Fausto Brizzi (foto LaPresse)

Brizzi e la differenza fra giustizia e ingiunzione collettiva

Annalena Benini

Nello stato di diritto, se non ci sono gli elementi per dimostrare la colpevolezza, si assolve e si libera. Il giudizio morale, che ognuno costruisce dentro di sé, è qualcosa di molto diverso

La procura di Roma ha chiesto al giudice per le indagini preliminari l’archiviazione per il regista Fausto Brizzi, perché il fatto non sussiste. Le accuse di violenza sessuale non sono state ritenute di natura penale. Brizzi era indagato, in seguito a tre denunce che gli contestavano tre episodi di molestie sessuali avvenute nel 2014, nel 2015 e nel 2017. Quindi due di queste denunce sono state fatte oltre i termini di legge, ma gli inquirenti hanno comunque fatto tutti gli accertamenti, e infine il pm ha chiesto l’archiviazione. Brizzi, regista di commedie piuttosto note, ma fino allo scorso novembre privo di una riconoscibilità pubblica, è diventato il mostro di cui parlare a cena, il mostro da insultare pubblicamente, il mostro da far smettere di lavorare, il mostro la cui moglie e figlia di un anno e mezzo non potevano più uscire di casa perché c’era sempre qualcuno pronto a chiedere loro, con microfoni e telecamere, come ci si sentisse a essere la moglie e la figlia di un mostro. Un molestatore, un maniaco, un carnefice.

 

Quanto desiderio di linciare i carnefici sappiamo manifestare continuamente. Quanto desiderio e anzi sete di processi sommari virulenti, di giustizia morale istintiva: dopo aver visto “LeIene”, uno spettacolo televisivo che si proponeva di condannare spettacolarmente un uomo in tivù, e incitare alla condanna di altri uomini, sempre più incalzante, sempre più trionfante, sembrava davvero che la rivoluzione, e la resa dei conti universale tra uomini e donne, dovesse passare attraverso la distruzione di un essere umano, di molti esseri umani. Stupratore, mostro, maniaco. E chi si sentiva a disagio di fronte a tanta violenza e sciatteria cieca, forse era complice del molestatore, dello stupratore, del mostro. Anzi, chi si sentiva a disagio era già un mostro. Non si poteva nemmeno distinguere fra giudizio morale e giustizia penale, perché durante i linciaggi non ci si può abbandonare alla complessità. I diritti umani, la dignità, le garanzie: tutto crolla di fronte alla sete di colpevole. Ma una cosa dovremmo averla imparata, anche se fra un minuto ricominceranno: i linciaggi li fanno sempre i peggiori.

 

La giustizia è un’altra cosa. La giustizia in uno stato di diritto è forte perché è fredda, perché se non ci sono gli elementi per dimostrare la colpevolezza, assolve. Archivia. Libera. Il giudizio morale, che ognuno costruisce dentro di sé, è qualcosa di molto diverso. E poi c’è la gogna: la gogna toglie il nome di un regista dal suo film, la gogna aspetta sotto casa le mogli, insulta su Facebook, non ha bisogno di prove e non pensa mai, realmente, alle vittime. Procede cieca e tronfia, infiammata, certa di cancellare il male e di ricostruire anche per sé, e per sempre, una coscienza pulitissima. Questa gogna fa paura perché impasta la violenza con un’idea morale di giustizia di massa, a cui bisogna accodarsi per dimostrare di esserne degni, per non essere i prossimi. A questa idea di giustizia collettiva, di ingiunzione collettiva, bisogna ribellarsi, anche in solitudine.

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  • Annalena Benini
  • Annalena Benini, nata a Ferrara nel 1975, vive a Roma. Giornalista e scrittrice, è al Foglio dal 2001 e scrive di cultura, persone, storie. La rubrica di libri Lettere rubate esce ogni sabato, l’inserto Il Figlio esce ogni venerdì ed è anche un podcast. Ha scritto e condotto il programma tivù “Romanzo italiano” per Rai3. Il suo ultimo libro è “I racconti delle donne”. E’ sposata e ha due figli.