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La sentenza sulla Trattativa è un romanzone che non sta in piedi

Se c’è una trattativa ci deve essere chi la fa, il mandante e il perché. Nelle cinquemila pagine scritte dai magistrati del collegio della Corte di assise di Palermo ci sono queste informazioni?

28 Luglio 2018 alle 06:11

Quanto conta la difesa nel processo sulla Trattativa? Poco

Il pool dell'accusa al processo per la Trattativa (foto LaPresse)

Al direttore - I nuovi romanzieri siciliani con le loro cinquemila pagine e più sulla Trattativa stato-mafia hanno dato dei punti a Lev Tolstoj con il suo romanzetto “Guerra e pace” e finanche all’ermetico e cupo Franz Kafka che scrisse addirittura un romanzo dal titolo “Il processo”. Bazzecole dinanzi allo sforzo culturale dei magistrati del collegio della Corte di assise di Palermo che ha sentenziato sulla presunta Trattativa. Non abbiamo ancora cominciato a leggere questo nuovo romanzo, impegnati come siamo stati a stampare le 5.250 pagine della sentenza, ma abbiamo divorato con aggressiva curiosità gli articoli scritti dai maggiori mafiologi nostrani e ci sono cadute subito le braccia.

  

Senza offesa per nessuno, se c’è una trattativa ci deve essere chi la fa, il mandante e il perché di questa trattativa. Insomma qual è o quali sono le utilità che i contraenti della trattativa portano a casa. Se queste semplici domande non dovessero trovare risposta come non le hanno trovate nei tanti articoli dei nostri maestri mafiologi, tutto è fuffa. E veniamo al dunque. Secondo i nuovi scrittori, coloro che hanno condotto la trattativa sarebbero alcuni alti ufficiali dei carabinieri, i generali Subranni e Mori e il capitano De Donno. Ma su ordine di chi questo gruppo di carabinieri si sarebbe mosso per fare una trattativa con i mafiosi, e per ottenere cosa? Quei carabinieri non fecero altro che ripetere quello che intelligentemente fece Gianni De Gennaro nel 1988 quando senza mandato alcuno fece entrare clandestinamente Totuccio Contorno, braccio destro di Stefano Bontate, per disarticolare la cosca corleonese guidata da Riina. Ma come è possibile non capire che investigatori del calibro dei carabinieri citati avvicinarono Vito Ciancimino per convincerlo a pentirsi dinanzi alla commissione antimafia che puntualmente – dopo aver deciso di sentirlo – lasciò cadere quell’audizione che avrebbe forse fatto fare una svolta sulla lotta contro la mafia? Solo per la cronaca, chi impedì quella audizione fu Luciano Violante, allora presidente della commissione antimafia, con Enzo Scotti capogruppo Dc nella stessa commissione. Sui mandanti, dunque, silenzio assoluto. Tranne un’ipotetica sollecitazione dell’ex ministro Mannino preoccupato di essere ucciso, il cui nome viene usato quando non si ha più cosa dire invece di vergognarsi per l’ignobile e lunga carcerazione preventiva che gli è stata inflitta salvo poi vederlo assolto dalla Corte di appello e dalla Cassazione.

  

Il generale Mori fu l’autore di un’indagine sugli appalti siciliani che gettò un’ombra su tutti i democristiani siciliani, Mannino e Mattarella compresi. Se tanto mi da tanto, nessun democristiano, dunque, poteva dare quell’incarico a chi indagava su di loro. Ma chi erano i politici al governo nel 1992-’93? Amato per otto mesi e poi sino alla primavera del ’94 Carlo Azeglio Ciampi, mentre il ministro di Grazia e Giustizia in entrambi i governi era Giovanni Conso. Il partito egemone in quegli anni era il Pci di Achille Occhetto e Luciano Violante. Quel potere egemone nasceva dal fatto che era l’unico partito non coinvolto dalle indagini della procura di milano. Dunque, se un mandato politico doveva esserci, questi non poteva che essere ricondotto al presidente del Consiglio o al ministro della Giustizia o ad Achille Occhetto e Luciano Violante, notoriamente legato ad ambienti giudiziari. Nessuno di questi è stato indagato e quindi non c’era un mandato politico. Andiamo avanti sulla base di ciò che abbiamo letto dai nostri maestri mafiologi. In assenza di un mandato politico, l’iniziativa poteva nascere dall’interno stesso dell’arma dei carabinieri ma oltre ai tre ufficiali citati nessuno del comando generale è stato chiamato in causa e i tre pur essendo ufficiali brillanti non potevano rappresentare l’intera arma. Può darsi allora che l’iniziativa fosse nata da un interesse personale? Possibile, ma quale sarebbe stato questo interesse talmente forte da far tradire la divisa e il paese? Silenzio assoluto, perché la fantasia non può entrare nel dettaglio. Ma allora con un salto triplo, logico e temporale, si tira in ballo un altro nome passepartout, quello di Marcello Dell’Utri con all’orizzonte la sagoma di Silvio Berlusconi. Un déjà-vu ridicolo e incomprensibile perché nel 1992-’93 Dell’Utri e Berlusconi non avevano incarichi politici e non erano nemmeno in procinto di entrare in politica. Sarebbero stati così potenti da indurre tre carabinieri a portare avanti la trattativa con la mafia via Ciancimino surrogando così i poteri del governo della sinistra perché nel novembre dello stesso anno Conso potesse revocare a trecento mafiosi il carcere duro del 416 bis? Inoltre, l’utilità dei carabinieri quale sarebbe stata? Silenzio assordante.

  

A chi non ricorda gli avvenimenti di cui parliamo dobbiamo precisare che la strategia stragista dei mafiosi di Totò Riina iniziata nel febbraio del 1992 con l’uccisione di Salvo Lima e proseguita con quella di Falcone e Borsellino si allargò nel 1993 con le bombe di Roma Firenze e Milano tra il maggio e il luglio del ’93. In quel periodo solo il Pci aveva un potere in grado di sollecitare una trattativa di quel tipo ma dal momento che nessuno è stato indagato dobbiamo immaginare che quel mandato non sia mai stato dato da alcun politico del Pci né tantomeno dal comando generale dell’Arma. Quindi la presunta trattativa non ha alcun mandato tra quelli possibili, non è emersa alcuna utilità per i tre carabinieri condannati e quindi nessun movente, mentre l’ingresso nel processo di Dell’Utri rispecchia solo il tentativo disperato di non concludere nel nulla un processo di cinque anni mettendo dentro qualcuno già condannato con sentenza passata in giudicato per concorso esterno in associazione mafiosa. Noi per il momento ci fermiamo qui, volendo leggere ciò che forse è sfuggito ai nostri maestri mafiologi ai quali, però, sono sfuggite anche queste semplici domande necessarie per ogni reato: i mandanti, gli esecutori, gli interessi degli uni e degli altri. Nel passato abbiamo raccontato un’altra storia e dopo aver letto le cinquemila pagine ne scriveremo, sine ira et studio, con l’unico desiderio di offrire al paese una verità vera e non romanzata pronti naturalmente a fare ammenda, se necessario, di tutto ciò che abbiamo scritto nel passato e che è ben noto alla procura di Palermo dal momento che al dottor Ingroia inoltrammo negli anni passati diversi nostri articoli che ricostruivano ben altra storia in poche pagine brevi, concise e compendiose.

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