L'intervista

Urbano Cairo: “La libertà è anche ospitare putinisti e macchiette nei talk”

Salvatore Merlo

Tra etica e fatturato. L’editore di La7 replica alle polemiche sulla propaganda russa in tv e spiega: “La gente sa distinguere. Le persone non sono stupide. Non le convinci dicendo due cavolate"

Roma. “Non è mica una malattia infettiva a largo raggio”, ride Urbano Cairo. “Non è che uno ascolta in televisione un putiniano e allora diventa lui stesso putiniano, così, per contagio. Come fosse il Covid”. Eppure Mario Draghi si è lamentato della televisione in Italia. Anche Enrico Letta, ieri, sul Foglio, con  Claudio Cerasa: troppi russofili nei talk-show. Il baraccone televisivo appare animato da strane figure appartenenti alla commedia. Sociologi posseduti, filosofe invasate, mattoidi, urlatori, e anche tanti ammiratori di Putin. Pure a La7. E infatti nelle polemiche c’è finito un po’ anche lui. L’editore. Cairo, appunto. Ruolo complesso, quello dell’editore, che dev’essere imprenditore abile a moltiplicare gli affari, recettore delle istanze del pubblico ma anche forse educatore dei loro gusti e delle loro esigenze. Ecco. Quando glielo si dice, Cairo sorride d’un sorriso a filo d’erba, quasi con l’infinita pazienza di Cristo verso Tommaso. Pragmatico. “Guardi, l’unica cosa sbagliata da fare nell’editoria, credo io, è sottrarre”, dice. “La cosa sbagliata è spegnere. Non fare sentire. Silenziare. Quello è l’unico vero potere di persuasione occulta e pericolosa. Il potere da non esercitare. La7 non è una televisione putiniana. E’ ovvio. La7 fa ascoltare e vedere tutto. Il che è esattamente il contrario del putinismo, è il contrario di ciò che avviene nei paesi autoritari. Da noi, se senti parlare i russi ti fai un’idea. Infatti è giusto ascoltarli. Inoltre, quando queste persone, questi ospiti, fanno propaganda vi assicuro che il telespettatore li sgama immediatamente. Le persone non sono stupide. Oggi la gente che ascolta ore e ore di tv è molto disincantata. Non la convinci dicendo due stupidaggini. Le dico di più: di alcuni di questi personaggi televisivi filoputiniani secondo me la gente ride”. Come ride? “Ma certo che ride”. Di scherno. Ma parla di Orsini? “Dico in generale. Gli spettatori non sono dei baluba e la televisione non è una scatola diabolica che fa il lavaggio del cervello. Mesi fa dicevano che i No vax non dovevano partecipare ai talk perché diffondevano un messaggio sbagliato, ve lo ricordate no? Ecco, poi però cos’è successo? E’ successo che l’Italia, con tutti i No vax in televisione, è diventato uno dei paesi con il più alto tasso di vaccinati al mondo”. 


E’ anche vero, tuttavia, che ci fu una reazione istituzionale e di informazione, pro vaccino, molto forte. Con prese di posizione da parte di Draghi (“non vaccinarsi è un invito a morire”) e persino di Sergio Mattarella. “Ma le faccio un altro esempio”, risponde Urbano Cairo. Prego. “L’altro giorno stavo ascoltando Massimo Giletti, e c’era in onda questo ventriloquo di Putin, Vladimir Solovev”. La voce di Rossija 1. “Proprio lui. Ebbene lo ascoltavo e provavo persino un po’ di rabbia. Ingenerava in me un sentimento opposto”. Però Enrico Mentana ha detto che lui i propagandisti e i mattocchi non li invita, è contrario. Si è posto in alternativa ai conduttori di talk-show. Persino a quelli del suo canale. Di La7. “Mentana ha le sue idee, fa il direttore del nostro telegiornale e ora è anche il conduttore di un programma molto intelligente sulla guerra, ed è libero di esercitare come crede meglio la sua straordinaria professionalità. Esattamente come tutti gli altri direttori e conduttori”. Alcuni fanno spettacolo mischiato a informazione. “La democrazia è anche questo. I programmi sono tanti e di generi diversi tra loro. Ma se gli ascolti di La7 salgono in concomitanza di ogni grande evento, che sia la guerra o la pandemia, questo deve farci riflettere”. Che vuol dire? “Voglio dire che se siamo così apprezzati nei momenti di crisi significa che la gente si fida, che il nostro prodotto funziona”. Quindi chi critica sta sbagliando? Conta solo l’audience? “Se il prodotto non è di qualità, non c’è nemmeno il pubblico. Glielo assicuro”.
 

