Virus dance

Discoteche chiuse per il coronavirus, ma il settore era in crisi già da anni. Nel frattempo i giovani non hanno mai smesso di ballare
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24 AUG 20
Ultimo aggiornamento: 11:19 AM
Immagine di Virus dance

(foto Ansa)

Dalla “Febbre del Sabato Sera” al Covid-19. La decisione del governo di combattere la pandemia anche ordinando la chiusura delle discoteche in tutta Italia fino al 7 settembre corrisponde a simili decisioni che sono state prese anche da altri governi, ma rischia di dare al settore un colpo definitivo. “Propongo di firmare l’ordinanza perché la ripresa dei casi è significativa anche alla luce dei contagi nel contesto europeo”, ha spiegato il ministro della Salute, Roberto Speranza. “Non possiamo vanificare i sacrifici fatti nei mesi passati. La nostra priorità deve essere riaprire le scuole a settembre in piena sicurezza”. “Il danno atteso dalla chiusura delle discoteche è grosso”, ammette il ministro dello Sviluppo economico Stefano Patuanelli. “Ma non vedo alternative, serve maggiore attenzione per evitare di tornare ai dati di marzo”. Giusto una promessa: “Faremo il possibile per dare un sostegno economico alle attività che avranno delle perdite, trovando delle poste di ristoro specifiche anche nel decreto “Agosto”.
Il Silb, Sindacato italiano dei locali da ballo, stima un danno da almeno 4 miliardi, ma il ricorso che ha presentato al Tar è stato bocciato. Loro insistono: “Non ci sentiamo responsabili. Le nostre attività hanno lavorato al pari di altri settori della società”, ha spiegato il presidente Maurizio Pasca. “La discoteca è un grandioso capro espiatorio”. Ma lo stesso mondo dei dj si divide. “Perché le avete fatte aprire, eravate ubriachi o interessati?”, ha commentato polemicamente Linus su Instagram. “Avete fatto i cogl… E questo è il risultato. Ce lo meritiamo”, è invece il parere di Gabry Ponte.

“Perché le avete fatte aprire, eravate ubriachi o interessati?”, ha commentato polemicamente Linus su Instagram

Quarantadue anni fa, era stato invece il film di John Badham a lanciare non solo il divo John Travolta ma anche il mito della discoteca come punto di riferimento di una generazione. Il 16 dicembre 1977 fu la prima: a Londra uscì nel febbraio del 1978, e in Italia il 13 marzo 1978. Ma già il 9 dicembre era uscita la storica colonna sonora, balzando subito al primo posto delle classifiche. Insomma, un trionfo annunciato. Certo, se poi si va a rivedere il film con attenzione ci si rende conto che le scene di ballo erano relativamente poche, nell’economia generale della storia. E poi, alla fine, Tony Manero dopo il doppio choc dello stupro di Annette e del suicidio di Bobby scappa letteralmente da quel mondo, per chiedere “asilo” a Stephanie e annunciarle che vuole cambiare vita.
Però i Bee Gees erano i Bee Gees: “Saturday Night Fever”, il disco, vendette 40 milioni di copie. Ed erano poi le scene di ballo a pubblicizzare il film e a portare milioni e milioni di “travoltini” a imitare i passi di danza del nuovo divo. Su tutti il “latin hip”, quello con il dito puntato in alto. Comunque, poco dopo ci sarebbe stato “Grease”. E nel 1983 il sequel “Staying Alive”, in cui Tony Manero si affermava come ballerino professionista. L’uno e l’altro avrebbero chiarito definitivamente che non era un alienato il personaggio interpretato da John Travolta, bensì un gran “figo”. O “fico”, se vogliamo accogliere anche la dizione romana secondo la puntualizzazione dell’“Ecce Bombo” di Nanni Moretti. Ma forse fin dall’inizio c’era stata una voluta ambiguità – simile a quella di un altro personaggio icona dell’epoca: il Rambo di Sylvester Stallone. Nelle intenzioni, sicuramente, un apologo pacifista sui guasti della guerra, che trasforma un essere umano in una alienata macchina per uccidere. Talmente è efficiente quella macchina, però, che entusiasma il pubblico. E così ne viene una catena di sequel in cui si chiarisce che Rambo è un eroe militarista vecchio stampo.

