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Giochi di matrimonio

Cerimonie tra scambisti, reality e youtuber. Sposarsi è uno scherzo, ma agevola ancora il mutuo

15 Luglio 2019 alle 11:32

Giochi di matrimonio

Monica Vitti con Giorgio Albertazzi in una scena del filma "Ti ho sposato per allegria" di Luciano Salce, tratto dalla commedia del 1965 di Natalia Ginzburg (Foto LaPresse)

Matrimoni per amore, matrimoni per forza. Cantava De André di averne visti di ogni tipo, di gente d’ogni sorta, poveri straccioni, grandi signori, pretesi notai, falsi professori. E invece non aveva visto che una piccola parte, s’era perso il meglio del peggio, l’impredicibile filone dei matrimoni per gioco, provocazione e influenza, nel tempo della recessione dei matrimoni, dell’io deificato, della conta para-oggettiva del “cosa ti perdi quando guadagni una sposa”. L’Atlantic ha titolato così un lungo pezzo che riflette sull’errore che è stato fare del matrimonio la forma di relazione centrale (e migliore, più sicura) della nostra cultura. Uno studio recente delle sociologhe Natalia Sarkisian del Boston College e Naomi Gerstel dell’Università del Massachusetts rileva che “l’autonomia della vita coniugale di successo può lasciare marito e moglie fuori dalla loro comunità” perché “l’alienazione sociale è profondamente connessa all’idea di matrimonio”.

 

Chi si sposa riduce i contatti con la propria famiglia d’origine (sembra ieri che davamo dei mammoni Psycho a quelli che non lo facevano, todos cambia), non frequenta i vicini (che in America sono tutti giovani belli ricchi loquaci, e vuoi mettere un vita di aperitivi sulle loro terrazze con una moglie in babbucce), aiuta poco il prossimo o non lo aiuta affatto, ha meno amici, viene assimilato alla persona che ha accanto (da due si diventa uno: gli inviti alle feste smettono di essere personali, gli amici sono sempre condivisi, l’algoritmo di Spotify si tara su uno e rieduca l’altro). Succede nonostante il matrimonio non sia più improntato alla cooperazione e all’edificazione di una piccola comunità, ma si sia adattato alle esigenze di auto-accentramento che abbiamo e si proponga come la forma relazionale che più e meglio delle altre ci consentirebbe di esprimerci.

 

I coniugati riducono i contatti con la famiglia d’origine e con i vicini, non aiutano gli altri, hanno meno amici 

Quelli che insistono a sposarsi lo fanno (ancora) per il prestigio e il riconoscimento sociale che ne derivano e l’Atlantic trova lo confermi il fatto che nei due anni che sono passati dall’approvazione della legge sui matrimoni omosessuali, il 61 per cento delle coppie formate da persone dello stesso sesso è andata a nozze. Ci si sposa (anche, ancora) per dividere il mutuo e per poter fallire miseramente un investimento avendo qualcuno su cui contare per fare ugualmente la spesa, pagare l’elettricista e il dottore. Dall’ultima posta del cuore&finanza per millennial di The Cut (“My two Cents”): “Il mio ragazzo vive con me in una casa di mia proprietà. Mi dà 500 dollari al mese. Le nostre bollette non superano i 300 , quindi di fatto versa un affitto di 200 dollari, che dice che smetterà di pagare quando saremo marito e moglie, anche perché in questi ultimi sette anni io ho risparmiato ma lui ha accumulato debiti. Qual è l’opzione giusta una volta sposati?”. Ruoli che cambiano, convinzioni che restano. Naturalmente, ci si sposa (anche, ancora) per l’antico, ineliminabile terrore di invecchiare e morire soli, abbandonati, dimenticati. E perdersi nella descrizione di un attimo.

 

Bella De Paulo, che studia i single da molti anni (come una qualsiasi di noi, ma lei viene pagata), ha detto all’Atlantic: “Quando la narrazione prevalente sostiene che esiste un solo modo di vivere una vita felice, troppe persone finiscono con l’essere infelici”. Se il mondo non fosse a misura di coniugi, ci sposeremmo ugualmente? E se i governi cominciassero ad assicurare a single e conviventi le stesse garanzie che assicurano a chi è sposato, e il matrimonio non fosse più un modo per aver salva la pelle, e fossimo liberi di amare in forme più allargate, inclusive e non esclusive, saneremmo gli Stati Uniti e l’occidente intero dall’attuale epidemia di solitudine e depressione?

  

La festa nuziale è come il nome: determina il tuo destino. Dimmi come la fai e ti dirò quanto, se e come durerà il tuo sì

Aveva ragione Cechov, quando diceva che se hai paura di star solo non devi sposarti e che un matrimonio felice può esistere solo tra una moglie cieca e un marito sordo? Abbiamo ragione noi studiose dei single all’ora dell’aperitivo quando diciamo che la maggior parte dei matrimoni si regge su corna e serotonina? Scusate le domande, in fondo sono retoriche.

