La Valley degli scandali

Michele Masneri

E ora che faranno Facebook e Uber, chineranno la testa? San Francisco e l’hi-tech, una storia di odio e amore

San Francisco. Facebook ci svende la privacy, Uber stermina pedoni, e la Silicon Valley non si sente tanto bene. Questa appena passata è stata la settimana più lunga per la valle dell’innovazione californiana e per almeno due delle sue startup e app come si dice iconiche (in un anno già difficile di “techlash” cioè di rivolta contro i colossi qui locali). Prima l’azienda di Mark Zuckerberg è stata sorpresa a concedere dati ad aziende simil-Spectre in grado di influenzare elezioni; poi il progetto più importante di Uber, quello dell’auto in grado di guidarsi da sola senza fastidiosi seppur non sindacalizzati autisti, ha subito un brusco arresto (meno brusco della sua auto che in Arizona ha messo sotto una signora pur colpevole di attraversata fuori luogo, ammazzandola).

 

Prende piede il movimento #deletefacebook, cioè chiudi Facebook, come già del resto aveva avuto un certo successo #deleteuber

Non si sa cosa succederà adesso, mentre intanto prende piede il movimento #deletefacebook, cioè chiudi Facebook, come già del resto aveva avuto un certo successo #deleteuber: anche se l’idea di abbandonare l’azienda che ha reso economico l’autista diffuso era arrivata soprattutto l’anno scorso dopo le vicissitudini del suo fondatore Travis Kalanick e le brutte pratiche – pare – interne. Clima da caserma, mail sporcaccione, poca solidarietà alle dipendenti femmine e non aperta opposizione alla gestione Trump (pochi ricordano che la questione sessismo è nata qui, prima di spostarsi giù a Los Angeles). Dei guai di Uber avevano subito beneficiato i rivali di Lyft, azienda sempre sanfranciscana dall’identica ragione sociale, che con astuta mossa padronale aveva però subito sovvenzionato varie associazioni anti-Trump, col risultato di posizionarsi come mezzo di trasporto delle classi riflessive (le quali ignorano tuttavia che tra gli azionisti ci sono efferati figuri trumpiani, come il leggendario finanziere già candidato al ministero del Tesoro Carl Icahn).

 

Ma se per Uber è pronto un succedaneo di sinistra, per Facebook non si sa chi potrebbe prendere il posto dell’aziendona di Menlo Park costruita in pochi anni dal figlio del dentista di White Plans, siliconvallico solo d’adozione, perché come narra la leggenda e la filmografia Zuckerberg lasciò Harvard per venire a fondare la sua Facebook qui nella Brianza d’America. Fino a pochi giorni fa lui era il padrone della valle, si sospettava anzi forse auspicava che corresse addirittura alla Casa Bianca nel 2020, aveva tutte le carte in regola: non è un sociopatico come molti dei siliconvallici, non è trucido come Kalanick, non ha i tic nervosi di Elon Musk. Piaceva a tutti, è ebreo e religioso, ha sposato una solida dottoressa asiatica, sforna figli, aveva “l’energia di un ragazzo ma l’esperienza di un uomo”, per dirla con Alberto Sordi in “Guglielmo il dentone”. Poi il crollo, è diventato appunto più cattivo di Kalanick, il trucido fondatore di Uber, accusato di maltrattare i suoi autisti, di creare “un clima tossico” nell’azienda che ha sterminato i tassinari in giro per il mondo.

 

Ma cosa succederebbe, ci si chiede a livello molto local, se le due aziende si ridimensionassero? Di sicuro ci sarebbe meno traffico. Ci mancavano solo le automobiline a guida autonoma in città: anche ieri si vedevano, bianche e grigie e non si sa di quale primaria azienda o startup, poiché almeno fino all’altro giorno l’auto autonoma era la vera e propria “nuova cosa”, qui, dunque tutti vogliono arrivarci per primi, Ford e Tesla e Google, rubandosi ingegneri tra di loro, creando paranoie per la sicurezza, spedendo in giro le loro macchine goffe a guatare strade e incroci con quei curiosi aggeggi sul tetto che sembrano portasci o branchie, e le rendono simili a quei pesci rocciosi che si mimetizzano tra i fondali marini, bruttissimi.

