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La “cenciata” di Siena arriva da lontano. Non solo autolesionismo

Il lento logoramento della filiera Pci-Pds-Ds che il nuovo Pd non ha fermato. Tra cambiamenti globali e risse locali

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26 Giugno 2018 alle 06:28

La “cenciata” di Siena arriva da lontano. Non solo autolesionismo

Il nuovo sindaco di Siena Luigi de Mossi (foto LaPresse)

Siena. Finisce un’epoca e pure un’epica. Dopo 74 anni di governo ininterrotto della filiera corta a chilometro zero Pci-Pds-Ds, l’autarchica Siena congeda il centrosinistra, colpevole di essersi fatto del male da solo. Vince Luigi De Mossi, un candidato “civico” sostenuto però dal centrodestra a guida leghista. Il neo sindaco è un avvocato – ha difeso fra gli altri Raffaele Ascheri, “l’eretico di Siena”, blogger che per anni ha condotto una lunga battaglia di contro-informazione – e non è legato a partiti, ma senza il determinante contributo dei leghisti, primi nella coalizione con il 9 per cento, non ce l’avrebbe fatta. Così come non ce l’avrebbe fatta senza Stefano Mugnai, coordinatore toscano di Forza Italia, che lo ha voluto anche quando la Lega non era convinta della scelta: “Mugnai è stato un regista di questa campagna elettorale, ha dato un contributo fondamentale”, dice al Foglio De Mossi, che ieri aveva l’espressione malinconica nel suo nuovo ufficio a Palazzo Pubblico, sede del Comune, specie quando ha ricordato più di una volta le sue origini impolitiche: “Nasco avvocato e morirò avvocato, questa è una parentesi importante. Io non sono un politico”. Attenzione però a scambiarlo per un passante. Siena ancora una volta dimostra la sua originalità, che è pre politica e antropologica. Per archiviare una stagione lunghissima ha aspettato che i Cinque stelle non gareggiassero – erano infatti rimasti fuori dalla competizione per decisione della Casaleggio Associati, che non ha certificato la lista – e ha votato un candidato sindaco che si presentava come “novità assoluta” ma era sostenuto anche da un pezzo di città che stava con Giuseppe Mussari, dall’ex forzista Antonio Degortes – figlio del celebre fantino Aceto – al gruppo di imprenditori e notabili vari conosciuti come “gruppo della birreria” che un tempo, quando l’amico Mussari spadroneggiava, si ritrovava in piazza del Campo a discettare su strategie e futuro della città.

  

 

Molte sono le responsabilità del Pd, che ha logorato il suo ex sindaco, Bruno Valentini, renziano che non piaceva a Matteo Renzi. E’ lo stesso Pd che ieri brindava per la sconfitta: “Il Pd ha perso anche senza Matteo Renzi”, ha detto il senatore Andrea Marcucci. Contenti loro, contenti tutti.

 

Per oltre un anno il Pd ha cercato di rimpiazzare Valentini, sindaco al primo mandato: congedarlo, rottamarlo. Gli attacchi sono arrivati dal suo stesso partito, anzitutto dai supporter dell’ex segretario del Pd, a partire dal consigliere regionale Stefano Scaramelli, turborenziano, ex sindaco di Chiusi, che aspirava a candidarsi nella città del Palio. Sicché Valentini dopo il primo turno si è trovato solo, pressato dal Pd regionale e nazionale per apparentarsi con Pierluigi Piccini, ex sindaco di Siena negli anni Novanta. Gli avversari hanno avuto così gioco facile nel descrivere l’accordo Valentini-Piccini come frutto del solito “groviglio armonioso” (celebre definizione di Stefano Bisi, ex direttore del Corriere di Siena e oggi Gran Maestro del Goi).

