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Se per finire in carcere basta un pensiero

Il neurodiritto tra futuro distopico e seduzione. Con il progresso delle tecniche di brain imaging il lavoro di giudici e avvocati sarà sempre più permeato di nozioni neuroscientifiche. Difficile dire se sia un bene o un male

6 Maggio 2018 alle 06:00

Se per finire in carcere basta un pensiero

Una scena di Minority Report, film del 2002 diretto da Steven Spielberg, liberamente tratto dall'omonimo racconto di fantascienza di Philip K. Dick

Se c’è qualcosa in grado di suscitare al tempo stesso fascino e timore, sono senza dubbio le neuroscienze con i loro studi sul cervello. Proviamo un’innata attrazione, controbilanciata dalla paura che le progressive scoperte, volte a identificare i correlati neurali dei nostri pensieri e comportamenti, porteranno un giorno la scienza a sconvolgere il modo in cui concepiamo noi stessi e gli altri in quanto esseri liberi e in grado di autodeterminarsi. Ad esempio, secondo gli scienziati Greene e Cohen, sostenitori della visione neuroriduzionista, ciò che siamo e che facciamo è esclusivamente il risultato delle nostre reti neurali e l’evoluzione delle neuroscienze porterà a una rifondazione di concetti che da sempre sono alla base anche del diritto, come quelli di libero arbitrio e responsabilità.

  

Oggi giorno non è raro che un giudice, intento a emettere una sentenza a carico di un imputato, possa avvalersi di prove ottenute con strumenti e tecniche in grado di esaminare la struttura e il funzionamento del cervello, come la risonanza magnetica per immagini (MRI) o la risonanza magnetica funzionale (fMRI). Eppure, sebbene queste tecniche abbiano fatto il loro ingresso nei tribunali a partire dal secolo scorso, il loro impiego è ancora poco consolidato, ascrivibile di volta in volta al singolo caso e, soprattutto, oggetto di un dibattito che ha portato alla nascita di una nuova disciplina, il neurodiritto. Sembrano esserci, però, delle aree che, più di altre, verranno influenzate dagli sviluppi futuri delle scienze cognitive: come la capacità di prevedere il rischio che una persona commetta un crimine nel corso della sua vita o stabilire se fosse consapevole di compiere un’azione illecita.

   

In un esperimento condotto presso il Virginia Tech Carilion Research Institute, un gruppo di ricercatori è stato in grado di capire – per la prima volta e basandosi solo sulle diverse attivazioni cerebrali – se un reato veniva commesso con o senza consapevolezza. Divisi in due gruppi e sottoposti a fMRI, i partecipanti si trovavano di fronte alla decisione immaginaria di attraversare o non attraversare il confine di un paese con una valigia. Mentre il primo gruppo era consapevole di trasportare merce di contrabbando, il secondo sapeva che la valigia avrebbe potuto contenere sostanze illecite ma non era messo a conoscenza del suo reale contenuto. Basandosi unicamente sui dati ottenuti con le scansioni cerebrali, i ricercatori riuscivano a determinare con un alto grado di accuratezza quali soggetti erano consapevoli di infrangere la legge e chi, invece, agiva semplicemente in modo incauto. Anche se preliminari e ottenuti in via sperimentale, questi risultati potrebbero permettere in futuro di inferire, tramite le tecniche di brain imaging, a quale categoria legalmente rilevante appartenga un individuo, con importanti ripercussioni in sede giudiziaria.

   

“Le persone”, conferma uno dei neuroscienziati a capo della ricerca, Read Montague, “possono commettere esattamente lo stesso crimine in tutti i suoi elementi e circostanze e, a seconda dei loro stati mentali, la differenza potrebbe essere che uno andrebbe in prigione per quattordici anni e l'altro otterrebbe la libertà vigilata".

   

E se invece fosse il cervello a dire se un criminale, una volta uscito di prigione, commetterà un altro reato? Una ricerca condotta al The Mind Research Network di Albuquerque dimostrerebbe che con le brain imaging è possibile prevedere anche il rischio di recidiva di un ex detenuto. Nel loro studio, Kent Kiehl e collaboratori hanno scansionato, sempre tramite fMRI, il cervello di novantasei prigionieri maschi prossimi al rilascio, mentre eseguivano al computer attività che richiedevano di prendere decisioni rapide e inibire le reazioni impulsive. Concluso il periodo di detenzione, i partecipanti sono stati seguiti per i successivi quattro anni, ovvero dal 2007 al 2010. Nello specifico i ricercatori si sono concentrati sulla corteccia cingolata anteriore (ACC), un’area deputata al controllo degli impulsi e che, in caso di danneggiamento, si associa a comportamenti disinibiti, aggressivi e difficoltà a rilevare i propri errori, riconoscerli e modificare il proprio comportamento. E’ emerso che gli ex detenuti con una bassa attività dell’ACC avevano il doppio delle probabilità di essere nuovamente arrestati rispetto a chi mostrava una maggiore funzionalità della stessa regione.

