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Ci voleva un ciclista novantenne per far capire che così l'antidoping non funziona

Ai Master di ciclismo Usa Carl Grove aveva ottenuto due record mondiali nella categoria 90-94 anni prima di risultare positivo. "Colpa della carne", si era giustificato. La Wada l'aveva squalificato, ora l'Usada dà per probabile questa ipotesi

9 Gennaio 2019 alle 16:32

Ci voleva un ciclista novantenne per far capire che così l'antidoping non funziona

Carl Grove è il quarto in piedi da destra (foto tratta dal profilo Facebook dell'USA Cycling)

Carl Grove è stato per qualche mese un mito. Carl Grove è stato per diversi giorni un impostore, il peggior imbroglione che ci sia. E il tutto per un po' di urina in una fialetta, per un esame antidoping andato male.

 

Carl Grove ha novant'anni, pedala da almeno settanta, ogni tanto gli piace partecipare a qualche gara in pista, soprattutto si ostina ad andare in bicicletta "quasi ogni giorno" perché pedalando "si diverte", "perché gli fa bene", "perché si sente vivo", o almeno questo disse qualche anno fa all'Indianapolis Recorder.

 

Carl Grove a luglio ha fatto quello che ha fatto sempre negli ultimi dieci anni: si è iscritto agli USA Cycling Masters Track Nationals, che altro non sono che i campionati americani di ciclismo su pista per veterani – sono divisi in categorie anagrafiche e sono aperti a chi ha compiuto più di 35 anni. Si è recato a Breinigsville, Pennsylvania, e ha gareggiato da solo, perché non c'erano altri contendenti, nella categoria riservata alle persone tra i 90 e i 94 anni. Ovviamente ha vinto, non poteva essere altrimenti: oro nello sprint, oro nella cronometro, oro nell'inseguimento individuale. Nelle ultime due specialità ha stabilito il record del mondo.

 

 

Nella sua città, Bristol, Indiana, hanno fatto festa grande. Il sindaco lo ha addirittura elogiato pubblicamente, ha parlato di lui come un modello. E un modello lo è stato per mesi, perché correre duemila metri in pista in tre minuti e sei secondi e centoventinove centesimi vuol dire andare forte davvero. Per intenderci, Rob Lea, vincitore della categoria 75-79 anni ha chiuso in 2 minuti, 58 secondi e 947 centesimi. Lo è stato almeno sino a quando il responso dell'antidoping, perché ogni record del mondo per essere certificato ha bisogno di un esame antidoping, ha certificato la sua positività al epitrenbolone che altro non è che un metabolita del trenbolone, ossia uno steroide anabolizzante che serve a favorire la crescita muscolare.

 

Positivo, ossia dopato, ossia impostore, ossia vergogna, pubblica gogna, uno schifo. E poi che giustificazione: "L'unica spiegazione è che possa aver mangiato della carne contaminata". Caro Carl, è una scusa vecchia, già usata, che non sta in piedi, gli hanno probabilmente detto. Perché già ci sono state giustificazioni del genere: la più famosa è quella di Alberto Contador che nel 2010 giustificò la sua positività al clenbuterolo con una "contaminazione alimentare".

 

Ma se l'utilizzo di sostanze proibite, per quanto di scarsa utilità, da parte di Contador poteva avere una spiegazione, si stava giocando un Tour de France, non ha alcuna spiegazione il fatto che un signore di novant'anni possa far uso di sostanze dopanti, soprattutto di uno steroide anabolizzante che aiuta la crescita muscolare. Se proprio avesse voluto doparsi probabilmente avrebbe utilizzato un broncodilatatore, oppure un po' di un ormone che favorisca la produzione dei globuli rossi (epo per intenderci), al limite un po' di testosterone.

 

Dubbi talmente banali che sono venuti pure all'agenzia antidoping americana. Dubbi talmente banali che hanno spinto Travis Tygart, il capo dell'Usada, a metterci la faccia: "Casi come questo, francamente, ci fanno sbattere la testa contro il muro", ha detto a VeloNews. E poi ha aggiunto che "quanto accaduto a Carl Grove è la prova di un sistema che deve essere revisionato e riparato al più presto. È esattamente il motivo per cui abbiamo spinto così duramente per il cambiamento delle regole Wada su questi tipi di casi". Perché sì Carl Grove è risultato positivo al epitrenbolone, che è sostanza vietata, ma nelle sue urine erano presenti 500 picogrammi (ha rivelato il New York Times), che è una dose risibile, "del tutto in linea con l'assunzione accidentale", soprattutto perché "nell'esame del giorno prima non c'era traccia della sostanza".

 

Galeotta fu quella bistecca di fegato allora che ha fatto perdere una medaglia e un record del mondo a Carl Grove. Medaglia e record del mondo che non torneranno, non gli verranno restituite dalla Wada. Ma peggio ancora è stato il trattamento da imbroglione che il novantenne americano ha dovuto subire, che ha sopportato dietro un silenzio umano, quello che non hanno avuto l'accortezza di avere i puri della confraternita dell'antidoping.

 

"C'è un elenco che non prevede un livello minimo. Queste sostanze, anche se presenti in maniera estremamente bassa prevedono l'immediata squalifica. Non dovrebbe essere così. A volte basterebbe aprire un'indagine per evitare condanne non necessarie. Preferiremmo che questo tipo di episodi legati a possibili casi di contaminazione - carne, acqua e farmaci da prescrizione - non fossero considerate immediatamente violazioni", ha concluso Tygart.

Giovanni Battistuzzi

Giovanni Battistuzzi

Al Foglio dal 2014. Nato il 5 gennaio, nel giorno più freddo del secolo scorso, lì dove la pianura incontra il Prosecco. Veneto. Ciclista urbano. Pantaniano. Milanista. Scrivo di sport, ciclismo soprattutto. In libreria trovate Girodiruota, che è il nome anche del mio blog

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