Russia cacciata per doping, il reato più diffuso e meno interessante dello sport

Roberto Perrone

La Wada ha annunciato la più pesante squalifica della storia sportiva. Ma comminata la pena, si sta già lavorando per un accordo

Milano. Impartita la lezione, si passa alla trattativa. Che poi sarebbe una versione moderna dell’antico detto “passata la festa, gabbato lu santu”. Craig Reedie, presidente uscente dell’Agenzia mondiale antidoping (Wada), ha dichiarato lunedì che “il doping russo ha offeso lo sport pulito” annunciando la più pesante squalifica della storia sportiva, la cacciata di un paese intero. In seguito alle risultanze della commissione indipendente di inchiesta, la Russia è fuori da tutti gli eventi agonistici dei prossimi quattro anni, di qualsiasi tipo, a qualsiasi livello. Oltre le parole di circostanza, da una parte e dall’altra della barricata, c’è il ricorrente problema del doping. Un argomento vischioso, attaccaticcio, sempre difficile da maneggiare. Anche perché chi oggi sta dalla parte “giusta”, domani potrebbe finire da quella sbagliata, come accadde agli australiani grandi fustigatori dei costumi natatori rimasti impigliati, pure loro, in qualche sporca faccenda. Quando accadde, la spocchia giustizialista scomparve e si proclamarono innocenti, come tutti. Il doping va a ondate, noi italiani ne sappiamo qualcosa. Alla fine del secondo millennio i laboratori e i palazzi romani dello sport furono investiti dal famoso “j’accuse” di Zeman che divise l’Italia. Con il reato di doping ci si comporta esattamente come con tutti gli altri. Se artigliano il mio nemico o il mio avversario, peste lo colga, si inalbera il più feroce giacobinismo, se colgono sul fatto uno dei miei, si alza il muro dei distinguo.

 

Però, in questo caso, la storia è un po’ diversa. Le autorità russe hanno 21 giorni per presentare ricorso. Annunciano battaglia, ma perché lo devono fare. Il primo ministro Dmitri Medvedev ha parlato di “isteria antirussa” ma in realtà il clan del presidente russo Vladimir Putin ha compreso che la Rusada, l’agenzia antidoping sovietica e, in generale, i dirigenti del comitato olimpico russo sono indifendibili. A Mosca è in corso una purga. Cominciano le sostituzioni ai vertici. Come diceva un grande allenatore, la cosa peggiore del doping non è il doping, ma farsi beccare. Il doping è il reato più diffuso e meno interessante dello sport. Il popolo non lo capisce, non gli interessa, preferisce discorrere di autoscontri come quello tra Vettel e Leclerc o di Var (la sapete l’ultima? l’International Board non è contento di come sta andando) e di rigori che c’erano o forse no. La verità è che i russi non sono i primi dopatori di stato, inarrivabile fu la Scuola di Lipsia a cui si abbeveravano molti alleati del blocco sovietico. Quando il Muro crollò gli scienziati andarono a servizio dai cinesi. Né per la Ddr né per la Cina, però, scattò mai una simile punizione. Però questa volta la vicenda del doping russo è stata gestita in modo un po’ cialtrone. I tedeschi dell’est lavoravano con un certo rigore, questi hanno lasciato tracce dappertutto, come nella manipolazione gigante di gennaio. Insomma, era un sistema farlocco, grossolano, che è stato ridicolizzato anche da un punto di vista informatico. Il sistema del doping non si è avvantaggiato con i tanto decantati hacker russi di trumpiana memoria, ha preferito gente di quarto livello: le finte mail, i dati nascosti, le accuse lanciate per sviare le indagini, sono state facilmente smascherati.

  

E torniamo all’assunto iniziale. Comminata la pena, si sta già lavorando per un accordo. Questo è una specie di anno zero: i vecchi baroni dei Cio e i capataz russi discuteranno di come far ripartire tutta la vicenda sportiva. L’estrema punizione, insomma, è punto di partenza per rimettere in piedi la Santa Madre Russia, ripulita dal suo interno. E gli atleti russi, quelli limpidi e in buonafede, potranno partecipare da indipendenti alle gare, come all’Olimpiade invernale di Pyeongchang 2018 in cui vennero schierati 168 “atleti olimpici dalla Russia”. E poi c’è il calcio. In teoria anche il vecchio football sarebbe fuori. In teoria. L’Europeo 2020 non è a rischio, tanto per cominciare. San Pietroburgo ospiterà quattro partite, tra cui un quarto di finale. E la città russa è stata designata per ospitare la finale 2021 di Champions League, di cui uno degli sponsor più importanti è Gazprom, il gas di Putin. La Wada, infine, ha fatto sapere che la Russia potrà partecipare al girone di qualificazione al Mondiale. E poi? Non li ammettiamo alla fase finale? Finché c’è calcio c’è speranza. Finché ci sono diritti tv e sponsor la festa, appena finita, può ricominciare.

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