   

"Questo studio non solo ci fornisce uno strumento per prevedere quali detenuti potrebbero recidivare e quali no, ma fornirà anche un percorso per indirizzare i criminali a terapie mirate più efficaci per ridurre il rischio di future attività illecite", ha spiegato Kiehl.

  

Di fronte a questi risultati è profondamente umana la paura che in un futuro lontano e distopico potremo essere incarcerati in via preventiva a causa delle nostre reti neurali. Tuttavia siamo ancora lontani dallo stabilire un nesso causale diretto tra alcune caratteristiche cerebrali (come un’anomalia della corteccia cingolata) e il comportamento di un individuo. E sarebbe un errore confondere la correlazione con la causazione: il fatto che durante un’attività – sia essa scegliere di contrabbandare droga oltre un confine o premere un pulsante durante un compito – si attivano alcune aree del nostro cervello, non significa necessariamente che la loro attivazione sia la causa del nostro comportamento. Senza contare gli studi del premio Nobel per la medicina Eric R. Kandel che lo hanno portato a dimostrare come ambiente, cervello e comportamento siano in stretta relazione tra loro e che le nostre funzioni mentali subiscono l’influenza decisiva non solo dei geni ma anche di fenomeni come l’esperienza e l’apprendimento.

  

Resta inoltre la difficoltà a interpretare la prova neuroscientifica, definita dalla Corte Suprema degli Stati Uniti come una ‘spada a doppia lama’ (two-edged sword), in quanto interpretabile sia a discolpa di chi commette un reato (poichè si dimostrerebbe una diminuita capacità di intendere e volere), sia in senso contrario, in quanto provante la sua pericolosità sociale. Così, una scansione cerebrale che mostra un cervello malfunzionante, potrebbe evocare empatia e deresponsabilizzare l’autore di un reato o, al contrario, indurre un giudice a optare per una pena più lunga, ipotizzando che una mente anomala commetterà di nuovo il crimine.

 

Eppure non è facile resistere alla seduzione esercitata dalle neuroscienze. Alcuni studi hanno dimostrato come sia sufficiente aggiungere a un’informazione delle nozioni neuroscientifiche (anche se irrilevanti) per indurre i non esperti in materia a percepirla come più affidabile e credibile. Per evitare che il potere seduttivo delle neuroscienze entri nelle aule di un tribunale, la Royal Society raccomanda di intervenire in sede universitaria: i corsi di giurisprudenza dovrebbero insegnare come viene condotta la ricerca neuroscientifica, rafforzando così la capacità dei futuri giudici e avvocati di valutare la qualità delle nuove prove scientifiche. Mentre gli studenti di corsi di neuroscienze andrebbero sensibilizzati riguardo le applicazioni e le ripercussioni della scienza nella società.

   

Fascino e timore, dicevamo. Inevitabilmente i risultati degli studi descritti sollevano domande di natura etica alle quali non sappiamo ancora rispondere. Ad esempio, può il cervello di una persona testimoniare contro di essa? Se in quanto sospettati di omicidio ci venissero richieste le impronte digitali o un campione del nostro dna, non potremmo opporci. Al contrario, però, potremmo avvalerci del diritto al silenzio e a non autoincriminarci. Secondo il sistema giuridico degli Stati Uniti, ad esempio, le prove autoincriminanti che non sono "fisiche" – come i nostri pensieri – sono protette dal Quinto Emendamento. Ma tra fisico e mentale dove vanno collocate le “prove” custodite all’interno del nostro cervello? Il dialogo tra neuroscienziati e giuristi è appena iniziato.

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Commenti all'articolo

  • Nambikwara

    Nambikwara

    06 Maggio 2018 - 12:12

    Il funzionamento del cervello è conosciuto in minima parte: c.a. il 30% e ciò spiega che siamo all'oscuro del restante 70; pertanto pensare sin d'ora all'impatto pratico è prematuro. Grande rilevanza, comunque, è data dal contesto nel quale si matura un crimine: il contesto nel quale il singolo cervello è parte (con altri "neuroni" di altri cervelli oltre alle condizioni rilevabil e pratiche del momento) da cui la generalizzazione tratta dal "laboratorio" prima e l'eventuale "cura" poi sono al momento e nei prossimi 30 anni solo oggettto di studio. Credo, tuttavia, che il funzionamento del cervello sarà esplorato via trattamento e cura di malattie dello stesso: ci dà un esempio di ciò come da alcune malformazioni del Ponte di Varolio si è riusciti a capire la "specializzazione" dei due emisferi sin. e des. .

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  • carlo schieppati

    06 Maggio 2018 - 10:10

    Urca: "essere incarcerati in via preventiva a causa delle nostre reti neurali"! Ci manca solo quello. Però i test andrebbero fatti anche agli inquirenti e ai giudici (non c'è differenza: sono compagni di merende). L'ho visto nel processo a Stefano Binda conclusosi con la sua condanna pur in assenza di alcun riscontro alle accuse. Ancora una volta il Cav aveva ragione: gli inquirenti andrebbero sottoposti (quanto meno) a test psico-attitudinali.

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