 

Anche secondo un’analisi del Cise, l’apparentamento non ha portato bene al Pd. “Le nostre stime dei flussi elettorali – scrive il Centro studi elettorali in una sua analisi – mostrano che decisivi per il successo di De Mossi sono stati i voti arrivati da quanti al primo turno avevano votato Sportelli (Massimo, candidato con una sua lista civica: il 50 per cento del suo elettorato del primo turno, pari a un sesto di quello al ballottaggio del vincitore, ndr) e Piccini”. Infatti, nonostante l’apparentamento “un terzo ha scelto De Mossi: un flusso che pesa il 4 per cento dell’elettorato senese, e contribuisce per il 15 per cento al successo del candidato di centrodestra”. Secondo il Cise, nessuno degli elettori del candidato a sinistra di Valentini ha votato per quest’ultimo al ballottaggio. Due terzi si sono astenuti e il restante terzo è andato a De Mossi.

 

La legnata storica al Pd – in Toscana si direbbe “cenciata” – fa il tris con quella di Massa e Pisa, dove invece il leghismo – in quest’ultimo caso – ormai tocca la doppia cifra percentuale. Cinque anni fa la Lega aveva lo 0,35, al primo turno due settimane fa ha preso il 25 per cento. E’ insomma finito il mito della Toscana rossa? “Non so se sia finita un’epoca – dice al Foglio il politologo Marco Tarchi – ma il risultato di questi ballottaggi dimostra che è tramontato il mito del buon governo locale, uno dei due pilastri su cui la sinistra aveva costruito la sua supremazia nelle ormai ex regioni rosse. L’altro puntello, la rete di potere clientelare, non è crollato ma sta subendo un’evidente erosione. Di fronte a problemi inediti – come la gestione dei problemi di sicurezza collegati all’afflusso di quantità sempre più ingenti di immigrati e le conseguenze delle delocalizzazioni di impianti industriali –, gli eredi del Pci e i loro alleati non si sono dimostrati all’altezza”. In Toscana insomma, dice Tarchi, “sicuramente sul risultato ha poi pesato il riflesso dei grandi dibattiti di politica nazionale: i sondaggi dimostrano che per adesso le posizioni assunte da Salvini hanno il sostegno di almeno due terzi della pubblica opinione. Gli avversari gli obiettavano che fin qua ha prodotto più parole che fatti. Può darsi, ma a molti quelle parole già piacciono molto di più di quelle, cariche di retorica buonista, di molti esponenti dei governi precedenti. Sul futuro del centrodestra oggi trionfante restano due incognite: la capacità dei nuovi sindaci, perlopiù di impronta ‘civica’ e super-partitica, di non tradire le attese e la prevedibile disgregazione di Forza Italia, lacerata fra i tentati dalla Lega e gli speranzosi di un nuovo partito di Renzi. Staremo a vedere che cosa ne uscirà”.

 