 

A San Francisco per la crisi di Uber e Facebook (ma anche di Google e di Apple) si festeggerebbe; più spazio per tutti

San Francisco aveva prima vietato questi esperimenti (poi emigrati in Arizona). La città scoppia infatti già di macchine, col “commuting” tragico e fantozziano che dalla città porta giù verso Menlo Park e gli altri comuni valligiani. Se Uber ha sede in città, Facebook ha 18.000 dipendenti (ma punta a 35.000 nei prossimi anni) nel cuore della Silicon Valley e buona parte di questi vive a San Francisco. Il trasporto avviene o sul treno Caltrain dalle fiancate d’alluminio come quello di Una poltrona per due oppure (soprattutto) su torpedoni rigorosamente autonomi, perché i residenti odiano questi bus almeno quanto i romani quelli turistici a due piani. Inquinano, bloccano il traffico e la visuale. Sono bus equipaggiati con wifi e tutte le tecnologie, e il Fantozzi moderno cioè l’impiegato delle megaditte siliconvalliche (in primis Facebook) la mattina dopo il dentifricio-caffè viene avvisato tramite apposite app dell’imminenza del bus, e si butta giù in strada. Immediatamente la tangenziale 280 viene bloccata da questi convogli, e dunque si crea immediatamente un’escalation di partenze intelligenti. Per evitare la micidiale ora di punta (dalle 7 alle nove in uscita e dalle 4 alle 6 in entrata) disperati ingegneri e programmatori escono di casa anche alle cinque di mattina, contribuendo allo stile di vita di una città tutta “on the early side” cioè dagli orari impiegatizi, ci si alza presto e si va a letto presto. Del resto è impossibile cenare dopo le dieci, anche nei ristoranti vicini ai teatri, e a capodanno alle due chiude qualunque locale (capita d’essere invitati a cena alle diciassette). I più astuti comprano o affittano casa nei quartieri più vicini all’imbocco dell’autostrada, dunque saranno gli ultimi a prendere il torpedone aziendale, e i primi al ritorno ad esserne scaricati.

 

L’alternativa è andare ad abitare vicino alle aziendone, e lì, catapecchie mono e bifamiliari vengono offerte sul mercato almeno a un paio di milioni l’una in villaggi tutti uguali con la stazione, le banche, le biciclette, una specie appunto di Brianza ma con palmizi e barbecue. Chi ha meno budget, opta per le case mobili o le roulotte. Così, si andò l’anno scorso a sbirciare nel villaggio “Santiago Villa”, puro Simpson, accanto al quartier generale di Google – altra società criticatissima - dove fior di ingegneri affittano per quattromila dollari al mese le classiche “mobile homes”, che si smurano, si spostano a traino e si muovono per la nazione, al seguito dei destini mobili americani. Un tempo per piccole e piccolissime medie borghesie, queste qui sono invece l’ultima spiaggia per i dipendenti Google in cerca di un tetto. A intasare strade e mercato immobiliare non c’è infatti solo Facebook: c’è Apple (tredicimila dipendenti nel nuovo mammozzone anulare), Google (ventimila), ognuno di loro ha anche un progetto immobiliare per dare un tetto ai loro poveri dipendenti milionari (Google vorrebbe prendere in affitto l’aeroporto Nasa lì vicino e farci dei miniappartamenti).

 

A San Francisco insomma del ridimensionamento dei due colossi Uber e Facebook (ma anche di Google e di Apple, magari, considerata decadente e poco innovatrice nel lussuosissimo nuovo quartier generale che pare però un mausoleo a Steve Jobs) probabilmente si festeggerebbe; più spazio, finalmente, per tutti. Abitanti e lavoratori della valle del silicio (o del silicone, come qualcuno la considera, confondendola con qualche distretto della chirurgia estetica) spesso sono poi malvisti, come dei paesanotti ripuliti. Come ci spiegò un imprenditore, “una volta se ne stavano nella loro valle, poi a un certo punto lo spazio è finito e sono venuti in città”; è solo dagli anni Duemila infatti che le aziendone e i loro dipendenti e fondatori hanno scoperto la capitalina hippie, prima occupatissima con agricoltura organica, yoga, marijuana non ancora libera, proteste studentesche, poesia, Black Panthers, sesso libero, comuni e surf (ma con muta stagna, per il freddo). Poi sono arrivati loro, che prima stavano nelle loro placide Palo Alto, Cupertino, Santa Clara e Santa Rosa con tutte le nomenclature spagnole prima della conquista americana di questa parte di Alta California. Nei loro capannoni e nelle loro villette. Ma poi scoprirono la città, spazzando via col loro potere d’acquisto la classe media.

 

Basta passeggiare su Market Street, la viona centrale che taglia in due il centro, e si noteranno soprattutto, accanto alle sedi delle primarie startup e app (Uber e Twitter e Airbnb e Linkedin, tutte in fila come se i palazzi fossero pezzi di schermata del nostro iPhone), stuoli di homeless anche violentissimi e aggressivi. Giovani, molto drogati, i barboni sanfranciscani sono molto diversi da quelli placidi e anziani nostri europei, e le macchie sulle facce e gli sguardi spiritati spingono a capire che oltre al male di vivere c’è sempre un problema di sostanza. Cartelli divertenti (“Troppo brutto per prostituirmi, troppo onesto per rubare”) non attenuano lo strazio. Dati i prezzi immobiliari, la città ormai è popolata solo di techies e di senzatetto, senza niente in mezzo. I primi scoprono sempre nuovi posti da gentrificare, mentre la coscienza proletaria della città spinge gli homeless costantemente più in là, e le ruspe tirano su nuovi palazzoni.

