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Per combattere la violenza ultras il modello non è l'Inghilterra ma la Germania

La repressione contro gli hooligan ha reso gli stadi più sicuri ma ha reso il calcio inglese meno popolare. La regola tedesca del 50+1 e la necessità di mettere al centro del progetto i tifosi

28 Dicembre 2018 alle 16:46

Per combattere la violenza ultras il modello non è l'Inghilterra ma la Germania

Foto LaPresse

Il terribile Boxing Day all’italiana ha riaperto ferite mai cicatrizzate su temi come la violenza negli stadi, il tifo razzista e l’estremismo ultras, per i quali da più parti oggi si chiede una risposta all’inglese. La soluzione, però, non può essere solo la mano dura che venne utilizzata in Gran Bretagna negli anni Ottanta-Novanta, quando il governo Thatcher si rese protagonista di alcune norme estremamente rigide per mettere fine ad una stagione livida dominata dagli hooligans. Intendiamoci: coi violenti, i criminali e i razzisti occorre essere decisi, e pure non chiudere gli occhi di fronte al fatto che le curve troppo spesso diventano luoghi in mano a delinquenti, spacciatori e mafie. Al tempo stesso, però, l’esperienza inglese va guardata nella sua interezza. Perché sì, gli stadi saranno anche diventati più sicuri, ma pure più tristi e freddi: niente più terraces ma solo posti a sedere, più sicurezza e controlli, norme sempre più repressive nei confronti dei tifosi… Non sono pochi quelli che hanno letto, in quelle azioni legislative, la fine della connotazione popolare del calcio inglese ad alti livelli, per fare spazio a un modello sempre più in mano a televisioni e investitori. Con il risultato che la Premier League di oggi assomiglia sempre più a un prodotto commerciale che a un aggregato di passione, tifo e appartenenza.

 

Più interessante è guardare alla Germania, dove dalla fine degli anni Novanta domina una regola, quella del 50+1. Come funziona? La maggioranza delle quote di un club deve essere nelle mani di soci-tifosi, lasciando sempre quindi in minoranza qualsiasi tipo di investitore privato. È una norma scritta nel 1998 (prima i club erano associazioni di singoli soci senza alcun fine di lucro) proprio per permettere l’ingresso di capitali privati ma, al tempo stesso di tutelare l’importanza della tifoseria per una città e un club. Insomma, non allontanare e reprimere, ma mettere al centro del progetto i supporters, facendo capire loro quanto sono importanti e quanto possano essere responsabili loro stessi del club, eleggendo rappresentanti all’interno del direttivo e coinvolgendosi su questioni focali. Valga, su tutte, una citazione: "Il tifoso tedesco di solito ha un legame più stretto con il suo club. Se avesse il sentimento di non essere più trattato come un tifoso ma come un cliente, allora avremmo un problema", diceva nel 2006 Hans-Joachim Watzke, ceo del Borussia Dortmund, club che conta più di 150mila membri. Il muro giallo della sua curva è ormai una cartolina che da anni gira in Europa a mostrare il calore del tifo tedesco.

 

Va detto che in Germania non tutti amano questa norma, tanto è vero che la scorsa primavera le società si riunirono per decidere se tenerla o meno. Anche alcuni grandi club come il Bayern Monaco volevano cambiare, per aprirsi a più investimenti internazionali. Ma alla fine si scelse di proseguire con questa regola, alla quale esistono però alcune eccezioni: Bayer Leverkusen e Wolfsburg, ad esempio, che fin da quando fu scritta la norma erano legate a due colossi aziendali dell’industria farmaceutica e automobilistica, e lì rimasero. Più clamoroso, invece, è il modo in cui il giovane RB Lipsia si è “adeguato”, attraverso quote di adesione costosissime (anche 800 euro, contro i 60 dei club più importanti), che hanno permesso a pochissime decine di tifosi di entrare nel club, senza di fatto avere influenza in decisioni che spettano in toto alla Red Bull. Casi isolati, però, in un contesto che a livello medio-piccolo sembra apprezzare questa norma. Che certo non è la risposta esaustiva alla violenza e al razzismo, ma nemmeno una terribile caccia alle streghe che rischia di snaturare l’anima popolare del pallone.

 

Non è un caso se in Germania i biglietti negli stadi non hanno risentito del boom che hanno avuto in Inghilterra. Mettere al centro il tifoso significa valorizzarlo e, nel limite del possibile educarlo ad un rapporto più bello con il calcio. Che sia passione e non sfogo.

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