Dice al Foglio Roberto Barzanti, già sindaco di Siena, già vicepresidente del Parlamento europeo: “Chi ha mai sostenuto che le antiche mura avrebbero reso Siena impenetrabile ai forti venti di tempesta che stanno sconvolgono l’intera Europa? La sconfitta di misura della coalizione che faceva capo al sindaco uscente va inquadrata dentro un andamento generale che non ha risparmiato nessuno. E poi anche questo cliché della ‘città rossa’ per eccellenza va corretto. Nel dopoguerra il Comune di Siena ha vissuto più di una crisi e ha subito l’insediamento di tre commissari. La provincia è un conto. La città un altro”. La sinistra, dice Barzanti, “è riuscita ad esercitare – non usurpare – una certa egemonia grazie alla sua capacità di ascoltare il mondo che una volta si chiamava dei ceti medi e a valersi di energie intellettuali di primo piano. Mi dolgo quando leggo la dichiarazione del nuovo sindaco Luigi De Mossi, che mette indiscriminatamente sotto accusa i 74 anni di malgoverno delle sinistre. Se Siena è la città che è e ha nel mondo la fama che tutti le riconoscono si deve anche a chi l’ha governata ascoltando la cittadinanza, promuovendo intese e non chiudendosi in altezzosi autocompiacimenti. I risultati sono merito di tutti. L’analisi cambia se si guardano i tempi più recenti. E’ onesto ammettere che il Pd qui come da altre parti è nato male. Non è mai diventato una forza schiettamente riformistica in grado di fronteggiare i grandi mutamenti con una visione nuova. La politica ha perso di mordente e di tensione etica. La trasformazione, ad esempio, del Monte dei Paschi in Spa. avrebbe dovuto spingere alla definizione di rapporti nuovi, ad un rispetto serio delle reciproche autonomie dei poteri locali e nazionali in gioco. Credo che per spiegare l’involuzione del Pd e la batosta che ha preso serva capire questi processi”. Il Pd, aggiunge Barzanti, “è stato impropriamente individuato come l’esclusivo responsabile della gravissima crisi della banca intervenuta a partire dal 2007. Non è così. Ma il Pd non è mai riuscito a parlar chiaro assumendosi le sue responsabilità e inserendole in un panorama internazionale di enorme complessità. Il Comune ha registrato contraccolpi nefasti. Valentini non ha fatto miracoli ma è riuscito a rimettere in carreggiata la macchina per farla ripartire. Gli son venute meno le alleanze politiche che lo portarono a un risicato successo. L’apparentamento con la lista ‘per Siena’ (quella di Piccini, ndr) era oggi l’unico praticabile. Non è stato sufficiente e da taluni mal digerito. Per di più votanti di liste di ispirazione sinistrorsa o non hanno partecipato al voto o non hanno appoggiato, se non altro in chiave difensiva anti centrodestra, la coalizione imbastita con passione dal sindaco. Per assicurare continuità son mancati meno di 400 voti. Sarà alto il valore simbolico, ma le cifre sono da faida paesana. Si apre ora un periodo molto incerto. Il Pd dovrà essere ricostituito liquidando un gruppo dirigente – per dir così – a che non ha saputo che pesci pigliare e si è distinto per continue e personalistiche risse interne. Tempi duri si annunciano, quando ci sarebbe bisogno, non solo a Siena, di uno schietto confronto critico, non agitato da paure e da sorde intenzioni di rivalsa”.

 

E adesso? Mica è finita qua. Nel 2019 si torna al voto a Firenze, Prato e Livorno. Nelle prime due città governa il centrosinistra, nella terza i Cinque stelle. Ogni scenario è oggi verosimile, soprattutto se a Firenze contro Dario Nardella il centrodestra scegliesse, come è possibile, di puntare su una candidatura civica; Denis Verdini è stato il teorico della “civicità” – scelse Giovanni Galli contro Matteo Renzi – e in parte ha funzionato, specie a Prato dove nel 2009 vinse l’imprenditore Roberto Cenni. “Senza dimenticare, ovviamente, il fatidico appuntamento del 2020, quando i toscani saranno chiamati a rinnovare il Consiglio regionale”, dice il senatore Manuel Vescovi, segretario toscano della Lega. “Sarà il definitivo tracollo di un Pd, ormai costantemente e sonoramente bocciato dagli elettori. Ne sono convinto”. Caduto il muro di Siena, più coriaceo di quello dell’anarchica Livorno e della dotta Bologna, tutto è ormai possibile. Avvertiva già Mario Caciagli in “Addio alla provincia rossa”, volume del 2017 pubblicato da Carocci, che il declino è datato e antico: “Le istituzioni della cultura regionale, dalle case del popolo alle Feste dell’Unità, persero lentamente la loro funzione di trasmissione della comunicazione politica. La subcultura rossa era un edificio in disordine, quando vi si abbatterono il crollo del sistema sovietico e il dissolvimento del Pci. L’agonia è durata a lungo, mascherata dai vari nomi dati ai partiti che sono successi al Pci e da alcune abili scelte di alleanze, in specie a livello locale. Ma il consenso elettorale copriva un involucro dentro al quale la cultura delle regioni rosse stava scomparendo”. Game over.

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