 

L’azienda di Mark Zuckerberg è stata sorpresa a concedere dati ad aziende simil-Spectre in grado di influenzare elezioni

Generalmente i siliconvallici sono accusati di tutti i mali, di non riuscire a redimere i barboni suddetti e di non creare un sistema di trasporti decente (Elon Musk fa andare le Tesla in orbita, ma la metropolitana degli anni Settanta è zozza e lenta) e di essersi impadroniti della città: hanno preso la meditazione e ne hanno fatto un’app, l’LSD un tempo per sballarsi adesso è usato in modica quantità per lavorare meglio. Ai sanfranciscani piace poi molto lamentarsi. Zuck stesso è un simbolo delle “mani sulla città”; acquistatore seriale di case, si è comprato un intero isolato nella Mission, l’antico quartiere messicano, un Pigneto californiano fatto di caffè e palme, provocando lunghi lavori in corso (e cartelli “via i tecnofascisti dal quartiere!”). Peter Thiel, uno degli investitori di punta della valle, ha detto che il futuro non sta più qui, e che si trasferirà a Los Angeles; in realtà da anni (almeno da quando è scoppiata la mania della Silicon Valley) tutti dicono che se ne vogliono andare, poi non se ne va mai nessuno, e certo ci sono le varie propaggini, Silicon Beach a Los Angeles dove Google ha differenziato e Snapchat ha la sua sede, e Seattle con Amazon e Microsoft e i costi bassi (ma un clima micidiale, e chi ci va poi torna normalmente depressissimo e raffreddato), e Austin che ha il suo festival tecnologico South By Southwest, ma sono due strade in croce e c’è il rischio di incontrare George W. Bush che fa i suoi acquerelli. Insomma, tutti si lamentano ma stanno sempre qua, come quando Berlusconi vinceva le elezioni in Italia.

 

Il progetto più importante di Uber, quello dell’auto in grado di guidarsi da sola, ha subito un brusco arresto dopo l’incidente in Arizona

Con le sue lezioni di yoga, l’onnipresente kale o cavolo nero, la meditazione, le continue sagre di nudismo, San Francisco rimane un posto unico, soprattutto con quel fricchettonismo libertario che insieme alla contiguità tra capitale di ventura, università e centri di ricerca, l’equidistanza tra Europa e Asia, passando dalla Beat Generation alla Summer of Love, Berkeley e Stanford, ha generato tanti padroncini abbastanza visionari. Pieni di tic, anche. Adesso anche le galline: che sono l’ultima moda in città; dopo le Bmw d’epoca e i mobili “modern american” (più indietro i siliconvallici non vanno, già il liberty gli pare remotissimo) sono l’ultimo status symbol: nello specifico, presentarsi a casa d’altri con cesti di uova a chilometri non zero ma zerissimo (col sottotesto immobiliare: se ho spazio per tenere le galline in cortile, potete immaginare quanto sono ricco). Lo spazio è infatti il vero lusso qui, lo si è ripetuto all’infinito, il one-bedroom viene tremilaecinque di base (con portiere h24 necessario a raccattare i pacchi delle varie Amazon Prime, e le spese condominiale, si arriva spesso a cinquemila). L’anno scorso un ingegnere Twitter scrisse una vibrante lettera di protesta al locale Chronicle. Ma come, ho studiato tutta una vita – scrisse al direttore – per guadagnare la nefandezza di centosessantamila dollari l’anno, con cui non posso neanche mandare a scuola i miei figli? Il comune lo prese in parola, e da allora sotto i centomila arriva un sussidio di povertà; comunque, i bambini sono rarissimi in città. Per tradizione: San Francisco è stata sempre la città dei single, già confino per marinai “moderni” della Marina con conseguente distretto gay fiorentissimo ancor oggi e ben prima che Harvey Milk vicesindaco venisse sparato insieme al sindaco Moscone (cui oggi è intitolato il centro congressi dove vengono presentati tutti gli sfizi tecnologici). In più alligna da sempre l’amore del cagnetto – cliniche e nutrizionisti e negozi di accessori per cani; e qualche sera fa c’è stata anche la prima del nuovo film di Wes Anderson, riservata a padroni coi loro cuccioli. Ma tutto ebbe inizio dai rudi minatori del 1849 che arrivarono per la corsa all’oro, quando nel giro di un anno la città passò da 800 a 35.000 abitanti, novantanove per cento maschi. Fu necessario allora, per riequilibrare il gender, un massiccio import di prostitute: da cui si evince che quasi tutti i siliconvallici sono oggi, se non figli, almeno nipoti o pronipoti di mignotta (il ché spiegherebbe anche molte cose, soprattutto ultimamente).

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