  

S’è scritto molto, e con intristita ironia, delle sette donne cinesi ex colleghe di lavoro e amiche da vent’anni che hanno comprato e ristrutturato, con i risparmi di tutte, una grande casa in campagna, nella quale hanno deciso di trasferirsi per invecchiare insieme. Hanno detto che alcune di loro sanno cucinare, altre conoscono la medicina tradizionale, altre sono bravissime a coltivare le verdure. Che se ne fanno di un marito che russa, sbraita, pretende e, dopo averle trasformate in sociopatiche per l’esasperazione, magari le lascia anche vedove? Non è, la loro, una soluzione più giocosa e lasca e probabilmente efficace di quella che offre il matrimonio alle varie e ineluttabili drammaticità dello scorrere del tempo? Obietterete che, ogni anno che passa, il numero di persone che siete disposte a tollerare diminuisce di diverse unità, la qual cosa vi fa immaginare che superati i settant’anni farete fatica a sopportare anche la vostra immagine riflessa in una bottiglia, e con una soglia di pazienza così striminzita non riuscite a immaginare una convivenza prolungata con le vostre amiche del cuore che non finisca come “Otto donne e un mistero” di Ozon, con un omicidio. Sicure? E se non avessero ragione le studiose dell’ora dell’aperitivo e questa proporzionalità diretta tra l’aumento degli anni e l’aumento della sociopatia non fosse un fatto umano, ma coniugale? Come s’invecchia senza uno o più matrimoni alle spalle o sul groppone? Meglio, peggio, nient’affatto?

 

La settimana scorsa, un uomo e una donna hanno celebrato le nozze in una villa, Il tempio di Saludecio (nella Valconca, provincia riminese), che ospita con successo e da molti anni incontri di scambisti, e della quale sono affezionati ospiti. Sbrigate le pratiche canoniche, la festa è proseguita secondo i mores del luogo. Non male come antidoto al rischio di isolamento che secondo Sarkisian e Gerstel è connaturato al matrimonio. In fondo, la propria festa di nozze è come il proprio nome secondo Marshall McLuhan: un colpo tramortente dal quale non ci si riprende mai più, il condizionamento di un destino e la sua anteprima – dimmi come ti sposi e ti dirò quanto, se e come durerà.

  

Diceva Cechov: se temi la solitudine non maritarti, un matrimonio felice esiste solo tra una cieca e un sordo 

Dev’essere per questo, per scaramanzia, che del loro faraonico matrimonio (talmente faraonico che ne hanno scritto i giornali), Jason Ganberg, musicista inglese, e Nusrat Ganberg, avvocatessa di Detroit, non proprio due celebrità internazionali, hanno detto: “Non volevamo che fosse per noi, era una festa per gli altri”. Chi festeggia nelle sale ricevimento in cui tra ognuna delle ventiquattro portate del menu si viene costretti a ballare la macarena, lo fa per sé o per gli altri? Forse che gli sposi imbottiscono gli ospiti di cibo e scarso divertimento per risarcirli preventivamente della loro assenza, o nausearli abbastanza da rendersi repellenti per mesi e mesi, visto che, poco dopo coniugati, secondo gli studi americani, si diventa amici latitanti, distratti, inaffidabili, egoisti?

 

In attesa che l’umanità si faccia coraggio, smantelli il matrimonio o almeno tenti di rifarsi alla comunità Lgbt – “è la liberazione queer e non il matrimonio omonormativo che potrà portare dei cambiamenti nel modo in cui viviamo e siamo felici nelle nostre famiglie e nelle nostre comunità” – qualcuno ha già cominciato a muovere dei passi propedeutici all’allentamento dei vincoli.

 

David Dobrik, uno youtuber ventiduenne parecchio popolare negli Stati Uniti (al suo canale sono iscritti otto milioni di utenti), ha sposato a Las Vegas la madre del suo migliore amico Jason, la signora Lorraine, di 55 anni più grande di lui. Lo ha fatto perché Jason gli aveva detto che non avrebbe mai avuto una ex moglie, perché nessuna donna avrebbe mai voluto sposarlo (è un modo interessante, diciamo rivelatore, di metterla: non “non avrai mai una moglie”, ma “non avrai mai una ex moglie”). David, avvezzo alle sfide (gli youtuber ne fanno un mestiere), a tre ore dall’affronto ha annunciato sul suo canale che stava per raggiungere la donna della sua vita a Boston per chiederle di sposarlo. Lo ha fatto, la signora ha accettato e, insieme a lui, ha preso un aereo per Las Vegas, dove ha dichiarato il suo “Sì, lo voglio” al migliore amico del figlio. Nella didascalia dell’orrida foto che ritrae la nuova coppia di sposini, David ha scritto: “Ieri sera sono diventato il patrigno del mio migliore amico sposando sua madre. Sono molto grato per questa opportunità. Ti voglio bene, Jason, e adesso porta fuori l’immondizia che sta marcendo nella tua camera”.