Nel 1964 le discoteche iniziano ad affermarsi a New York, ma tra gli americani non diventano veramente popolari che negli anni Settanta

Da ricordare poi che il 1978-80 è anche l’epoca del delitto Moro, della scoperta del genocidio cambogiano, dell’invasione di quell’Afghanistan in cui andrà appunto a combattere Rambo, degli scioperi di Danzica. Entra in crisi il paradigma della sinistra radicale che aveva orientato il mondo giovanile all’inizio del decennio, e inizia l’epoca del riflusso e del ritorno al privato. In quel po’ che sopravviveva del mondo di sinistra giovanile in Italia, la Disco Music dei Bee Gees fu bollata come “roba di destra”, ma curiosamente l’anatema non investì le discoteche. I “rossi” decisero invece che era di sinistra il rock, e ci si poteva salvare l’anima ballando quello.
La crisi delle discoteche, però, va avanti da ben prima del Covid. Già nel 2016, ad esempio, una ricerca rilanciata dall’Economist fotografava come i locali notturni fossero scesi dai 3.144 del 2005 ai 1.733 del 2015, con una perdita di guadagno complessivo pari ai 400 milioni di euro. Nello stesso periodo una inchiesta italiana attestava un dimezzamento analogo: da 5.000 a 2.500. E gli incassi erano calati dagli 8 miliardi di euro all’anno del 2002 ai 5,3 del 2017. Stessa “musica” per i Paesi Bassi: 38 per cento di discoteche in meno tra il 2001 e il 2011. L’Economist dava la colpa a quel fenomeno che i sociologi hanno definito “gentrificazione”, cioè l’occupazione dei quartieri popolari, dove le discoteche erano situate, da parte del nuovo ceto ricco, insofferente ai rumori notturni.
Si parlava però anche di una crescita del salutismo e degli astemi. E di un effetto low cost, con sempre più giovani che preferivano passare il sabato sera in giro per il mondo piuttosto che tra quattro mura. In Italia la Silb se la prendeva anche con l’abusivismo. “Ormai si balla dappertutto, ristoranti, bar, posti in cui si fa l’aperitivo, le one night, le feste nelle ville, nei palazzi, nelle masserie”, denunciava Maurizio Pasca. Insomma, una sorta di “Uber del ballo”, per la Silb, “al 90 per cento abusiva”, che avrebbe fatto almeno 2 miliardi all’anno.
Ma qualcun altro rovesciava l’analisi. Proprio questa proliferazione dimostrerebbe che la voglia di ballo c’è ancora. Quel che non funziona più è il modello anni 70 e 80 di una proposta omologante uguale per tutti, in un mondo dove Internet in generale e YouTube in particolare hanno permesso alle nicchie di gusto di moltiplicarsi all’infinito. Si è anche ridotta al minimo la possibilità di guadagnare con la vendita di dischi, imponendo alle star della canzone di tornare a offrire soprattutto musica dal vivo. Insomma, le discoteche boccheggivano, ma quella che nel suo complesso era definita come “l’industria del divertimento e della notte” nel 2016 pesava ancora per 70 miliardi di euro, il 4 per cento del pil, e dava lavoro stabile o temporaneo a un milione e mezzo di persone.

“Ormai si balla dappertutto, ristoranti, bar, posti in cui si fa l’aperitivo, le one night, le feste nelle ville, nei palazzi, nelle masserie”

