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Accelerazione sul processo trattativa

La sentenza depositata nell’anniversario della strage di via D’Amelio sostiene che il contatto del Ros con Ciancimino ha accelerato l’omicidio Borsellino. Ma dimentica un altro fattore 

19 Luglio 2018 alle 21:07

Accelerazione sul processo trattativa

Foto LaPresse

Accelerazione. Questa è la prima parola chiave nelle cinquemila pagine di motivazioni della sentenza sul processo trattativa depositate oggi in perfetta sincronia con le commemorazioni nell’anniversario della strage di via D’Amelio. “Ove non si volesse pervenire alla conclusione dell’accusa che Riina abbia deciso di uccidere Borsellino temendo la sua opposizione alla trattativa... in ogni caso non c’è dubbio che quell’invito al dialogo pervenuto dai carabinieri attraverso Vito Ciancimino costituisca un sicuro elemento di novità che può certamente avere determinato l’effetto della accelerazione dell’omicidio di Borsellino e di lucrare… maggiori vantaggi rispetto a quelli che sul momento avrebbero potuto determinarsi in senso negativo”.

  

Lasciamo stare i “vantaggi negativi” e la prosa contorta, lasciamo stare che Riina fu arrestato proprio da quei carabinieri, concentriamoci su concetto che la sentenza intende esprimere: il contatto del Ros con Ciancimino ha accelerato l’omicidio Borsellino. L’accelerazione è un dato oggettivo, si misura rispetto al tempo. L’omicidio Borsellino, già programmato, viene commesso a luglio, due mesi dopo la strage di Capaci e due mesi prima dell’omicidio di Ignazio Salvo che chiude la serie di quattro omicidi legati alla sentenza del maxi processo. Un omicidio ogni due mesi. Quelli dei magistrati si incrociano con la attesa nomina del primo procuratore nazionale antimafia, coincidenza temporale che la sentenza rifiuta di prendere in considerazione, preferendo il suo contorto ragionamento. Cominciamo malissimo.

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Commenti all'articolo

  • gmatteuzzi

    20 Luglio 2018 - 12:12

    Avete notato quanta visibilità mediatica si sta dando ad un processo civile che, tra tribunale, corte d'appello e cassazione dura da 33 anni e, si prevede, finirà tra non meno di altri tre?. La notizia non è un vero scoop: molti sono i processi "maggiorenni" che dormono nelle cancellerie italiane. Credo si voglia preparare il volgo ad un messaggio chiaro: non sorprendeteve se il processo trattiva, tra appello, cassazione e giudizi di rinvio si protrarrà esattamente quanto la vita degli imputati, senza arrivare ad una sentenza definitiva.

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  • luigi.desa

    20 Luglio 2018 - 10:10

    La lunga intervista -comizio- di Piero Grasso a In Onda ( la solita 7) ha mostrato quanto è degenerata antropologicamente la magistratura italiana tutta avvolta nella realtà finzione , legalità a gogo e fiction giurisprudenziale -Quando Il Foglio apparve su la terra gli scrissi ( la ossesservavo dalla nascita della repubblica) che la magistratura era profondamente corrotto dal punto di vista antropologico culturale . Tale situazione impedisce un qualunque progresso culturale essendo già cultura radicata. Sono molti i magistrati che vivono una realtà virtuale ,scrivono sentenze di fantasia abbaiano alla luna ma addentano ferocemente il cittadino alle terga. Hanno un concetto di legalità fatto in casa ( loro) .Resta comunque lo stellone d'Italia ,molti giudici di merito prendono a pesci in faccia i pm anche se ciò non ripristina la giustizia violata.

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  • guido.valota

    20 Luglio 2018 - 10:10

    Se occorrono 5000 pagine per motivare una sentenza, quella sentenza non sta in piedi come non stavano in piedi i discorsi da otto ore di Fidel Castro. Se vogliono evitare che qualcuno si prenda la briga di leggerle possono anche limitarsi a dieci righe, gli elettori dei loro referenti politici si fermano alle prime tre con tendenza a due.

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  • giantrombetta

    20 Luglio 2018 - 08:08

    Molte sentenze da tempo sono testi di sociologia politica, e talune paiono apparentarsi addirittura ai comizi. Poi uno si chiede come e perché molti magistrati, soprattutto procuratori, scendano direttamente in politica a comiziare per farsi eleggere e momentaneamente cambiar mestiere, ovvero far politica nelle sedi della politica. Tanto per capirci, in molte sentenze l’assenza di prove certe e dimostrate al di la’ di ogni ragionevole dubbio, viene sostituita dal nuovo assioma giuridico caro alle Procure secondo cui l’imputato “non poteva non sapere” e dunque non poteva non fare. E se talvolta cio’ che ha fatto non costituisce reato accertato, va comunque in sentenza menzionato affinché il popolo sia comunque informato.

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