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L'allarmismo di Google

Eugenio Cau

La campagna contro la direttiva sul copyright ha titillato sentimenti che confinano con il populismo

Milano. Se avete visto un video su YouTube di recente, saprete probabilmente che internet è in pericolo esiziale. Se avete cercato qualcosa su Wikipedia in questi giorni, saprete che sulla libertà d’espressione in rete incombe una nuvola nera – e alla beffa si è aggiunto il danno di non poter portare a termine la ricerca, ché l’enciclopedia online era chiusa per protesta. Da Reddit a Facebook, tutte le grandi aziende digitali americane hanno inscenato mesi di proteste e mobilitato milioni di persone dicendo che l’Unione europea voleva far chiudere internet con l’approvazione della direttiva sul copyright. Ecco, no.

 

 

  

La campagna più feroce contro la norma europea sul copyright approvata ieri è stata quella di Google, che attraverso YouTube, il servizio di streaming video di suo possesso, negli scorsi mesi ha contribuito più di chiunque altro a diffondere lo slogan #SaveYourInternet, il cui significato era: l’Unione europea sta mettendo internet in pericolo, bisogna mobilitarsi per salvarlo. YouTube promuoveva messaggi da fine-di-mondo, del tipo: “Immagina se non potessi vedere i video che ami”, implicando che l’Ue avrebbe censurato e in qualche modo impedito la pubblicazione dei video online. Soprattutto, YouTube ha irregimentato gli youtuber (creators, nel gergo dell’azienda) esortandoli a usare il loro palcoscenico per protestare contro la direttiva europea. In pratica, ha esortato un gruppo di ragazzi non esperti a fare video per “dire la loro” su una materia eccezionalmente complessa come una lunghissima legge europea più volte rimaneggiata nel corso di un iter durato anni, sulla cui interpretazione i giuristi si sono accapigliati per mesi. Risultato: negli ultimi tempi sono uscite decine di video – che hanno accumulato milioni e milioni di visualizzazioni – dai toni apocalittici, del tipo: se lasciate che l’Ue approvi la direttiva il mio canale chiuderà! YouTube è in pericolo! Vogliono uccidere internet! Guglielmo Scilla, uno degli youtuber italiani più conosciuti e talentuosi, alla fine dell’anno scorso ha pubblicato un video molto accorato che cominciava così: “Ciao a tutti, dal 26 novembre (la data di uno dei tanti passaggi parlamentari sul copyright, ndr) la libertà con la quale utilizzate internet potrebbe cambiare. Diciamo pure che potrebbe esservi tolta”. Il video ha più di 300 mila visualizzazioni, e YouTube l’ha utilizzato attivamente come parte della sua campagna contro la direttiva europea.

 

 

Lo scorso fine settimana, la mobilitazione europea ha generato proteste in strada in certi paesi, specie la Germania, a cui hanno partecipato alcune centinaia di persone. Lo scorso giugno, invece, un membro del Parlamento europeo ha detto di aver ricevuto una minaccia di morte per la sua posizione a favore della direttiva.

 

Insomma: emergenza democratica, mobilitazione dal basso, protesta contro i poteri forti, difesa delle libertà dai soprusi di una grande entità sovrastatale. Non dimentichiamo il contributo d’immagine di alcune grandi star come Paul McCartney. La campagna contro la direttiva europea sul copyright ha utilizzato il playbook di molte campagne di indignazione permanente che spesso ricadono in contesti definiti populisti. Peccato che ad alimentarla ci fossero Google, Facebook e le altre gigacorporation.

 

L’attivismo delle aziende digitali più grandi e ricche del mondo contro la norma europea sul copyright in realtà ha poco a che vedere con la libertà e molto con la responsabilità, dalla quale la Silicon Valley rifugge con orrore. L’opposizione di Google al famigerato articolo 13 (rinominato articolo 17), per esempio, è scarsamente di natura pratica. L’articolo prevede in determinati casi la creazione di filtri per i contenuti che violano il diritto d’autore, e YouTube ne ha già uno attivo da anni. L’opposizione è più profonda, perché nel momento in cui viene inserita in un testo di legge la parola responsabilità allora i giganti di internet si sentono ristretti nel loro campo d’azione.

Così, se la campagna a favore della direttiva è stata piuttosto pratica nei toni ed esplicita negli interessi in ballo (i creativi dicevano: vogliamo i soldi che pensiamo ci spettino), quella di chi era contrario ha generato enormi e false preoccupazioni di carattere generale per difendere interessi particolari. Molto poco responsabile.

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  • Eugenio Cau
  • E’ nato a Bologna, si è laureato in Storia, fa parte della redazione del Foglio a Milano. Ha vissuto un periodo in Messico, dove ha deciso di fare il giornalista. E’ un ottimista tecnologico. Per il Foglio cura Silicio, una newsletter settimanale a tema tech, e il Foglio Innovazione, un inserto mensile in cui si parla di tecnologia e progresso. Ha una passione per la Cina e vorrebbe imparare il mandarino.