L'autenticità del papello

Massimo Bordin

Secondo Di Matteo la fotocopia consegnata da Ciancimino non ha tracce di manipolazione. Resta un pezzo di carta con un elenco di richieste scritte non si sa da chi

Giornata particolarmente importante ieri per la requisitoria al processo sulla cosiddetta trattativa. Il pubblico ministero Antonino Di Matteo ha messo in fila alcuni pilastri dell’inchiesta avviata dal dottore Ingroia e vi ha applicato alcuni criteri di verifica. Qui oggi si analizza uno di essi, l’autenticità, criterio chiamato in causa e positivamente verificato dal pm su due colonne portanti dell’accusa, il famoso papello e le altrettanto note intercettazioni audiovideo di Totò Riina al 41 bis. Di Matteo sostiene che la fotocopia consegnata da Massimo Ciancimino, al contrario di altre carte provenienti dalla stessa fonte, non ha evidenti tracce di manipolazione e carta e stampa sono compatibili con l’epoca della presunta redazione. Resta un pezzo di carta con un elenco di richieste scritte non si sa da chi, ma secondo l’accusa prova la veridicità della trattativa di cui parlò per primo, citando il papello, Giovanni Brusca. Altrettanto autentiche le intercettazioni carcerarie di Riina, o meglio, autentiche le cose dette dal capomafia che, sempre secondo l’accusa, non pensava di essere intercettato e dunque diceva la verità. Benissimo. Proviamo a incrociare le due “prove” e vediamo cosa dice del papello Riina nelle intercettazioni. “Brusca è un pallista. Io gli ho detto di interessarsi per suo padre (Bernardo Brusca, all’epoca moribondo in carcere), perché io in Cassazione non potevo fare niente. No che gli ho dato il papello!”. Il papello se lo è inventato Brusca, dice poco dopo Riina “e loro vogliono far entrare il porco per il di dietro”.