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Il 2022 dello sport

Umberto Zapelloni

Dall'addio di Roger Federer e Vincenzo Nibali al record dell'Ora di Filippo Ganna, al titolo della MotoGp di Pecco Bagnaia, ai trionfi del nuoto, di Sofia Raffaelli e del volley azzurro. Quello che abbiamo visto quest'anno e cosa ci aspetta nel 2023

Il 2022, che sta uscendo di scena per lasciare il posto al suo sostituto, ci ha raccontato che si può diventare amici anche dopo aver combattuto fino allo stremo delle forze in campo, come dimostrano le mani incrociate, come due fidanzatini timidi, di Federer e Nadal nel giorno dell’addio del più grande interprete dei gesti bianchi di sempre, ma ci racconta anche che l’amicizia e il rispetto non sono scontati neppure tra compagni di squadra se si regala una banana marcia a Cherif Traoré. Quella scattata a Londra alla Laver Cup, lacrime comprese, è la foto dell’anno, altro che quella di Messi e Ronaldo davanti a una scacchiera sponsorizzata. Nello sport nulla è scontato perché lo sport fortunatamente è frequentato da gente molto diversa da quella che Oliviero Toscani, in un’intervista al Corriere della Sera ha descritto come “… una massa di teste di cazzo, a parte Muhammad Ali. Non hanno neanche il coraggio di dire che sono gay, nessuno di loro è impegnato socialmente, politicamente… Mi stanno sui coglioni. Non possono fare altro. Hanno un cervello troppo piccolo, di grosso hanno solo i muscoli”. Se non ci fossero stati i discorsi di Gianni Infantino (“Oggi ho sentimenti molto forti. Oggi mi sento qatariota, mi sento arabo, mi sento africano, mi sento gay, mi sento disabile, mi sento un lavoratore migrante”) il premio per la cazzata dell’anno sapremmo a chi assegnarlo.

  

Nello sport non tutti possono essere Thinkers come i 100 messi in fila la scorsa settimana da Mauro Berruto e Moris Gasparri nella classificona del Foglio Sportivo. Ma di gente che sfrutta i suoi muscoli per lanciare messaggi ce n’è e certamente sono messaggi migliori di quello natalizio diffuso via social da un senatore della Repubblica come Claudio Lotito, una recita che sembra fatta apposta per apparire in un vecchio film dei fratelli Vanzina. Ci sarà poco da ridere quando nelle prossime settimane toccheremo con mano il fatto che le società di calcio investiranno immediatamente sul mercato i soldi risparmiati rimandando le scadenze fiscali. E poi c’è anche chi se la prende con il ministro Abodi.

 

Il 2022 che se sta andando è stato un anno molto azzurro. Dai Giochi invernali di Pechino ai mondiali in vasca corta di Melbourne è stato tutto un tweet celebrativo del presidente Malagò. Tokyo sembrava irripetibile, ma il 2022 non è stato meno generoso con gli azzurri terzi nel medagliere mondiale degli sport olimpici come ci hanno raccontato gli statistici della Gazzetta. Con 83 medaglie (36 ori, 25 argenti e 22 bronzi) vinte negli sport che saranno presenti ai Giochi di Parigi, siamo stati battuti soltanto da Stati Uniti e Cina. Abbiamo raggiunto il podio in 19 Mondiali su 34 con una versatilità inferiore solo a Stati Uniti (22), Francia (21) e Australia (20), alla pari di Cina e Germania. Siamo una super potenza dello sport nonostante il 2022 ci ricordi come nello sport che regge tutto da noi, il calcio, siamo stati spettatori nel Mondiale in Qatar che ha prodotto la finale più bella della storia. E lo siamo nonostante tra Coni e Sport e Salute continuino i dispetti che soltanto il nuovo ministro potrà riuscire a far diminuire. Andiamo verso Parigi 2024 e soprattutto verso Milano Cortina 2026 con un vero Ministro dello Sport, lo facciamo ancora seduti sul bottino di Tokyo (10 ori, 10 argenti, 20 bronzi), ci vuole un attimo a scivolare indietro e non soltanto perché le pressioni per far tornare in gioco gli atleti russi stanno per sfondare il muro dei sacrosanti divieti.

