Facebook e il "momento dinamite" di Mark Zuckerberg

Ogni scienza ha capito a un certo punto che poteva rovinare tutto. Menlo Park e gli altri ci sono arrivati?

22 Marzo 2018 alle 19:47

Facebook e il "momento dinamite" di Mark Zuckerberg

Mark Zuckerberg (foto LaPresse)

Roma. Yonatan Zunger è un ex ingegnere di Google con una formazione in Fisica teorica. Lunedì scorso, dopo lo scoppio dello scandalo intorno a Facebook e a Cambridge Analytica, Zunger si è messo su Twitter e ha scritto una serie di post per spiegare che il problema di Facebook è in realtà più ampio dell’idea distorta che Mark Zuckerberg ha della privacy o delle pratiche societarie opache di Menlo Park. Il problema è che le scienze informatiche, intese come branca della scienza, non sono mai state messe davanti alle conseguenze delle loro azioni – non hanno mai avuto il loro “reckoning moment”, il momento della consapevolezza, del risveglio. La chimica, spiega Zunger, ha avuto due grandi “momenti di consapevolezza”: il primo alla fine dell’Ottocento quando Nobel inventò la dinamite, e si scoprì che dal lavoro innocuo di scienziati in camice bianco potevano nascere stragi di massa; il secondo è stato, all’inizio del Novecento, l’invenzione delle armi chimiche. La fisica ha avuto il suo “reckoning” con la costruzione della bomba atomica, che ha generato un dibattito celebre e straziante all’interno della comunità scientifica, con i ricercatori che si chiedevano: “Cosa abbiamo fatto?”. Prima di questi eventi, tanto la fisica quanto la chimica erano due campi di ricerca pieni di ottimismo: cambieremo il mondo, dicevano gli scienziati, esattamente ciò che oggi si ripromettono di fare gli ingegneri della Silicon Valley. 

  

 

Il “momento della consapevolezza” ha cambiato le scienze che ha toccato: prima erano piene di speranza, poi sono state schiacciate dal peso della responsabilità: i ricercatori hanno capito che le loro ricerche potevano influenzare la vita di innumerevoli esseri umani, e non necessariamente in meglio. Le scienze informatiche – parliamo di Facebook come di Google, ma il concetto si può estendere alle aziende tecnologiche cinesi, agli allegri esperimenti di Elon Musk, alle follie intorno ai bitcoin – questa consapevolezza non l’hanno ancora raggiunta. Il caso di Cambridge Analytica – vale a dire: il fatto che Facebook regalasse i dati personali degli utenti come fossero caramelle e senza curarsi di che uso se ne sarebbe fatto – mostra che il reckoning, che la chiamata alla responsabilità, non c’è stata. Davanti agli scandali, Zuckerberg e i suoi ingegneri dimostrano lo stupore candido di un bambino che rompe un giocattolo e non capisce come sia successo. Non abbiamo creato un panopticon digitale con intenti malvagi – sembrano dire – l’abbiamo fatto perché si guadagnavano tanti soldi, e soprattutto perché era possibile farlo. Come Alfred Nobel, che inventò la dinamite perché si poteva, e soltanto dopo comprese le conseguenze della sua invenzione. Si dirà: c’è una bella differenza tra la dinamite e Facebook. Non sottovalutiamo i dati. In Cina, usando molte delle tecniche di cui Facebook e Google sono stati pionieri, è in costruzione un nuovo totalitarismo digitale, in cui le fantasie distopiche della fantascienza sembrano ingenue.

 

Ora, la domanda è: dopo lo scandalo delle fake news, dopo lo scandalo delle interferenze russe sulle elezioni americane ed europee, dopo lo scandalo di Cambridge Analytica, dopo infiniti editoriali sferzanti sui giornali e hashtag sui social, gli informatici hanno capito la lezione già appresa dai chimici e dai fisici cent’anni fa? Negli ultimi mesi si è molto parlato della crisi etica della Silicon Valley, ma se si guardano le risposte – preconfezionate, sulla difensiva – che Zuckerberg ha dato dopo il caso Cambridge, probabilmente no. Il ceo di Facebook ha snocciolato promesse vaghe e ha seguìto il copione messo a punto dal team di comunicazione. Zuck non annuncerà mai le riforme che servono per smantellare il monopolio dei dati (come potrebbe? significherebbe smantellare Facebook), ma la reazione robotica allo scandalo mostra un problema più grande: lui e tutti i suoi colleghi non hanno ancora capito, stanno aspettando che la tempesta passi per poter tornare a rompere altri giocattoli.

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Commenti all'articolo

  • mauro

    22 Marzo 2018 - 22:10

    Mi chiedo se tutto quello che circola su Facebook, come d'altra parte su Twitter o altrove, non siagià più che sufficiente per influenzare gli sprovveduti, in un senso o nell'altro a seconda della prevalenza degli umori delle pance che ci vanno a vomitare su. Ma mi chiedo anche: se le azioni di Cambridge Analytica avessero favorito la Clinton ci sarebbe stato tutto questo casino: Si sarebbero mosse, traboccanti d'indignazione, le class actions pol cor americane, l'Europa unita pol cor, i governi pol cor e compagnia bella sempre pol cor? Non si sarebbe detto: "ma che sarà mai, e poi era inevitabile"? E' sempre meno sopportabile, specie mentre le laudi per il sistema democratico che unisce le due sponde dell'oceano si sprecano, constatare che viviamo sotto una dittatura ideologica che non si cura nemmeno di velare la prpria disonestà.

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