 

Naturalmente, pochi giorni dopo Lorraine e David hanno annunciato l’imminente divorzio perché “qualche volta, nella vita, capita di non essere abbastanza per qualcuno, a prescindere da cosa tu faccia per questa persona e da chi provi a essere”. Non risultano banchetti di estremisti familisti che siano intervenuti in difesa della reputazione del matrimonio, né editorialisti che abbiano osato scrivere che quando hai otto milioni di ragazzini che ti seguono ed emulano, dovresti pensarci prima di dare loro l’idea che sposarsi, divorziare, amare siano formulette stantie, irrisorie, con cui giocare a tira e molla, lascia e raddoppia, scemo più scemo. Magari da noi sarebbe successo, siamo o non siamo il popolo di editorialisti in piedi che s’è accanito per giorni contro Fedez e Chiara Ferragni, quando lei organizzò la festa di compleanno di lui in un supermercato e qualcuno degli ospiti si permise di lanciare per aria un paio di cespi di lattuga e un panettone: è un pessimo esempio di spreco alimentare, vergognatevi, è così che volete fare gli influencer, rovinerete i nostri ragazzi e anche il pianeta.

 

Uno youtuber di ventidue anni ha sposato a Las Vegas la madre del suo migliore amico per dimostrargli che avrà una (ex) moglie

Siamo un paese più saldo e serio, noialtri, e infatti a due concorrenti del reality show “Matrimonio a prima vista”, anche loro coniugatisi per gioco tre anni fa, il divorzio non è stato concesso. E sono venute fuori pure irregolarità nell’atto di matrimonio: le nozze si sarebbero tenute nel novembre del 2016 a Chiaravalle, ma sui documenti risultano un’altra data e un’altra città, Potenza. Il tribunale di Pavia non ha voluto concedere neanche l’annullamento: non tutti gli impegni si firmano con l’inchiostro simpatico. Matrimoni per gioco, matrimoni per idiozia.

 

Il fidanzato della influencer Marissa Fuchs (@fashionambitionist) ha organizzato una caccia al tesoro che promette di finire con una proposta di matrimonio (e tuttavia chi lo sa, ha pur sempre detto di non credere poi tanto a “certe cose tradizionali”) e ha spedito a un gran numero di aziende dettagliate brochure e pdf su tutte le tappe, e le tappe nelle tappe, di modo da sollecitarne la partnership. Brutale, supposta sintesi delle intenzioni del ragazzo: gentile Adidas, sarò a El Paso per un giorno e mezzo, vuoi che ti tagghi nelle mie foto che valgono xmila dollari, o parli di te nelle mie story, che ne valgono il doppio, e sappi che sarà presto tutto triplicato, forse quadruplicato, dal momento che questa nuova avventura sta già coinvolgendo molte persone, in pochi giorni io ho aumentato di 20.000 follower il mio seguito? Il progetto si chiama “#loveambitionist” ed è, se non la prima, di certo la meglio organizzata proposal experience monetizzata della storia. La complicità della ragazza è completa, naturalmente, anche se lei finge ogni giorno di essere stupita e di ricordarsi a stento come si chiama – se pure così non fosse non importa, tra follower e influencer esiste un patto di fedeltà amicale in cui la menzogna è tollerata, specie se serve a creare spettacolo e attizzare sponsor.

 

Di fatto, i due piccioncini hanno messo in vendita quella parte della vita di una coppia in cui matura l’idea di condividere il futuro, la vita. Naturalmente, il fidanzato di Fuchs continua a negare che lei sia a conoscenza del progetto, e lei ogni giorno, in ogni story, urla molte volte “Oh my God!”. Pretesi notai. Ricordate quella canzone vecchiotta dei Tiromancino, che faceva così: “Ti sto chiedendo di cercare sempre quelle cose vere che ci fanno stare bene, io non le perderei mai, perché siamo due destini che si uniscono, stretti in un istante solo?”. Se sì, dimenticateli: le cose vere sono le cose di prima che se ne sono andate. E magari soltanto così troveremo un modo per sposarci per allegria, nostra e non altrui, come Pietro e Giuliana in quella stupenda pièce di Natalia Ginzburg, e di essere sei, sette, venticinque, uno, nessuno, centomila destini che si uniscono, comunità che palpitano, coniugi che non sbadigliano, contratti che saltano, avvocati che giocano. Rosa, domani ti regalerò una sposa.

Simonetta Sciandivasci

Nata a Tricarico nel 1985 e cresciuta tra Matera e Ferrandina, ora vive a Roma, senza patente. Libri, uno: La Domenica Lasciami Sola (Baldini&Castoldi, 2014). Scrive su Il Foglio, Linkiesta, Rolling Stone, La Verità. È redattrice di Nuovi Argomenti.
Tanto vale vivere.

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