il foglio sportivo

Curve pericolose e altre banalità

Piero Vietti

Ultrà razzisti e mafiosi? Parla Tobias Jones, che ha scritto un libro su un mondo di cui si parla molto ma si sa poco

È un libro uscito qualche giorno fa in Inghilterra, è scritto in inglese da un inglese, ma andrebbe letto da chi in Italia parla e scrive di ultrà e curve, e lo fa spesso generalizzando, appigliandosi a luoghi comuni o utilizzando un lessico che semplifica un mondo molto complesso. Si intitola Ultra – The underworld of Italian football, lo ha scritto Tobias Jones, giornalista britannico che vive a Parma e studia e frequenta gli ultrà italiani da diversi anni. Razzisti, violenti, delinquenti: i tifosi che affollano le curve degli stadi sono solitamente presentati come feccia irrecuperabile, usati come capri espiatori di tutti i mali della società. Chiunque abbia frequentato una curva sa che non è sempre così, però. “L’unico modo di raccontare un mondo clandestino è entrarci dentro – racconta Tobias Jones al Foglio Sportivo – altrimenti è come fare un libro di storia in cui la realtà è solamente sentita a distanza. Entrarci vuol dire che si deve sentire l’euforia, l’esuberanza, l’umorismo, la fratellanza, i canti, gli scherzi, sentire il fumo e gli schiaffi, ma intravedere anche l’indivisibilità, l’impunibilità, quasi l’assolutismo o il fondamentalismo, dell’essere gruppo. Entrarci dentro, ovviamente, porta problemi: uno scrittore serio non deve mai essere acritico, e fare giornalismo immersivo – o ‘gonzo’, come faceva Hunter S. Thompson – non vuole dire assecondare o giustificare. Ci vuole distanza critica, ma mai retorica e polemica. I fatti sono molto più eloquenti delle opinioni. Io ho cercato semplicemente di presentare fatti, e lasciare che sia il lettore a decidere se gli piacerebbe fare parte” di questo mondo.

 

Si parla sempre di più di razzismo negli stadi, il binomio ultrà-razzisti è automatico. Dopo ogni episodio c’è chi si affretta a minimizzare dicendo che sono pochi a fare il verso della scimmia, mentre dall’altra parte anche un “buu” di disapprovazione viene letto come un insulto nei confronti dei giocatori di colore avversari. Paradossalmente la vicenda degli ultrà juventini che minacciavano la società di fare cori di discriminazione territoriale se non avessero avuto biglietti gratis dimostra che certe esternazioni delle curve sono strumentali più che ideologiche. Inevitabile chiedere a Jones se nel suo giro per le curve italiane ha trovato prove di razzismo vero, o siamo di fronte a esagerazioni giornalistiche che per demonizzare gli ultrà affibbiano loro anche questa etichetta di impresentabilità sociale. “È un discorso troppo lungo da affrontare in poche battute – ammette – Ci sono razzisti sparsi in curva come ce ne sono ovunque – nelle banche, nelle stazioni o nei bar. Una delle ragioni principali per cui ho voluto passare un paio d’anni con gli ultrà del Cosenza (e per cui continuerò a seguire quella curva generosa e anarchica) è che loro spaccano quello stereotipo pigro di ultrà-uguale-razzista. Però… il fatto che vari gruppi deviati (i Drughi e gli Irriducibili soprattutto) avessero un beneficio secondario dalla loro xenofobia (un modo per minacciare e multare la società) non vuol dire che non siano xenofobi. Significa che avevano un motivo in più – oltre il loro apertamente dichiarato fascismo – per esserlo. Io cerco sempre, comunque, di capire e non demonizzare, e mi sono trovato sorprendentemente bene in certe curve politicamente nere. Cercavo di comprendere le fobie che sono la base della xenofobia. Di cosa hanno paura? Di perdere la patria, il posto di lavoro, la moglie, il pane? Ascoltare le fobie ti fa avvicinare alle persone di qualsiasi colore politico. Ma solo quando le curve saranno tanto multietniche quanto il campo cambieranno queste cose”. Storicamente il movimento ultrà nasce per opporsi, anche in maniera violenta, al sistema. Ma è forse uno degli ultimi luoghi in cui si possono trovare anche appartenenza, senso della comunità, addirittura certi valori.

