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La Rai nel post Di Maio

L’ad Salini perde il suo sponsor, ma si semplifica il rapporto con Zingaretti che vuole Orfeo al Tg3

24 Gennaio 2020 alle 06:00

La Rai nel post Di Maio

Fabrizio Salini (foto Vincenzo Livieri/LaPresse)

Roma. Mentre la querelle sullo spot pro Salvini by Bruno Vespa andato in onda nell’intervallo della partita Juve-Roma mercoledì sera per ora si è risolta con analogo spot pro Zingaretti trasmesso ieri sera durante Don Matteo (ma le polemiche proseguiranno, perché la Rai ha aperto un’istruttoria e difficilmente Zingaretti raggiungerà i 5 milioni e 300 mila telespettatori che hanno visto Salvini), a Viale Mazzini ci si domanda: l’abbandono di Luigi Di Maio alla guida dei 5 Stelle indebolisce oppure no l’amministratore delegato Rai, Fabrizio Salini?

  

La cosa non è di poco conto, perché Salini è sempre più sotto l’assedio del Pd, che si sente sottorappresentato nelle direzioni dei telegiornali. Il fatto di non avere toccato i Tg, ancora nelle mani di 5 Stelle e Lega, nelle nomine del 14 gennaio scorso ha fatto esplodere l’ira funesta di dem e renziani, che un giorno sì e l’altro pure sparano bordate contro l’ad. Per Italia Viva ci pensa il solito Michele Anzaldi, mentre tra i dem a marcarlo stretto sono Dario Franceschini, Antonello Giacomelli e Lorenza Bonaccorsi. Che, insieme ad Andrea Orlando, un paio di settimane fa gli hanno dato l’avviso di sfratto: “L’azienda è paralizzata e Salini non è in grado di gestirla, ne prenda atto e se ne vada”. Ieri è tornata alla carica pure Rita Borioni. “Salini faccia un intervento immediato per ripristinare pluralismo e imparzialità nella tv pubblica”, ha detto la consigliera in quota dem, che però sulle nomine si è astenuta, lasciando aperto uno spiraglio.

   

Tutto nasce dal veto di Luigi Di Maio a Mario Orfeo, indicato da Pd e Iv per la direzione del Tg3. Ora, senza Di Maio, il veto pentastellato sull’ex direttore del Tg1 potrebbe cadere, aiutando così Salini nella difficile impresa di ricucire con Zingaretti e Renzi. Da una parte, dunque, Salini perde il suo principale sponsor politico, Luigi Di Maio, e questo lo rende più debole ed esposto alle raffiche che arrivano dalla politica senza una boa sicura cui aggrapparsi. D’ora in avanti potrà contare sull’appoggio di Crimi, Spadafora, Casalino e anche di Giuseppe Conte, ma non è la stessa cosa. Dall’altra, però, senza Di Maio, Salini ha le mani più libere per gestire il complicato rapporto col Pd senza più il timore di scivolare troppo a sinistra. Ha più margini di manovra. E questo lo aiuta.

   

“Con una direzione di telegiornale al Pd Salini si fa un’assicurazione sulla vita. Potrà andare avanti potendo contare sull’anomala maggioranza composta da M5S, Pd e Fdi, visto che il consigliere Giampaolo Rossi sta dalla sua parte”, ragiona una fonte bene informata delle vicende televisive. Il tutto avverrà dopo le Regionali di domenica, dove una vittoria di Bonaccini in Emilia aiuterebbe il quadro.

   

Dopo le nomine di metà gennaio, infatti, nel Pd si erano straconvinti di voler cacciare Salini, tanto che, secondo fonti parlamentari, al Nazareno si era già iniziato a sondare possibili candidati alla successione. “Verresti a fare l’ad della Rai?”, la domanda rivolta ad almeno tre manager importanti. Negative, finora, le risposte: un po’ per lo stipendio non altissimo (c’è il tetto del 240 mila), un po’ perché entrare in corsa, rischiando di trovare solo macerie, non è granché invitante. Insomma, il nome alternativo a Salini ancora non c’è e questo rafforza l’attuale dirigenza, compreso Marcello Foa, il cui destino è strettamente legato a quello dell’ad, nonostante ora il presidente si trovi in minoranza.

    

Il possibile schema per Salini è doppio: sostituire Giuseppina Paterniti al Tg3 con Orfeo o un altro nome gradito ai dem, spostando la direttrice agli approfondimenti news. Oppure spostare Paterniti al Tg1 al posto di Giuseppe Carboni, lasciando libero il Tg3 a un giornalista in quota Pd. In questo caso, a farne le spese sarebbe Carboni, per il quale si aprirebbero le porte di Rainews, con Antonio Di Bella spostato agli approfondimenti. Il paradosso è che, in questo puzzle, a farne le spese sarebbero Carboni e Paterniti, ovvero i direttori dei Tg che vanno meglio, nel senso che perdono meno ascolti rispetto a un anno fa (-0,21 il Tg1 delle 20, -0,73 il Tg3 delle 19), mentre quello che perde di più, il Tg2 di Gennaro Sangiuliano (-1,6 alle 13, -0,85 alle 20.30), non viene toccato. Ma si sa, in Rai, sull’informazione, conta di più la lottizzazione e Sangiuliano ora dirige l’unico tg dell’opposizione (Lega), quindi è intoccabile. Intanto, però, c’è Sanremo, col suo carico quotidiano di polemiche: dopo il caso di Junior Cally, ora è scoppiato quello dei cachet degli ospiti. Ci sono i 140 mila euro chiesti dalla fidanzata di Cristiano Ronaldo e i 300 mila che avrebbe chiesto Roberto Benigni. Olè.

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