  

Il 2022 è stato anche un anno di saluti e di addii. Senza dimenticare l’ultimo mese con Sinisa Mihajlovic, Mario Sconcerti e Pelé. Dagli applausi per quello che è stato Vincenzo Nibali alle lacrime di fine anno per un mito come Vittorio Adorni, poche settimane dopo quelle inconsolabili per Davide Rebellin che aprono un altro fronte, tragico, quello della sicurezza sulle nostre strade.

  

Quello che ci vorrebbe è un’Italia con la determinazione di Sofia Goggia, la forza di Gregorio Paltrinieri, l’esplosività di Marcell Jacobs, l’elasticità di Gimbo Tamberi, la potenza di Filippo Ganna, l’eleganza di Sofia Raffaeli, il gioco di squadra di Fefè De Giorgi, la sensibilità di Paola Egonu, la fantasia di Lorenzo Musetti, l’applicazione di Simone Barlaam, l’ingegnosità della Ducati, lo spirito di Pecco Bagnaia, il futuro di Paolo Banchero che rischia però di essere così luminoso da allontanarlo dalla maglia azzurra a cui si è promesso. Per essere davvero felici ci mancano la vittoria in un grande slam del tennis, una medaglia della nazionale di basket, una Ferrari che non si rompa, il calcio che torni alle notti magiche dell’Europeo. Anche se abbiamo troppi stadi vecchi per i campioni e poche palestre agibili per i ragazzi, siamo ancora un paese che nello sport ci sa fare. Per questo non possiamo fermarci. Nel nuoto siamo diventati una miniera d’oro anche adesso che Federica Pellegrini sta studiando da dirigente, nel tennis siamo un modello, nell’atletica siamo risorti. Ci sono modelli da studiare, modelli da copiare e riprodurre in attesa che a scuola si cominci davvero a fare dello sport. Non vinciamo solo per caso. Non si conquistato 7 medaglie d’oro mondiali nel nuoto se dietro non c’è un sistema che funzioni, degli allenatori che sanno programmare. Non può essere solo fortuna come sostengono i detrattori del Coni e della preparazione olimpica.

  

A livello mondiale il 2022 ci ha chiarito chi è il più forte tra Messi e un Ronaldo che è diventato bravissimo a farsi male da solo, ma ha aumentato i dubbi se Messi lo paragoniamo a Maradona e Pelé. Fifa e Uefa ne hanno dette di ogni sulla Super Lega, poi hanno annunciato un Mondiale per club a 32 squadre che nasce con la stessa idea: moltiplicare i denari anche a scapito della salute dei giocatori e della qualità del gioco. Lo sport in formato extra large sta diventando un problema. Del Mondiale di calcio a 48 squadre sappiamo, del nuovo format della Champions pure. Il basket europeo ha stagioni da 80 partite. La pallavolo non si ferma mai. La Formula 1 ha messo in calendario 24 gran premi. La MotoGp ha aggiunto una gara sprint ad ogni appuntamento. Siamo al confine sottilissimo tra il tanto e il troppo. Intanto, aspettando Milano Cortina 2026 (sarebbe anche ora di darsi una mossa ora che è arrivato Andrea Varnier, il nuovo a.d. che al contrario del precedente sa bene che cosa voglia dire organizzare un’Olimpiade), godiamoci i mondiali di scherma, gli europei degli sport equestri e soprattutto la Ryder Cup che farà di Roma il centro del mondo golfistico. Nel 2023 non dobbiamo solo continuare a vincere (mondiali di atletica, nuoto, ginnastica artistica, basket, ciclismo e tiro), ma anche organizzare.