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Tre notizie per capire dove andrà la Rai (e perché l’ad potrebbe dimettersi)

Chi ha scritto al direttore Claudio Cerasa

10 Gennaio 2020 alle 06:00

Tre notizie per capire dove andrà la Rai (e perché l’ad potrebbe dimettersi)

(foto LaPresse)

Al direttore - Imam ho preso l’aereo.

Giuseppe De Filippi

 

Al direttore - Di solito la Rai è un buon termometro per misurare lo stato di salute di un governo. Ma una Rai che non riesce a fare nemmeno le nomine di un tg cosa ci dice di questo governo?

Luca Caroni 

 

Ci dice che il governo non farà probabilmente nulla prima delle elezioni in Emilia-Romagna, credo. Ma a proposito di Rai. Due notizie credo interessanti, anzi tre. Notizia numero uno: a quanto risulta al Foglio, se entro martedì prossimo non verranno autorizzate le nomine per le nuove testate della Rai, ci sono ottime possibilità che l’amministratore delegato, Fabrizio Salini, scelga di dimettersi, mandando tutti a quel paese. Notizia numero due: se le nomine di martedì dovessero essere fatte, le certezze sono due: sarà Stefano Coletta (direttore di Rai Tre) ad avere le chiavi per gestire il prime time della Rai e sarà una donna che si trova in una delle redazioni giornalistiche dei tiggì ad avere le chiavi per gestire tutto il dossier dell’informazione Rai. Notizia numero tre, che più che una notizia è un mistero: ma esiste una ragione, una sola, per cui il cda della Rai o la vigilanza debba accettare che il presidente della più grande azienda culturale del paese, ovvero la Rai, eletto come rappresentante del complottismo in quota Lega, possa restare ancora al suo posto dopo essere caduto in pieno in una truffa di un finto Giovanni Tria che chiedeva al presidente della Rai un milione e mezzo di euro da dare a una società cinese che stava organizzando un festival internazionale?


Al direttore - Mi chiedo: cosa sta accadendo al dibattito umano e politico all’interno del mondo cattolico? Mi riferisco a ciò che si legge nei “massimi sistemi” (laddove ci sono cattolici che scrivono: su Avvenire, su Libero, sul Foglio e sul Sussidiario, sulla Verità, su Tempi, su Civiltà Cattolica, su Città Nuova o su dove ognuno li può trovare, settimanali diocesani in primis), ma anche a ciò che circola tra persone normali, sui social, negli ambienti frequentati dai fedeli più o meno praticanti. Cosa “diavolo” ci sta accadendo? Mi spiego in parole semplici. Il cardinale Ruini propone di dialogare con Salvini e tutti gli antisalviniani cattolici si stracciano drammaticamente le vesti: il dialogo con lui, giammai! Il cardinal Parolin esprime attenzione alle sardine e i cattolici salviniani svengono: come si permette quel catto-comunista? E via di questo passo, mettendoci dentro l’Amazzonia, gli immigrati, Greta, Hong Kong, cioè tutti quei temi che vengono strattonati per motivi più o meno d’opportunità e opportunismo. Sappiamo bene quanti altri esempi potrebbero essere messi in comune. A destra e a sinistra cattolica (e pure al centro, se c’è ancora) s’odono quasi sempre quegli squilli di battaglia che alla fin fine portano a una considerazione spassionata e cinica: “La chiesa mi piace solo quando la pensa come me”. Di questa battaglia di posizionamento fa le spese spesso anche Papa Bergoglio, amato quando parla di certi argomenti, tacciato d’esser l’Anticristo quando non interviene su altri, compreso il silenzio su Hong Kong del viaggio in estremo oriente. Non sono uno studioso di Storia della chiesa e neppure di Teologia, però ho occhi e testa ancora funzionanti e non ricordo – nella mia esperienza di italiano classe 1959 – un dualismo manicheo così sciatto e miope all’interno del mondo cattolico italiano. Ci sono sempre stati scontri, anche molto duri e radicali, ma forse quelli attuali all’interno del tessuto sociale, culturale e associativo dei cristiani italiani hanno assunto toni di esagerazione, volgarità e mancanza di intelligenza davvero speciali.

 

E qui mi permetto di fare una considerazione da giornalista che si occupa, ahimé, di comunicazione: la differenza tra oggi e il passato più o meno recente sta proprio nella prospettiva semantica, linguistica e comunicativa a cui il cattolicesimo italiano si sta assoggettando. Forse nel passato gli scontri avevano una propria originalità, oggi sono figli degeneri della cultura altrui. Ad esempio la rissa (sto semplificando) tra cattolici pro Salvini e cattolici anti Salvini assume toni, dizionario, sintassi e ritmo desunti molto banalmente da quell’universo televisivo, digitale e social che sta connotando con le sue idiozie gran parte della nostra felice contemporaneità. Scarsissima riflessione, fortissima rabbia reciproca, incapacità complessiva di astrarsi dal proprio fastidio intestinale: il cristianesimo (quello popolare, prima ancora che quello dei colti) che si confronta oggi sulle due opposte sponde rischia di dire poche cose ovvie e di dirle malamente. In compenso ha perso la capacità di interrogarsi con ragionevolezza, ha smarrito sia l’analisi che il rispetto, utilizza l’insulto come arma di difesa esattamente come tutti gli altri. Si dirà: ma noi siamo, come tutti, figli del nostro tempo. Appunto: si vede che siamo soprattutto figli del nostro tempo. E’ un tempo pauroso, iroso e volgare: che ci genera come figli paurosi, irosi e volgari. Vedo e sento e leggo amici dire cose inenarrabili l’uno contro l’altro: incapacità di confronto, totale assenza di curiosità culturale verso chi rappresenta una posizione differente, assoluta mancanza di interesse verso la possibilità di capire qualcosa di nuovo, come se fossimo già “imparati” su tutto. Le posizioni manichee, lo sappiamo, sono radicate nella paura: quanta paura c’è, dunque, dietro tutto questo, da entrambe le parti “in lotta”? La chiesa sopravviverà, per fortuna, a un presente così noiosamente privo di confronto e domande, a un popolo cristiano che parla di rosari e madonne e preghiere, ma che poi si appiattisce sulle proprie banali e scontate posizioni, esperto nel non “giocarsi” davvero su nulla e nel parlare senza dire nulla di stimolante. E scopriremo, forse, che non è la fede che è mancata, bensì la ragione.

