Attrarre di più in Italia. Come? Chiacchiere con Enrico Letta

Claudio Cerasa

Il cambio di passo di Draghi con Biden, l’embargo, il reshoring, i vizi dei media italiani e un tema chiave. Parla il segretario del Pd

Enrico Letta dice di essere preoccupato. È preoccupato, dice, per la piega che sta prendendo la guerra. E come molti leader europei non vede nelle azioni di Vladimir Putin “un solo segnale che possa offrire uno spiraglio per l’inizio dei negoziati”. È preoccupato per la piega che sta prendendo il dibattito pubblico in Italia e pur essendo consapevole delle sensibilità diverse che esistono sul tema del conflitto tra Europa e Stati Uniti considera pericolosa l’idea sposata da alcuni politici e da molti osservatori, in base alla quale “le responsabilità della guerra che si protrae siano di chi difende l’Ucraina e non di chi l’Ucraina sta provando a invaderla da mesi: non ha ovviamente senso”. È preoccupato, Letta, per ciò che potrebbe significare, per la nostra economia, per la nostra occupazione, per le nostre imprese l’aumento dell’inflazione, il costo delle materie prime, l’incremento dello spread, che rischia di sottrarre denari preziosi per tamponare la crisi, ed è preoccupato Letta anche per “il peso che potrebbe avere la guerra sul nostro tessuto produttivo”.

 

È preoccupato per tutto questo, Letta, ma lo è anche per la difficoltà con cui una parte importante della classe dirigente italiana, e di quella imprenditoriale, pur dicendosi consapevoli della necessità di sostenere l’Ucraina per difendere la nostra democrazia e la nostra libertà “non sembrano avere intenzione di usare la difesa dei nostri valori non negoziabili per dare una nuova forma alle proprie traiettorie imprenditoriali”.

 

È preoccupato per questo, Letta, ma anche, osservando i talk-show italiani, per il modo “unico” con cui molti mezzi di informazione del nostro paese hanno scelto di fare quello che nel resto d’Europa nessuna televisione ha scelto di fare, ovverosia fare da cassa di risonanza alla propaganda russa: “Mi capita spesso di vedere dibattiti in Francia, e in altri paesi come l’Inghilterra, e non riscontro fenomeni come quelli che osserviamo da molti mesi in Italia”. È preoccupato Letta, per tutto questo, così come è preoccupato per il modo disinvolto con cui i media italiani, negli ultimi giorni, hanno distorto prima il pensiero di Stoltenberg (che non ha mai detto che la Nato avrebbe impedito la cessione della Crimea alla Russia) e poi quello di Macron (che non ha detto che per arrivare alla pace non bisogna umiliare Putin). È preoccupato da tutto questo, Letta, e mentre passeggia velocemente a Roma, in piazza Sant’Andrea della Valle, di fronte all’ufficio dell’Arel, trova il tempo, il segretario del Pd, per dialogare qualche minuto con il Foglio e per ragionare su quello che è stato il senso del viaggio di Mario Draghi in America, dal presidente Joe Biden.

 

“Gli europei – ci dice Letta – dovrebbero essere grati a Draghi per quello che ha fatto in America. Draghi ha negli Stati Uniti un’autorevolezza che nessun altro ha nell’Unione europea. E il presidente ha fatto valere la sua voce a Washington per rappresentare bene un clima complesso che c’è in Italia e in Europa: un clima che si sta deteriorando. Credo che la sua fosse la voce che più di chiunque altra, senza secondi fini elettorali, poteva far entrare nell’agenda americana il senso chiaro del deterioramento di questa situazione”. 


In che senso, segretario? “Nel senso che Draghi ha messo in guardia gli Stati Uniti sulla situazione che c’è in Italia e in Europa, che si fa sempre più complessa. Europeisti e atlantisti hanno il dovere di aiutare l’Ucraina a difendersi, con tutti i mezzi a disposizione, ma gli Stati Uniti hanno il dovere di aiutare l’Europa a trovare un punto di caduta”. Che nel concreto significa? “Il punto di caduta deve essere una maggiore attenzione alla comunicazione e all’uso delle parole. In questo senso, l’uscita di Boris Johnson sul portare la guerra in Russia ha fatto dei danni. Questo deve essere un punto chiave: si difende l’Ucraina, non si fa la guerra alla Russia. C’è un’oggettiva differenza, che non è certo quella tra armi difensive e offensive, ma quella tra la difesa dell’integrità dell’Ucraina e l’offensiva nei confronti della Russia. Quest’ultima nessuno se la può permettere”.

 

Il punto fondamentale, insiste Letta, è “ragionare sulla creazione di condizioni per un cessate il fuoco e per un negoziato. In questo, negli ultimi giorni, mi pare ci sia stato un buon gioco di sponda tra Draghi e Macron”. Letta, preoccupazione a parte, considera però la crisi generata dall’invasione di Putin, “non dimentichiamo mai chi è che ha invaso e chi è che si sta difendendo”, come un’incredibile opportunità per non essere più dipendenti dalla Russia, dal punto di vista energetico, “ma anche per accelerare alcuni processi strategici che potrebbero aiutare l’Italia a diventare un hub per l’energia nel Mediterraneo e che potrebbero aiutare l’Italia ad accelerare la costruzione di una nuova sostenibilità energetica europea”.

 

“Continuo a credere – dice Letta, pochi istanti prima di infilarsi negli uffici dell’Arel – che l’embargo totale sull’energia russa, gas e petrolio, sia una scelta tanto dolorosa quanto doverosa. Rispetto al futuro, però, la scommessa non è solo quella di ridefinire il perimetro della nostra identità energetica ma è anche quello di capire che il nuovo corso della globalizzazione offre infinite opportunità per il nostro paese”. Letta condivide l’analisi di chi sostiene che la globalizzazione del futuro sarà costretta a ridisegnare le catene di approvvigionamento e andrà ad accorciare le distanze delle proprie produzioni (si passerà dalla logica del just in time, si produce quello che serve al costo più basso possibile, a quella del just in case, si produce più di quello che serve anche con dei costi leggermente più alti per avere degli impianti più vicini in grado di sopperire alla eventuale mancata produzione degli impianti più lontani). E in questo scenario, dice Letta, una battaglia strategica per il nostro paese dovrebbe essere una: l’attrattività del nostro paese, per far rientrare in Italia alcune catene produttive strategiche. “Il reshoring è una parola difficile ma è la parola chiave per inquadrare le sfide che avrà l’Italia nei prossimi mesi. Sono certo che il governo riuscirà a mettere il tema al centro della sua agenda”. Magari con un ministro ad hoc? Letta fa un sorriso e gentilmente si congeda. 

 

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.