Secondo i dati Istat, però, tra il 2008 e il 2016 i giovani dai 20 ai 24 anni che andavano in discoteca almeno una volta all’anno erano diminuiti di 342.000 unità, e quelli dai 25 ai 34 anni di 939.000. Insomma, a rifiutare il “modello del passato” sono proprio i millennial, mentre gli restano fedeli i più anziani. Allo stesso modo, quando questi anziani erano giovani gli anziani di allora andavano in balera.
Un famoso confronto lo aveva fatto nel 1974 un programma Rai che si intitolava “Vino, whisky e chewing-gum”, tre puntate dedicate al mondo della balera (“vino”), del night (“whisky”) e della discoteca (“chewing-gum”). Quest’ultimo c’era già, ma non aveva ancora la preponderanza che avrebbe assunto di lì a qualche anno. Quando nascono i tre modelli? In balera suonatori da vivo eseguono quel repertorio di balli oggi tutti assieme etichettati come liscio: valzer, mazurka, polka, tango e a volte anche altri tradizionali più antichi. E’ una realtà tipicamente italiana, nata a fine Ottocento su idea, secondo la tradizione, del grande violinista romagnolo Carlo Brighi. A parte lo spazio per l’orchestra, per le esigenze del ballo di coppia la balera richiede luce, all’opposto del buio tipico della discoteca. E infatti il suo modello è stato riproposto dai patiti del ballo latinoamericano, tornato di moda almeno da una trentina di anni e che a sua volta ha tolto altro spazio alla discoteca modello anni 70. In varie aree la balera tradizionale regge ancora come fenomeno identitario e contribuisce a quella diversificazione della domanda di ballo di cui è componente anche un’altra moda recente come il revival della Pizzica.
Il night club offriva anch’esso musica dal vivo, ma di impianto jazz o comunque “americano”. La sua epoca d’oro fu fra gli anni 50 e i 60, fu uno status symbol per la borghesia emergente del “boom economico”, ed ebbe protagonisti artisti come Renato Carosone, Marino Marini, Bruno Quirinetta, Gastone Parigi, Peter Van Wood, Franco e i G5, Bruno Martino, Marino Barreto Jr., Riccardo Rauchi, Sergio Endrigo, Riccardo Del Turco, Peppino Di Capri, Fred Bongusto, Guido Pistocchi. Era però caro, e dunque di fronte alla concorrenza della discoteca entrò in crisi, fino a sparire negli anni 80.
La discoteca nasce invece in Francia, come attesta il suo nome, che deriva dal francese “discothèque”. In effetti gli Stati Uniti avevano già i night club: il primo moderno sarebbe stato nel 1886 il Webster Hall di New York, dove c’erano già luoghi simili almeno dal 1840 e dove sin dall’Ottocento un ruolo simile lo avevano ricoperto molti bordelli. Non a caso fu in quelli di Buenos Aires che fu lanciato il tango. Nel 1889 vengono installati i primi jukeboxe, che permettono per la prima volta di ascoltare musica senza esecutori dal vivo. Negli anni Venti diventano capitali dei night anche la Berlino di Weimar e la Shanghai delle Concessioni. Ma la tecnologia discografica ancora non permetteva discoteche di tipo moderno. A forzare il passo è infatti la resistenza antinazista durante la Seconda Guerra mondiale.
E’ una cosa se vogliamo sorprendente, vista l’immagine “di destra” che abbiamo visto associare a questo tipo di locali. Ma quando durante l’occupazione tedesca della Francia le autorità naziste vietarono la musica “americana”, alcuni giovani chiamati “zazous” iniziarono a organizzare locali clandestini in cui ci si arrangiava a ballare con i dischi, e perfino nella stessa Germania nacque un movimento simile chiamato “Swing Kids”. Pure il Nando Moriconi di “Un americano a Roma” si prepara ad accogliere i liberatori dando lezioni di tip-tap, e infatti l’arrivo delle truppe americane fu accompagnato per le strade d’Europa dalla chiassosa colonna sonora delle canzoni di Glenn Miller.
La domanda di musica dal basso stimola dunque la ricerca di alternative più economiche ai night club, l’esempio dei zazous c’è già stato, e nel 1953 a Parigi un locale che è stato aperto nel 1947 e che si chiama “Le Whisky a Gogo” crea il modello con disc-jockey e luci colorate che diventerà poi standard. Ideatrice: la cantante di origine belga Régine Zylberberg, che allora aveva solo 24 anni, che è tutt’ora sulla breccia, e tra i cui successi c’è anche la versione francese di “Azzurro”. Negli Stati Uniti la discoteca è già arrivata nel 1953, in Germania nel 1959, nel Regno Unito alla fine degli anni Cinquanta, in Italia tra il 1963 e il 1964. A Portoferraio, un Club 64 si vanta di essere stato nel 1964 il primo locale del nostro paese a far ballare utilizzando solo dischi. Il 1964 è anche l’anno in cui le discoteche iniziano ad affermarsi a New York, ma tra gli americani non diventano veramente popolari che negli anni Settanta. A quel punto iniziano però a contaminarsi con un tipo di cultura di “bande giovanili” tipico di un paese multietnico (si ricorderà come nella “Febbre del Sabato Sera” si sfidino un gruppo di italiani, uno di neri e uno di portoricani). E siamo tornati così a John Travolta e al 1978. Al precedente schema, che almeno in Italia prevedeva una miscela di 5 “shake” veloci e 5 lenti e che era poi evoluto nel 5 shake e 3 lenti, si sostituisce una colonna sonora tutta “veloce”, e i locali iniziano a funzionare anche oltre l’estate o la domenica pomeriggio. Il volume altissimo e la cultura “a bande” rendono difficile continuare usare la discoteca per fare incontri, ma in compenso viene esaltata la voglia di esibirsi e di fare stravaganze. Anche con i vari eccessi, dalla droga al sesso libero pre Aids.

Il night è americano. La discoteca nasce invece in Francia, come attesta il suo nome, che deriva dal francese “discothèque”

La Disco Music entra già in crisi nei primi anni Ottanta, ma è sostituita da altri generi, tra cui la House. Nasce a Chicago, fonde la stessa Disco Music col Funk, è caratterizzato da un 4/4 con cassa battuta su ogni quarto. Ma, ahimè, “truzz truzz” è descritto questo tipo di ritmo dai già citati millennial denigratori. Davvero è questa l’etimologia di quel termine “truzzi” con cui i residui frequentatori giovani di discoteche sono oggi derisi dalle sempre più numerose tribù giovanili che con la discoteca non vogliono più avere a che fare? “Giovane di bassa estrazione sociale che segue gli aspetti più appariscenti e volgari della moda” è la definzione di “truzzo” del “Nuovo De Mauro”, dandone in realtà l’origine come incerta, ma fissandola effettivamente al 1984. Forse un po’ troppo presto. Comunque, un segnale.