Walter Gatti

 

Al direttore - La proposta di ripristinare l’articolo 18 è una schietta testimonianza della confusione in cui versa una parte della maggioranza di governo e delle forze sociali. Che la sua abolizione negli ultimi tre anni si sia accompagnata con una riduzione dei licenziamenti individuali e del contenzioso nei tribunali, non pare che importi molto a Di Maio, Speranza e Landini. Può succedere, se si spaccia una tutela (sempre negoziabile) per un diritto. Allora mi chiedo: quando pensano al futuro del lavoro, a cosa pensano? A fabbriche popolate solo di automi che si muovono freneticamente? Ai professionisti delle “Stem” (scienza, tecnologia, engineering e matematica) che diventano il cuore pulsante dell’impresa? All’intelligenza artificiale che si sostituisce all’intelligenza umana? A un algoritmo che taglia senza pietà costi e manodopera? Sono scenari apocalittici, che servono ai neoluddisti del Terzo millennio per contestare una verità elementare, ossia che ogni rivoluzione tecnologica comporta la nascita di lavori nuovi e – parallelamente – la trasformazione di vecchi lavori, determinandone anche la marginalità o la scomparsa. Ovviamente, non è qui possibile compilare un elenco dei nuovi mestieri legati alla rivoluzione informatica in corso. Mi limito a citare un esempio emblematico: il “Mechanical Turk” di Amazon, che fa riferimento al celebre turco meccanico creato nel 1769 da Wolfgang von Kempelen per l’imperatrice Maria Teresa d’Austria, un finto automa in grado di giocare a scacchi all’interno del quale si celava un nano che ne manovrava le mosse. Si tratta di una piattaforma di “crowdworking” (da “crowd”, folla, e “working”, lavoro), che collega chi offre lavoro con un esercito di consulenti globale, disponibile on-line giorno e notte, sette giorni su sette. Non è difficile cogliere in questo portale la persistenza di un taylorismo sui generis: ogni ordine inviato on-line mobilita i dipendenti impiegati nei magazzini (ma già oggi affiancati da minuscoli robot) in percorsi lunghi chilometri, con assegnazione di compiti parcellizzati, gestiti e monitorati grazie alla rete e a modelli di business che poggiano su una dura e gerarchica divisione del lavoro (spesso mal retribuito). Il sindacato si sta impegnando sul serio per affiliare e proteggere questi lavoratori? Senza negare i passi in avanti compiuti su questo terreno, sono convinto che non sia più procrastinabile la ricerca di una tutela e di una rappresentanza “postnovecentesca”. In questo senso, la regolazione dei lavori – il plurale è d’obbligo – deve cominciare dal mercato, ossia prima che il lavoratore trovi un impiego: infatti il sindacato confederale sorse per difendere gli iscritti che volevano trovarsi e mantenere un impiego. Adesso si attiva soprattutto quando il lavoratore si è già trovato il posto, sta per perderlo o lo ha perduto, cosicché in paesi come il nostro non per caso è più forte tra i pensionati che tra gli attivi. Si può obiettare: come, il sindacato deve tornare a difendere i lavoratori sul mercato del lavoro prima che nel rapporto di lavoro? Come nell’Ottocento? Questo ritorno al passato può sembrare paradossale, ma è logico. Perché il secolo della diversificazione somiglia di più a quello dell’eterogeneità, quando il salariato veniva assistito proprio nei complicati passaggi sul mercato del lavoro, dove era più inerme e insicuro. Le prospettive della rivoluzione digitale restano problematiche, sia chiaro. La cosiddetta economia della conoscenza può essere caratterizzata sia da zone grigie tra autonomia e nuove forme di asservimento, sia da condizioni che valorizzano la responsabilità, la creatività, la partecipazione della persona che lavora. La seconda prospettiva richiede idee e lotte credibili, lontane dall’estetismo spontaneista della cultura del conflitto. Richiede, inoltre, che il movimento sindacale non resti frastornato, diviso e incerto di fronte a novità che sembrano minacciarlo, ma che non basta esorcizzare o maledire. Vedere la storia come un susseguirsi di fregature e di tradimenti, per cui il mondo migliore è sempre quello che non c’è, significa consegnarsi all’irrilevanza politica nel mondo che c’è.

Michele Magno

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