Così spariscono le regioni rosse

Il Pd perde le sue roccaforti, ma la trasformazione era già iniziata alle elezioni di marzo. E la tendenza non è solo italiana. Ecco come è nata l'influenza della sinistra su Emilia-Romagna, Toscana e Umbria 

26 Giugno 2018 alle 11:15

Così spariscono le regioni rosse

Foto LaPresse

"Regioni rosse": è nel 1918 che iniziano a determinare la politica italiana; è nel 1968 che la sociologia e la politologia le fotografano ufficialmente; è nel 2018 che ne viene sancita la fine. “È improprio parlare, oggi, di 'regioni rosse'”, dice il capogruppo della Lega al Senato Massimiliano Romeo commentando i risultati dei ballottaggi che hanno visto la sinistra perdere in particolare Imola, dove governava dal 1945; Siena, “rossa” dal 1946; Terni, dove era stata al potere dal 1946, salvo la parentesi del 1993-99; Pisa, conquistata nel 1971; e Massa, dove era tornata al governo municipale dal 1994.

  

Il Pd ha avuto rovesci anche in altri comuni, e ha conservato qua e là qualcosa. Ma è nel “Triangolo Rosso” descritto da Emilia-Romagna, Toscana e Umbria che il dato fa più impressione. Ovviamente, Romeo parla da politico. Ma già a marzo dopo il voto per Camera e Senato un responso del genere era stato dato dall’Istituto Cattaneo. “A cinquant’anni di distanza dal riconoscimento ufficiale dell’esistenza della #zonarossa, possiamo certificare la fine degli elementi che avevano caratterizzato il comportamento elettorale dei cittadini di Emilia-Romagna, Toscana, Umbria e Marche”, era stato un Tweet di cattaneo.org in data 6 marzo, che fotografava in particolare tre fenomeni. Primo: il dimezzamento dell’area di riferimento elettorale dei partiti del centro-sinistra, passati dal 59,2 per cento del 1968 al 30,1 del 2018. Secondo: il sorpasso dei Cinque stelle sul Pd come primo partito. Terzo: il sorpasso anche dell’intero centrodestra sul centrosinistra come prima area politica.

   

Appunto, era stato l’Istituto Cattaneo nel 1968 a identificare alcune aree “geo-politiche” caratterizzate da alta omogeneità elettorale e una certa prevedibilità nel comportamento di voto. In particolare il “Triangolo Rosso”, a volte debordante nelle regioni di confine, si contrapponeva all’area “Bianca” di Veneto e Trentino, dove era invece la Dc a incassare costantemente oltre il 50 per cento dei voti. La fine della Prima Repubblica aveva coinciso con lo sfondamento della Lega nell'”Area Bianca”, ma in compenso l’Area Rossa aveva tenuto, annettendosi anzi anche le Marche. Era un tessuto di insediamento che assieme al voto metteva tutta una rete di strutture imprenditoriali e ricreative. Il Pci e suoi eredi, insomma, erano non solo il partito più votato ma anche il principale punto di riferimento dell'economia. Non a caso uno degli esempi più clamorosi di questo crollo è stato a Siena, città del Monte dei Paschi.

    

Prima del Pci, la zona "rossa" era stata del Psi pre-fascista, a partire da quel voto proporzionale che il 16 novembre del 1919 fa dei socialisti il primo partito. Ma le basi erano state poste anche prima. Nella stessa Italia, un modello era stato quello delle organizzazioni mutualistiche, associative e cooperative che il Partito Repubblicano aveva stabilito in certe aree di influenza segnate dalle lotte risorgimentali, e in nome dell’ideale mazziniano del “capitale e lavoro nelle stesse mani”. E i famosi “anarchici di Carrara” ricordano anche un precocissimo movimento sindacale in realtà come i cavatori di marmo. Fuori d’Italia erano stati i partiti socialisti e socialdemocratici del Nord Europa a cercare di organizzare la vita sociale e culturale degli operai negli ultimi due decenni dell’Ottocento. Né bisogna trascurare l’altro tradizionale modello di presenza sociale della Chiesa attraverso le parrocchie.

