Di Maio smentisce Crimi e l'ad della Rai, Salini, fa aleggiare le dimissioni

Salvatore Merlo

L’azienda è bloccata dalle liti di potere tra Pd e M5s. Non si fanno le nomine. Fermo il piano industriale. A rischio i palinsesti

Roma. Niente nomine alla Rai, nemmeno nel cda che si riunisce oggi. L’azienda è bloccata dai veti politici. Il piano industriale non parte. Non si fanno i palinsesti. Non si capisce più chi comanda e chi fa cosa. E ben presto potrebbe anche diventare persino difficile vendere la pubblicità per il prossimo autunno. Tanto che i manager che si occupano degli aspetti finanziari della grande azienda pubblica dicono di essere preoccupati. L’amministratore delegato, Fabrizio Salini, ha un discorso pronto, da pronunciare questa mattina davanti al cda, rivolto ai consiglieri (di nomina parlamentare), certo, ma rivolto sostanzialmente all’editore, cioè alla maggioranza di governo, al Pd e al M5s che litigano sui nomi impedendo il funzionamento dell’azienda: “Questo è il momento in cui la maggioranza deve dimostrare di esistere”. Salini chiederà piena fiducia, anzi praticamente chiederà i pieni poteri, per agire sulle nomine. Da ieri sera tuttavia l’amministratore delegato ha iniziato a sondare i partiti e i membri del consiglio, per capirne l’orientamento. Non si può allora escludere che Salini questa mattina arrivi subito dimissionario al cda, rinunciando al discorso, qualora nel corso della notte capisse che il suo ultimatum sarebbe destinato a cadere nel vuoto. Mercoledì sera Salini aveva cenato con Vito Crimi, presunto leader grillino, ottenendo il sì alla nomina di Mario Orfeo al Tg3, come da richiesta del Pd. Ma ieri mattina il M5s aveva già cambiato idea, smentendo Crimi, per intervento diretto di Luigi Di Maio che si è dimesso da capo politico ma anche no. 

 

 

Lo stallo, che riflette la confusione della maggioranza, comincia ad avere ricadute perniciose sull’azienda e sul suo funzionamento. Per effetto del nuovo piano industriale, ai primi di settembre è previsto che cessino le responsabilità economiche ed editoriali dei direttori di rete che saranno sostituiti in queste funzioni dai direttori di genere. Rai1 continuerà a esistere, ovviamente, ma come gli altri canali sarà una scatola vuota, perché la programmazione sarà gestita per fascia oraria e per tipologia di trasmissione in maniera orizzontale da un nuovo meccanismo organizzativo più moderno, in linea con gli altri broadcaster europei. Ma le nomine non si sbloccano, manca per esempio il nuovo direttore del genere “approfondimento”, ma manca anche la direzione “nuovi format”. E il piano industriale non parte. Questo significa, per dire, che da mesi nessuno capisce a chi spetta fino in fondo il compito di lavorare alla definizione di quei palinsesti d’autunno che in teoria dovrebbero essere già definiti entro i prossimi quattro mesi. E’ evidente così che si spalanca all’orizzonte un problema gigantesco, gestionale e persino economico, per l’azienda monca: se non si fanno tutte le nomine non si possono stanziare i budget di spesa. Una follia che non riguarda solo le nomine dei direttori dei tg, ma riguarda figure meno esposte pubblicamente eppure fondamentali. La Rai per funzionare avrebbe bisogno, per dire, che qualcuno stabilisca tutti i generi di tutti i programmi dell’azienda (Fabio Fazio sarà sotto la direzione “intrattenimento” o “cultura”? E Alberto Angela?). E sarà anche necessario ricollocare all’interno del nuovo organigramma i quindicimila dipendenti Rai visto che i canali, per come sono stati conosciuti fino a oggi, si svuoteranno. Tutto fermo. L’intera macchina aziendale è impallata anche perché, in poche parole, il M5s non vuole che Mario Orfeo diventi direttore del Tg3.

 

 

Giornalista noto e dal curriculum invidiabile – ex caporedattore centrale di Repubblica, poi direttore del Messaggero, poi direttore di Rai1 e infine ex direttore generale della Rai – Orfeo è considerato dal M5s come una specie di simbolo dell’epoca renziana da cancellare. Ma più il M5s lo respinge, più il Pd lo difende. In mezzo c’è l’amministratore delegato, Salini, che potrebbe anche sbattere i pugni sul tavolo e mandare tutti al diavolo decidendo lui. Cosa che finora non ha fatto, cercando invece una complicatissima e apparentemente impossibile mediazione in un contesto che ha del farsesco se si considera, tra le altre cose, che il consiglio di amministrazione della Rai (nominato dal governo gialloverde come il presidente Marcello Foa) è praticamente espressione della minoranza parlamentare. E quindi l’amministratore delegato deve barcamenarsi tra un cda che gli fa delle richieste e un governo che invece gli fa delle richieste in senso opposto. Oggi potrebbe essere il giorno della svolta, chissà. “O si ritrova uno spirito condiviso o vado via”, è il pensiero di Salini. Il quale resta legato al M5s ed è invece molto polemico nei confronti del Pd che arriva a teorizzare il suo licenziamento e lo ha preso di mira con particolare malizia dopo la famosa multa comminata dalla Agcom alla Rai. Dice un ministro grillino: “Noi lo difenderemo alla morte”. Ma è poi vero? Fino alla morte? In realtà ci sono in ballo, complessivamente, 400 nomine pubbliche da fare, e anche la testa di Salini potrebbe finire nel gran mercato. La politica è sempre uguale a se stessa, la casta come la presunta anticasta. Mai fidarsi. Oggi Salini farà aleggiare le proprie dimissioni, e la palla rotolerà al 5 marzo, giorno di convocazione del successivo cda. Altre due settimane di palude.

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  • Salvatore Merlo
  • Milano 1982, vicedirettore del Foglio. Cresciuto a Catania, liceo classico “Galileo” a Firenze, tre lauree a Siena e una parentesi erasmiana a Nottingham. Un tirocinio in epoca universitaria al Corriere del Mezzogiorno (redazione di Bari), ho collaborato con Radiotre, Panorama e Raiuno. Lavoro al Foglio dal 2007. Ho scritto per Mondadori "Fummo giovani soltanto allora", la vita spericolata del giovane Indro Montanelli.