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È ora di licenziare l'editore della Rai

Claudio Cerasa

Nomine bocciate e azienda ingovernabile. Il fallimento sul servizio pubblico è strategico, culturale e strutturale. Mostra una politica incapace di governare e ragionare (e di occupare con intelligenza il potere). Perché alla Rai serve un j’accuse sul modello iraniano

Che cosa c’entra la meravigliosa ribellione di due conduttrici della tv iraniana, dimessesi pochi giorni fa per aver mentito in diretta tv sul caso dell’aereo ucraino abbattuto dal regime degli ayatollah, con la condizione vissuta oggi dalla tv di stato italiana, ostaggio di una politica incapace, immobile e senza visione? Apparentemente nulla, ovviamente, ma un punto di contatto c’è, e ci arriviamo con calma, dopo aver riavvolto il nastro.

 

La storia della Rai, lo sappiamo, è una storia che si interseca da sempre con le evoluzioni e con le contorsioni della politica e non è certo una novità che le divisioni della politica abbiano un riflesso decisivo sulla più grande azienda culturale italiana. Chiunque abbia governato l’Italia ha sempre cercato legittimamente di utilizzare la Rai per veicolare una propria idea di paese e per provare di conseguenza a rafforzare quell’idea nell’immaginario collettivo. Si potrebbe dunque dire che non c’è nulla di strano nel vedere una politica debole, come quella che si trova oggi al governo, che non riesce ad avere una presa forte sulla Rai. Ma lo spettacolo tra il comico e l’indegno andato in scena due giorni fa nel corso di un consiglio d’amministrazione fantozziano dove l’amministratore delegato della Rai, Fabrizio Salini, si è visto bocciare quattro nomine su undici da una politica che più che in preda alle divisioni è parsa in preda alle convulsioni ci dice qualcosa di più profondo e di più importante che riguarda non tanto il profilo dell’ad quanto quello della Rai e del suo editore. Se la Rai è lo specchio della politica, il riflesso che in questo momento offre della politica italiana è quello di una classe dirigente immobile, non in grado di portare avanti un progetto chiaro, lineare, trasparente, codificato. Il potere, come abbiamo già ricordato mesi fa su questo giornale sempre parlando di Rai, è una cosa seria, e sappiamo che di solito logora chi non ce l’ha, ma alla lunga, specie quando si parla di Rai, il potere logora anche gli sciocchi che non lo esercitano e l’immagine offerta oggi dagli azionisti della Rai, che dovrebbero sapere quanto è difficile occuparsi di un paese come l’Italia senza occupare una Rai da mesi occupata militarmente e culturalmente dallo spin nazionalista, è proprio quella di chi è letteralmente incapace di capire che cosa vuole dall’Italia a parte evitare l’arrivo al potere di Salvini.

 

Lo spettacolo offerto dagli editori della Rai è uno spettacolo simmetrico rispetto a quello offerto dagli azionisti del governo e le indecisioni sul futuro della più grande azienda culturale italiana sono il riflesso di un problema forse più sistemico che politico: gli avversari di Pd e M5s hanno un’idea chiara del paese che vogliono e quando occupano il potere sanno cosa farci mentre gli avversari dei nazionalisti non hanno un’idea chiara del potere e quando occupano il potere non sanno bene che cosa farci (per dirne una: come diavolo è possibile che la Rai abbia ancora un presidente che oltre a essere espressione di un nazionalismo complottista ha tentato di coinvolgere i vertici della sua azienda in una truffa intentata da un finto Giovanni Tria che aveva chiesto 1,5 milioni di euro al presidente Foa da versare a una società cinese per organizzare un festival internazionale?).

 

Accanto a questo elemento di riflessione ce n’è un altro ancora più importante che riguarda la natura stessa del servizio pubblico. E di fronte a un editore, ovvero la politica, incapace di svolgere il suo mestiere per questioni legate alla sua ermetica e incomprensibile visione del mondo c’è anche un tema per così dire strutturale legato alla possibilità che un’azienda di servizio pubblico possa svolgere il suo mestiere sospesa tra servizio pubblico e attività commerciali, con un editore non in grado di svolgere il suo ruolo e di occuparsi dei fondamentali della propria azienda: la visione, di cui abbiamo già detto, e l’efficienza (secondo l’economista Roberto Perotti, la Bbc – la televisione pubblica del Regno Unito – nel 2014 ricavava il doppio rispetto alla Rai ma disponeva di un numero di dipendenti solo del 30 per cento più alto).

 

Anni fa, un giovane sindaco di Firenze organizzò una delle sue convention in una famosa ex stazione ferroviaria della sua città. All’epoca, quel sindaco notò giustamente che la più grande azienda culturale italiana non funzionava e che per cambiare l’Italia sarebbe stato necessario prima cambiare la Rai, creando concorrenza sul mercato della tv, mettendo sul mercato buona parte dei quindici canali del servizio pubblico, destinando le quote del canone solo ad alcune reti e arrivando così a finanziare esclusivamente con la pubblicità tutto il resto dei canali, compresi Rai 1 e Rai 2, per poter quindi finalmente privatizzare buona parte del servizio pubblico con l’idea di tenere i partiti politici fuori da un pezzo importante della gestione della televisione pubblica italiana (mossa che tra l’altro, costringendo anche canali di altre reti a dover competere con i nuovi canali privatizzati, potrebbe anche essere uno stimolo per migliorare la qualità della tv privata). L’Italia per fortuna non è l’Iran e il regime iraniano ha pochi eguali al mondo. Ma il j’accuse lanciato da due conduttrici iraniane contro le menzogne imposte dal regime del loro paese potrebbe offrire all’attuale amministratore delegato una chance per passare alla storia: mandare tutti a quel paese denunciando le ragioni per cui l’editore della Rai è diventato unfit per guidare la più grande azienda culturale del nostro paese. Se non ora quando?

  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.