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Zuckerberg usa scuse preconfezionate sul caso Cambridge Analytica

Arriva l'ammissione che la violazione della fiducia degli utenti c’è stata ed è grave. Ma i dati sono stati davvero rubati? Ecco dov’è l’inganno dietro alla fuffa. Il caso spiegato con Farmville

Eugenio Cau

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cau@ilfoglio.it

21 Marzo 2018 alle 21:30

Zuckerberg usa scuse preconfezionate sul caso Cambridge Analytica

Mark Zuckerberg, il ceo di Facebook (foto LaPresse)

Roma. “Abbiamo abusato della vostra fiducia”, ha detto Mark Zuckerberg, ceo di Facebook, “impareremo da questa esperienza” per fare meglio. Dopo giorni di silenzio a seguito del disastro di Cambridge Analytica, l’attesissima dichiarazione di Zuck usa il solito schema predefinito post scandalo: scuse per un evento passato (“ma adesso va meglio”), rassicurazioni agli utenti, promesse di “nuovi tool” per risolvere la questione e tenere tutti ancorati al social network. Una delusione parzialmente attenuata dall’ammissione che la “breach of trust”, la violazione della fiducia degli utenti, c’è stata ed è grave. Cerchiamo di separare le leggende dalla realtà e di capire perché.

  

Chi dice che la storia di Facebook e Cambridge Analytica (CA) è vecchia, ha ragione: che CA avesse usato i dati personali degli utenti di Facebook era già emerso in alcune inchieste fin dal 2015, e nessuno aveva fatto caso alla questione. Chi dice che non ci sono “dati rubati”, come scrivono da giorni tutti i giornali italiani, ha ragione: i dati sono stati presi da Facebook in maniera legittima. Chi dice che certo non è stato per merito di CA che Trump e la Brexit hanno vinto, ha probabilmente ragione: le ricerche dicono che operazioni come quelle di CA spostano un numero di voti piuttosto piccolo. Chi dice che in tutta la vicenda di CA non c’è niente di illegale ha torto, ma poco: in effetti, soltanto alcuni passaggi della vicenda sono controversi, e anche le inchieste che sono state aperte finora sono caute. E allora? Ci stiamo accapigliando per niente?

  

Sgombriamo subito il campo dalla questione dell’illegalità. L’unico – unico – elemento quanto meno irregolare della vicenda di Cambridge sta nel passaggio dei dati: un ricercatore dell’Università di Cambridge, Aleksandr Kogan, ha ottenuto da Facebook in maniera del tutto legittima i dati di decine di milioni di utenti per fare ricerca scientifica, ma poi li ha passati a Cambridge Analytica per fare attività politica. E’ solo e unicamente questo passaggio – da Kogan a CA – che è controverso (probabilmente illegale per la stretta legislazione inglese, mentre per la legge americana la questione è da vedere), perché gli utenti avevano dato il loro consenso affinché i dati fossero usati per la ricerca, non per la politica. Ma cosa vuole dire esattamente che “abbiamo dato il nostro consenso”? 

 

Qui si esce dal campo giudiziario e si entra nell’etica. Ricorderete Farmville. Era un simpatico giochino su Facebook in cui gli utenti facevano crescere zucchine e altri ortaggi digitali. A un certo punto, tra il 2010 e il 2014 diciamo, Farmville era una mania: tutti ci giocavano e se ne parlava moltissimo. Per giocare bisognava premere un bottone e dare a Facebook il permesso di passare i propri dati a Farmville. Questo bottone dava a Farmville il permesso di vedere tutti i nostri dati (compresi i messaggi privati) e tutti i dati dei nostri amici (anche senza che questi ultimi avessero dato consenso). Sul bottone inizialmente c’era scritto: “Allow”, che significa “do il consenso”. A un certo punto però, nel 2012, Facebook ha cambiato il bottone in “Play game”. Da quel momento, la gente cliccava su “Play game” per iniziare il gioco, non leggeva le proverbiali scritte in piccolo e si trovava tutti i dati propri e degli amici sifonati dall’app: like, foto, contatti, in alcuni casi perfino i messaggi personali. (Nota: usiamo Farmville come esempio perché è una app molto nota, ma non ci sono studi specifici sui dati usati da Farmville). Come abbiamo detto, non c’è niente di illegale o di illecito: dal 21 aprile del 2010 fino al 30 aprile del 2015 Facebook consentiva questo tipo di raccolta dati, e anzi lo pubblicizzava come un momento fondamentale della sua rivoluzione social. A partire dal 2015, Facebook ha impedito che fossero raccolti i dati degli amici, ma il resto rimane in gran parte valido ancora oggi.

     

Allora è vero che in fondo è colpa nostra, che se abbiamo lasciato in giro i nostri dati siamo stati noi gli incoscienti e Facebook non c’entra. Ecco, no. Noi ovviamente dovevamo leggere le scritte in piccolo e, come scrive Claudio Cerasa in queste pagine, ci siamo lasciati abbindolare dall’idea che tutto ciò che è sul web è puro e vero, e dalla nozione grillina del “se non hai nulla da nascondere non ti devi preoccupare della riservatezza dei tuoi dati”. Ma l’esempio del bottone di Farmville (vuoi fare un giochino e ti trovi i dati risucchiati) mostra che Facebook ha teso più di una trappola ai suoi utenti e ha abusato in tutti i modi della loro fiducia, consapevole del fatto che i dati sono oro, averne il dominio è l’unico modello di business che funziona, e poco importa se gli utenti non capiscono. Quando vi dicono che “in fondo è sempre stato così, se siete su Facebook dovevate saperlo”, rispondete che no, che dovremmo avere il diritto di usare Facebook e di stare tranquilli senza che nessuno organizzi trappole. Zuckerberg ha detto che bisogna ricostruire la fiducia della comunità. Prima di dargliela, pretendete le prove che le cose stanno cambiando.

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