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Chissenefrega dell’Europa League

L’insensato disinteresse delle squadre italiane per la coppa “minore”

5 Ottobre 2019 alle 06:00

Chissenefrega dell’Europa League

(Foto LaPresse)

Chissenefrega dell’Europa League”. I due tifosi del Milan, dall’altra parte della fila di armadietti della palestra milanese, discutevano, la passata estate, sull’auto-esclusione del club del Portello dalla Coppa numero 2 arrivando alla conclusione condivisa da tutti i loro colleghi: per l’Italia del calcio, l’Europa League è irrilevante. Non interessa ai presidenti, ai dirigenti, gli allenatori, ai giocatori, ai tifosi. Poco pure ai giornalisti. Tutti pensano che sia un declassamento. Se il Milan avesse rinunciato alla Champions ci sarebbero stati dei tumulti di piazza, ha mollato l’Europa League e non se n’è accorto nessuno, passato in cavalleria. Anzi, meglio, così il Milan può puntare alla Champions, chiosavano i due. Errore. A pensare basso, ci si ritrova in basso: per ora, classifica alla mano, il Milan più che la quota Champions deve cercare la quota salvezza. L’Europa League, a parte per il nostro calcio periferico e millantatore (di una grandezza che non ha più), è invece una grande occasione, forma, fa crescere la consapevolezza, aumenta l’esperienza. Guardavo, giovedì sera, i lupacchiotti del WAC, Wolfsberger Athletiksport-Club. Sono saliti nella Bundesliga austriaca nel 2012 per la prima volta e sono freschi di conquista dell’Europa. 

 

Vengono da un paesino della Carinzia in mezzo ai lupi (il loro simbolo) e hanno dovuto traslocare a Graz perché il loro stadiolo è buono a stento per il campionato austriaco. Non saranno dei fenomeni ma hanno battuto il Borussia Mönchengladbach, a casa sua, alla prima, e messo in difficoltà la Roma alla seconda. Giocavano come se fosse una partita vera, mentre la Roma era infarcita di riservisti. E la Lazio, subito dopo, ha ribaltato il Rennes grazie a Luis Alberto e Milinkovic Savic, schiodati dalla panchina.  Non c’è niente da fare, l’Europa League sta al pari, quando non un po’ sotto, della Coppa Italia. Non c’è stata mai una squadra italiana che abbia provato seriamente a vincerla e neanche una è andata in finale. Neanche una.
Il tentativo più serio è stato quello della Fiorentina, sconfitta in semifinale ai rigori dai Rangers di Glasgow (pre-fallimento) nel 2008. L’ultima Juventus di Conte, anno 2014, aveva la finale programmata allo Stadium, ma non ne seppe approfittare, eliminata dal Benfica in semifinale. Era il 1° maggio del 2014 e tre giorni prima Madama aveva vinto 3-1 a Reggio Emilia. Contro il Sassuolo, anche se subito dopo aveva l’occasione giocarsi l’Europa League in casa, Conte schierò tutti i titolari.
Sembra quasi che noi italiani siamo stati traumatizzati dal cambio di nome e formula. Vent’anni fa il Parma allenato da Alberto Malesani conquistava l’ultima edizione della vecchia Coppa Uefa. Ne eravamo i padroni. Boris Becker diceva di Wimbledon: “E’ il salotto di casa mia”. Beh, per noi la Coppa Uefa era salotto, tinello e pure cucina abitabile.

 

Abbiamo collezionato otto successi dal 1989 al 1999: Inter (3), Juventus (2), Parma (2) Napoli (1). Nelle altre tre edizioni, per due volte siamo stati sconfitti in finale: Torino, la sedia di Mondonico ad Amsterdam 1992; Inter, ai rigori con lo Schalke 04, 1997. Quattro, addirittura, le finali autarchiche: Juventus-Fiorentina 1990, Inter-Roma 1991, Juventus-Parma 1995, Inter-Lazio 1998. Poi c’è stata la riforma e ciao Italia. Il disinteresse per l’Europa League è un segno del nostro modo di vedere il calcio, provinciale, periferico, mediocre. Abbiamo una visione snobistica dello sport e si vede dal birignao con cui la approcciamo. In generale siamo dei cialtroni che giocano a fare gli splendidi. Ci muoviamo solo per la partita di cartello, per la prima della Scala, per la finale. Succede con i club è anche peggio con la Nazionale. Ai Mondiali e agli Europei ho visto esodi biblici di tifosi inglesi, tedeschi, olandesi, danesi, finanche spagnoli. Se non ci fossero i nostri connazionali all’estero, ai primi turni gli azzurri non avrebbero un tifoso al seguito. Il nostro esodo comincia alla vigilia della finale, qualche volta per semifinale, se è di un certo livello. Noblesse oblige.

 

Questo modo distorto di intendere il football, ci ha portato quindi a schifare l’Europa League, considerata un impaccio, se non una iattura. Dei grandi campionati europei, nell’albo d’oro mancano anche i tedeschi, ma almeno due volte hanno mandato una squadra in finale.

 

Niente, è come per i libri. In Italia si legge poco e allora il racconto potrebbe essere la risposta alla difficoltà di leggere duecento e passa pagine. Distanza più breve, quindi più facile da colmare. E invece no, i racconti non li vuole nessuno. Se devo leggere qualcosa, mi compro il librone. Così nel calcio: esiste solo la Champions League. Quando una squadra italiana conquista un posto in Europa League, se è una di quelle che ha mancato la Champions non nasconde la delusione. Se è una che viene dal basso fa festa e si auto-incensa. Poi, quando si comincia, entrambe esibiscono lo stesso fastidio. E i risultati si vedono. Anzi, non si vedono proprio.

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