 

Gli ultrà sono convinti di avere fatto del bene, scrive Jones nel libro, ed effettivamente spesso lo fanno, si potrebbe dire che in certi casi provvedono al loro popolo. “Sì – dice Jones – Penso a Genova Insieme, una cooperativa nata negli anni Novanta dopo seri scontri tra genoani e sampdoriani. Da anni offre lavoro, stipendi e speranze a persone escluse. A Cosenza hanno aperto una mensa per i poveri, e vari ultrà lì – per dare un’idea del lato quasi evangelico di quel mondo – parlano delle loro ‘missioni’ in Africa”. La lista di cose benevole fatte dagli ultrà sarebbe lunghissima, spiega il giornalista inglese: “Soldi raccolti e dati in beneficenza, spazzare il fango dopo le alluvioni, aiuti per i terremotati… La vera domanda, per me, è se, dopo mezzo secolo, gli ultrà hanno fatto più beneficenza o danni per la società”.

 

Fermo restando che le violenze sono sempre da condannare, e i loro autori da fermare e messi in condizione di non nuocere, a volte si ha l’impressione gli ultrà in quanto tali siano usati come capri espiatori. All’inizio del suo libro Jones racconta di come degli scontri tra interisti e napoletani che il 26 dicembre scorso portarono alla morte di Daniele Berardinelli ci sia solo una versione dei fatti, che non combacia del tutto con quello che sembra essere effettivamente avvenuto. “Che ci sia un odio reciproco tra gli ultrà e le forze dell’ordine è innegabile – chiosa l’autore – Avendo fatto tantissime trasferte tra le file degli ultrà ho visto un atteggiamento dei celerini che mi lasciava molto perplesso: come se volessero rompere semplicemente per il gusto di rompere. C’era una strafottenza visibile nel modo in cui ti perquisiscono, ti fanno aspettare, ti rendono la vita scomodissima. Io sono un pacifista e vorrei sempre creare ponti e comprensione (anche tra gruppi ultrà della stessa città che si trovano in guerra), e quindi non esulto per questo disprezzo reciproco, però lo noto e ne scrivo. Anche qui l’onestà, e i fatti, sono indispensabili: le forze dell’ordine sono responsabili per morti, come lo sono gli ultrà – e quando ci sono martiri veri, diventa molto difficile fare un passo in dietro”.

 

La denuncia della Juventus che ha portato all’arresto di dodici capi ultrà è stata qualcosa di storico. Difficilmente le società denunciano i responsabili del tifo organizzato. Molti auspicano che questo fatto possa portare altre società a fare lo stesso. Resta un dubbio: gli ultras si possono normalizzare? “Nessun business vuol essere minacciato – provoca Jones – La strategia della Juventus di contenere la minaccia tramite la trattativa è finita molto male, con la tentata entrata della ‘ndrangheta in curva e la morte di Ciccio Bucci, e quindi hanno cambiato approccio. Anche i Drughi fanno parte di un business – non li considero ultrà veri – e gli uomini d’affari si possono sempre addomesticare. Gli ultras no”.

 

Resta da capire se chi dice che le curve sono cambiate abbia ragione, e se effettivamente la situazione sia peggiorata a causa delle infiltrazioni mafiose, o in realtà non siano sempre state una terra di mezzo abitata da passione e delinquenza. “Sono cambiate tantissimo – conclude Jones – All’inizio degli anni Settanta i fondatori o capi erano teenager. Adesso sono uomini quasi in età da pensione. Generalizzo, ma allora c’era il caos e il carnevale, adesso ordine e tradizione. Credo che nessun ultrà abbia fatto soldi negli anni Settanta, ma adesso alcuni (pochissimi, è vero) sono veramente ricchi, con negozi, ristoranti, bar, case e macchine. Le infiltrazioni mafiose ci sono, purtroppo, ovunque – nella politica, negli ospedali, tra i palazzinari... – più ricco è il mondo degli ultrà, più ci sarà un interessamento da parte di criminali professionisti, questo è ovvio. È per quello che, secondo me, l’ultrà puro (scusate il termine moralistico) si trova di più nelle curve sconosciute. Juventus, Lazio, Inter e così via avranno sempre capi che sniffano potere e soldi. Dove non c’è veramente trippa per gatti, gli ultrà sono, credo, un po’ più come i vecchi tempi: casinisti goliardi che si divertono a bere birra, cantare e darsi le botte per nessun motivo tranne il gusto di farlo”.

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  • Piero Vietti
  • Torinese, è al Foglio dal 2007. Prima di inventarsi e curare l’inserto settimanale sportivo ha scritto (e ancora scrive) un po’ di tutto e ha seguito lo sviluppo digitale del giornale. Parafrasando José Mourinho, pensa che chi sa solo di sport non sa niente di sport. Sposato, ha tre figli. Non ha scritto nemmeno un libro.