rifiuto di scrivere altre lettere encicliche, nel suo aver capito che era successo qualcosa di grave e nella preparazione di un Conclave storico che elesse un Papa straniero, un guerriero della fede e della morale che si portò con sé il teologo Ratzinger, suo successore, per l’ultima battaglia conosciuta dei cattolici a petto del mondo individualista e conformista dell’edonismo e dell’indifferentismo relativista dispiegato. Uno può pensarla come vuole, naturalmente, ma Paolo VI testimoniò un dramma di quelli a lento svolgimento, crudeli, striscianti, a volte incomprensibili, che sono il sale della buona vita di una chiesa maestra, docenza discutibile quanto si voglia, di cultura e di umanità. Poi ci sono il dialogo, la politica italiana, il moroteismo, il centrosinistra, e la riforma liturgica con il suo spirito fresco e nuovo, ma anche con le sue brutture e approssimazioni. Passata la festa, gabbato lo santo: con Paolo VI, francamente, non è possibile.

  • Giuliano Ferrara Fondatore
  • "Ferrara, Giuliano. Nato a Roma il 7 gennaio del ’52 da genitori iscritti al partito comunista dal ’42, partigiani combattenti senza orgogli luciferini né retoriche combattentistiche. Famiglia di tradizioni liberali per parte di padre, il nonno Mario era un noto avvocato e pubblicista (editorialista del Mondo di Mario Pannunzio e del Corriere della Sera) che difese gli antifascisti davanti al Tribunale Speciale per la sicurezza dello Stato.