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Lo zeitgeist della Trattativa

Più che la pesantezza della pena richiesta dalla procura di Palermo per Mario Mori, a far riflettere è il giudizio della pubblica accusa

27 Gennaio 2018 alle 06:10

Lo zeitgeist della Trattativa

Mario Mori (foto LaPresse)

Può colpire la pesantezza della pena, 15 anni di reclusione, appena uno in meno di quelli richiesti per Leoluca Bagarella, feroce pluriassassino oltre che capomafia, ma quello che deve fare davvero riflettere nella richiesta della procura di Palermo nei confronti del generale Mario Mori è il giudizio che la pubblica accusa ha fissato, nella sua fluviale requisitoria, a proposito della più importante operazione guidata dall’allora capo operativo del Ros dei carabinieri. La cattura di Riina, ovvero la risposta dello Stato alla sfida sanguinaria delle stragi di Capaci e via D’Amelio, diventa nella narrazione dei magistrati palermitani “una tessera di un puzzle che gronda sangue”, un pilastro di una costruzione infame. Questo ha detto ieri, nella sua conclusione il procuratore aggiunto Vittorio Teresi, questo ha articolato nel suo ultimo intervento il pm Antonino Di Matteo. L’arresto del capo dei corleonesi diventa una vittoria della mafia, un passaggio decisivo di una trama ordita dai criminali in combutta con lo Stato, un remake del caso del bandito Giuliano come se da allora nulla fosse cambiato nella storia del nostro paese e nei rapporti fra mafia e politica. Una ricostruzione storicamente assurda e giudiziariamente temeraria, visto che per affermarla in sentenza si dovrebbero ribaltare cinque sentenze che l’hanno smentita nei suoi punti chiave. E’ improbabile che si arrivi a un esito del genere ma è innegabile che sarebbe figlio dei tempi che stiamo vivendo, uno zeitgeist che gli iniziatori della inchiesta, i pm Antonio Ingroia e Roberto Scarpinato, hanno contribuito a costruire nel corso degli anni. Un complicato escamotage procedurale fa sì che a giudicare sia, insieme ai togati, una giuria popolare che potrebbe incarnare lo spirito del tempo a dispetto delle risultanze processuali che nulla hanno portato alle tesi dell’accusa. E’ l’unico rischio che corre la difesa. Per tutti, comunque vada, c’è n’è uno aggiuntivo. La discesa in politica del dottore Di Matteo.

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  • iksamagreb@gmail.com

    iksamagreb

    29 Gennaio 2018 - 09:09

    Assodata la faziosità dichiarata delle toghe per loro stessa ammissione in quanto si proclamano aderenti a concezioni ideologiche contrastanti e di parte del "bene comune" e della legalità, ne consegue che tutte le toghe sono implicitamente potenzialmente ricusabili. C'è qualcuno in grado di dimostrare che questa è esattamente la Magistratura' prevista dalla Costituzione?

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  • agostinomanzi

    27 Gennaio 2018 - 10:10

    Oramai c'è da avere paura a essere al servizio dello Stato: il tritacarne è sempre in azione. Istituiremo mai un giorno della memoria per i Tritati Vivi?

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  • carlo schieppati

    27 Gennaio 2018 - 09:09

    Aveva ragione il Cav: a chi fa il pm dovrebbero prima fargli una visita psichiatrica.

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    • gesmat@tiscali.it

      gesmat

      27 Gennaio 2018 - 10:10

      Una visita psichiatrica non serve a niente, vista la pericolosità dell'ambiente che facilmente innesca patologie di vario tipo: mania di grandezza, delirio di onnipotenza e deformazioni professionali varie, senza dimenticare il rischio di contagio dei delinquenti con cui convivono. E' necessario un controllo psichiatrico semestrale, affidato a psichiatri svedesi o cinesi, o comunque non corrompibili, vista la grande capacità di corrompere degli stessi magistrati.

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