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I figli infelici dei separati in casa

“Le coppie scoppiate ma in coppia” di Freud stendono una patina opaca sui nostri figli

20 Gennaio 2019 alle 06:00

I figli infelici dei separati in casa

(Foto Pixabay)

Come madre, conosco e incontro parecchi bambini. Fatte salve poche eccezioni luminose, le loro situazioni familiari di rado mi paiono “normali” o felici. Dove non c’è stato e continua a non esserci il coraggio emotivo o le condizioni finanziarie per separarsi (e la seconda ragione nasconde spesso la prima), i loro padri e madri convivono senza amarsi più. Amministrano con esattezza nevrotica un ménage usurato ma collaudatissimo; nel mentre i sentimenti non parlano, sviliscono ruminati ognuno nel suo silenzio, o vomitati durante i litigi. Propongono così ai loro bambini schemi disfunzionali, dove l’amore sta avvinghiato all’odio, e sembrerebbe che l’uno non possa esistere senza l’altro, intolleranza e attrazione essere dimensioni contigue, reciprocamente necessarie.

 

I figli di queste finte unioni isteriche, di continuo scosse e sul filo della rottura, a me sembrano più infelici di quelli di genitori separati. Questi ultimi conoscono la fatica di vite raddoppiate e distinte, doppie case e fine settimana alternati, e biforcazioni di destini dei loro genitori ormai lontani l’uno dall’altro. Ma gli altri, i figli dei “separati in casa”, per me vivono peggio. Scissi, e nella scissione.

 

Il rischio in entrambi i casi è lo stesso, a ogni modo: opprimere i figli con le proprie vulnerabilità, sobbarcarli del peso dei tanti garbugli della vita adulta. Proiettare i propri vuoti d’amore, le rabbie per quel che la vita ci sembra non ci abbia dato, le amarezze, le rivalse. Lo fanno le madri come i padri, ma io ragiono da madre. Penso a quei bambini destinati a diventare (succede a tanti, è successo anche a me) “parental children”, figli che si fanno carico delle rimozioni, le ferite, le nevrosi dei loro genitori. Questo nel migliore dei casi; nel peggiore, bambini tristi con problemi veri, difficoltà lampanti.

 

Come madre, rifletto sulla forza insidiosa che si cela in ogni simbiosi. Se consapevoli dell’ampiezza del raggio di rifrazione delle loro tristezze, le madri tentano di dominarsi per non mostrarle, e tantomeno aggrapparsi ai loro figli. Se ti vede piangere, crollare, un figlio, pensi che potrebbe assorbire le tue lacrime come in grembo assorbiva il tuo cibo. E corpi e anime così in contatto generano unioni psichiche impossibili da spezzare.

 

In una mostra su Sigmund Freud (in queste settimane al Musée de l’Histoire du Judaisme a Parigi con il bel titolo “Sigmund Freud: du regard à l’écoute”), si è accolti, all’ingresso di una delle sale / sezioni, dal quadro “Maternité” del pittore francese Eugène Carrière. Un dipinto potente, che sono rimasta a guardare a lungo, ipnotizzata dalla qualità dell’evocazione. Sulla tela scura, a tinte grigie, un bambino in fasce sta avviluppato al petto della madre come le facesse da sciarpa. “I figli sono sciarpe, preparati Lisa”, mi disse un’amica molto cara quando stavo per partorire. I figli li hai sempre incollati, e una sciarpa scalda e ripara tanto quanto può stringere e soffocare. Però se non coinvolgerli nei dolori (come nelle gioie) della vita è impossibile, che almeno li si preservi da certi pantani di indecisione, stasi, mancanza di coraggio nelle scelte personali. Difendere i bambini dall’angosciante grigiore di certi compromessi dovrebb’essere un obbligo, ho pensato mentre guardavo quel quadro.

 

Freud i meccanismi che generano le paralisi di “coppie scoppiate ma in coppia” li aveva sviscerati. Per una lunga e importante fase della sua vita ha scritto, riflettuto, lavorato sul conflitto tra il sistema della società e quello interno e molto più anarchico e oscuro della libido e gli impulsi sessuali. Che l’amore e il sesso trovino molte volte strade divergenti, e che moltissimi matrimoni su tale biforcazione puntualmente si arenino, senza trovare al problema soluzioni abbastanza vitali, si sa. Che tante, troppe persone restano insieme senza riuscire a lasciarsi, e costruendo su quell’incapacità il castello nevrotico delle loro esistenze, anche si sa.

 

Però dei danni che tal genere di situazioni bloccate possono generare non si dice abbastanza. Ancora una volta, è da madre che ragiono (mettermi nei panni di un uomo nonostante tutto non riesco). E una madre che non trovi la forza di tagliare dei fili, reciderli di netto, stende sulla crescita dei suoi figli una patina. Altro che sciarpe: patine opache, che sbiadiscono tutte le cose intense e forti che da figli si dovrebbero ricevere dai propri genitori. E lì la sciarpa, o comincia a tenere meno caldo, ad avviluppare meno, o cede nel tessuto della stoffa, e genera irrimediabili mancanze.

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Commenti all'articolo

  • lucafum

    20 Gennaio 2019 - 23:11

    Come essere umano, conosco ed incontro parecchi umani. Dove c’è stato il coraggio emotivo e le condizioni finanziarie per separarsi, figlie e figli sono stati spesso colpiti da condizioni variabilmente dannose (anoressia, disadattamento, dipendenza...). Categorizzare, categorizzare; inquadrare categorie grossolane rende molto più semplice e condivisibile esporre un giudizio che suona definitivo. Un po' di attenzione -invece- alle variabili continue, così diffuse in natura e nella vita, che sfumano nei confini e nelle misure, rende il lavoro della ragione molto più faticoso, meno apodittico -ed anche meno autoassolutorio. Costruendo una categoria, è facile porre il limite sulla propria arbitrarietà, e mettersi dalla parte giusta.

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