E l’editore che responsabilità ha? “L’editore? Beh, moltissima responsabilità. E’ l’editore che sceglie i direttori, che chiama i conduttori, che chiede conto dei risultati. Però...”. Però? “Però l’editore non è un satrapo della sua azienda, specie se fa davvero l’editore. Cioè se davvero campa di editoria e non di altro”. E Cairo si riferisce forse al fatto che spesso gli “editori”, che esattamente tali non sono, talvolta presidiano uno spazio per ragioni d’interesse finanziario o politico, per proteggere altre loro attività. Che considerano principali. “Le aziende editoriali devono vivere di mercato, di copie vendute, di audience, di attenzione ai costi e di buona raccolta pubblicitaria”. Quindi l’editore puro esercita meno censure degli altri, interviene meno sui contenuti? “Dico solo che l’esigenza principale dell’editore è il compromesso non facile tra tutte queste cose che ho elencato prima. Se non vi piace una cosa su La7 o sul Corriere della Sera, voi pensate di venire da me e imputarmelo. E’ giusto. Ci sta. Ma non è esattamente così che funziona. Non in un posto sano. L’editore sceglie il direttore, decide se aver un certo conduttore. E poi evidentemente con conduttori e direttori ci parli, ma non è che gli imponi di invitare o non invitare qualcuno. O gli dici che devono scrivere una cosa piuttosto che un’altra. Mica gli dai una linea rigida”. E cosa fai? “Decidi, per esempio, che La7 è una piazza in cui si dibattono le idee italiane. E per animare questa piazza chiami dei grandi professionisti, dei giornalisti, che ritieni sappiano fare questo lavoro. Poi sono loro che in libertà interpretano una missione editoriale. E rispondono dei risultati”. In una continua corrispondenza di ragion pratica e sentimento puro, par di capire. “E certo, perché dal loro talento dipende la resa del prodotto. Noi abbiamo circa 4.000 dipendenti e oltre 6.000 collaboratori. Se  fai scelte sbagliate le cose non funzionano. E se le cose non funzionano le aziende chiudono. Noi siamo anche quotati in Borsa. Come ben si capisce quello che sto descrivendo è un equilibrio complicato, che descrive il ruolo dell’editore. Una funzione che non si può semplificare con accettate di massimalismo. Ho letto cosa ha scritto sul Foglio Giuliano Ferrara, e non sono d’accordo. Noi dobbiamo fatturare, tenere l’occupazione alta e contemporaneamente offrire un prodotto editoriale che sia onesto sotto il profilo deontologico e aggiungo io persino morale. Tutti sbagliamo, certo, ma in linea di massima credo proprio di non avere fatto grossi errori. La7 è una televisione di successo, con ottimi ascolti, tanti programmi e moltissima libertà. Una cosa di cui le persone si accorgono”.
 

Ci sono i putiniani. O le macchiette. “Sì, anche, ma in mezzo a tante altre voci che vengono messe a confronto. Lo ripeto: anche questa è libertà. E non significa essere putiniani, anzi è il contrario. Poiché siamo forti della nostra libertà ascoltiamo anche i russi. Quanto alle mie convinzioni personali, per ciò che contano, ho pochi dubbi: sono ammirato dalla tenacia, dall’orgoglio, dalla forza e dalla dignità del popolo ucraino che resiste contro l’invasore. La loro è una guerra a difesa di princìpi democratici che sono i nostri stessi princìpi. E ci ricordano che la libertà non è scontata. Ma va difesa”. Anche la libertà di dire stupidaggini in tv? “Io penso di sì. E lo ripeto: le stupidaggini, se sono tali, non passano”.

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  • Salvatore Merlo
  • Milano 1982, vicedirettore del Foglio. Cresciuto a Catania, liceo classico “Galileo” a Firenze, tre lauree a Siena e una parentesi erasmiana a Nottingham. Un tirocinio in epoca universitaria al Corriere del Mezzogiorno (redazione di Bari), ho collaborato con Radiotre, Panorama e Raiuno. Lavoro al Foglio dal 2007. Ho scritto per Mondadori "Fummo giovani soltanto allora", la vita spericolata del giovane Indro Montanelli.