  

Dalle Camere del Lavoro alle Società per i Funerali Civili passando per le Case del Popolo, c'erano diversi tipi di struttura che il fascismo aveva travolto, ma che erano state subito ricostruite col ritorno della democrazia. Senza averle create, con la sua migliore organizzazione il Pci aveva trovato estremamente facile impadronirsene: salvo tollerarvi qualcuno degli originali fondatori socialisti o repubblicani, in un ruolo residuale. Nell’Italia Centrale tutto ciò si saldava anche a un ricordo di civiltà comunale, e alla rivendicazione dei mezzadri. E ciò contraddistingueva l’insediamento “provinciale” e anche paesano delle regioni rosse italiane dal tipo di insediamento suburbano dei comunisti francesi nelle banlieues parigine o dei socialisti austriaci a Vienna.   

  

Anche l’anticomunista Guareschi nei suoi libri su Don Camillo fa in qualche l’elogio di questo “mondo piccolo” rosso. Autore nel 1995 di un famoso libro su “I comunisti italiani tra Hollywood e Mosca”, il politologo inglese Stephen Gundle rilevò però che nella sinistra europea la subcultura del Pci si distingueva “perché venne creata molto più tardi delle altre, quando ormai il loro periodo d’oro – che può essere collocato tra l’inizio del secolo e il 1914 – era finito da un pezzo. Dopo la seconda guerra mondiale in Germania e in Austria i partiti socialisti non tentarono nemmeno di ricostruire le proprie reti culturali, come quelle dei partiti belga e olandese o del Pcf furono per lo più una tarda prosecuzione di ben più solide esperienze prebelliche. Il Pci ha dunque creato l’ultima grande subcultura di sinistra in Europa: ed essa, in parte proprio per essere stata fondata più tardi delle altre, è stata anche la più duratura. Poiché coloro che la crearono furono sin da subito costretti a confrontarsi proprio con quelle sfide che avevano indebolito o disperso le altre subculture (si pensi alle comunicazioni di massa, all’industria culturale commerciale e alle attività ricreative e dopolavoristiche statali o gestite dalle aziende), essi furono in grado di rispondervi in maniera creativa e flessibile”. Appunto, confrontandosi anche “con Hollywood”.

  

Ma nulla è eterno. Qualcuno, ora, accuserà magari Renzi per aver completato la trasformazione genetica del vecchio Pci in un partito “americano” che il Peppone di Guareschi avrebbe visto con stupore. Eppure anche in Francia le roccaforti storiche del Partito Comunista Francese sono passate in blocco al Fronte Nazionale, nonostante il partito sia rimasto fedele alla propria sigla. E anche in Germania, in Olanda, in Austria la sinistra storica traballa a vantaggio di una nuova destra anti-immigrazione. Spariti i mezzadri, in estinzione gli operai tradizionali, le grandi questioni sono ormai oggi quelle dei lavoratori atipici e dei migranti.

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  • lupimor@gmail.com

    lupimor

    26 Giugno 2018 - 13:01

    Intellighenzia addio. Appare ridotta a poca cosa la supremazia culturale, antropologica dicevano loro, della casta degli intellettuali di sinistra. Degne, valide, brave persone col pesante difetto, politico, di pensare, agire e vivere in perenne adorazione del proprio, Ma gli ombelichi son diversi, sempre il lotta tra loro per la palma del più duro e puro. Incapaci perciò di rendersi conto che i proletariati urbani erano poco, quasi nulla interessati ed attratti da orizzonti come : uguaglianza, solidarietà, accoglienza, unioni civili, diritti LGBT e politicamente corretto. Le masse volevano meno ideologia parolaia, ma più lavoro, o assistenza, panem et circences e più sicurezza individuale e sul territorio. Roba concreta, spicciola, prosaica, consona alla vacca vita boia quotidiana. Già ma gli intellettuali nulla sanno della vacca vita boia quotidiana. I seriosi e pensosi editorialisti, neppure. L’area di sinistra sembra aver non aver più spazi lessicali e sociali di manovra.

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