Che cosa ci dice la nuova serie Netflix "Altered Carbon" sul futuro della tecnologia

Le nostre scoperte scientifiche e tecnologiche precedono l’orizzonte conoscitivo in cui inserirle e viverle. Cronache dalla nuova sci-fi, il pensiero per quel che ancora non sappiamo

1 Febbraio 2018 alle 06:13

Cronache dalla nuova sci-fi, il pensiero per quel che ancora non sappiamo

"Premesse dell’età delle macchine. La stampa, la macchina, la ferrovia e il telegrafo, sono premesse da cui nessuno ha ancora osato trarre la conclusione che se ne avrà fra mille anni”. Con questo aforisma, Nietzsche aveva già messo a fuoco quello che forse costituisce il problema per eccellenza dei nostri ultimi secoli. Le nostre scoperte scientifiche e tecnologiche precedono l’orizzonte conoscitivo in cui inserirle e viverle. Per paradossale che possa sembrare, noi inseguiamo sempre zoppicando i nostri stessi passi avanti. I dibattiti su come regolare la rete, sulla robotica o le neuroscienze o la clonazione alternano fiammate d’allarmismo a lunghi silenzi d’indifferenza, troppo intossicata dalle novità per soffermarsi a osservarle davvero. Anche in questo caso, a riprova di quanto sosteneva William Blake (“quanto oggi è dimostrato, una volta fu solo immaginato”) un aiuto ci viene dalla letteratura. La fantascienza costituisce infatti anche una sorta di memoria del futuro, capace di esporci con impressionante precisione a dinamiche che, magari molti anni dopo, tremmo trovare sulle prime pagine dei giornali.

 

 

L’antropologo Yuval Noah Harari ha recentemente pubblicato “Homo Deus”, dove addita le grandi sfide dei prossimi decenni e le loro implicazioni sociali, dalla “lotta alla morte” all’intelligenza artificiale. Diciassette anni fa, lo scrittore britannico Richard Morgan pubblicava un romanzo, “Altered Carbon” (ripubblicato da TEA nella splendida traduzione di Vittorio Curtoni), che adesso Netflix ha trasformato in una delle sue serie sci-fi piú costose, in uscita il 2 febbraio. La quarta di copertina di Harari potrebbe tranquillamente sintetizzare il romanzo-serie tv, e viceversa. L’umanità del futuro ha trasferito la coscienza in pile corticali, virtualmente immortali, sebbene solo i ricchi possano permettersi sempre nuovo corpi, come fossero vestiti, mentre i soldati vengono direttamente “scaricati” come file su fronti lontani magari milioni di chilometri e rigettati in battaglia, a combattere e morire ancora. Il caso poliziesco di un miliardario che pare essersi suicidato e che, indossata una nuova “custodia”, ingaggia un veterano tenuto sotto ghiaccio da secoli è l’occasione per fronteggiare interrogativi e implicazioni: cosa succede alla coscienza umana quando puoi virtualmente accumulare esperienze infinite? Cosa accade alla percezione di se stessi, al sesso, alle relazioni sociali? Come reagiscono le religioni o la politica? E’ di prossima uscita nelle sale anche “Annullamento”, l’horror scifi tratto dal bestseller di Jeff Vandermeer, di cui Einaudi sta anche per pubblicare “Borne”, a sua volta imperniato sulle sfide dell’evoluzione e della biologia, nella duplice accezione di quanto l’uomo è capace di introdurre di nuovo nel cosmo, e di quanto la natura stessa possa, improvvisamente, far sbocciare. Fuori e dentro di noi. E proprio Jeff e Ann Vandermeer hanno curato un’antologia di fantascienza-fantasy femminista, (“Le Visionarie”, Not Edizioni), che comprende le intuizioni-riflessioni di icone dell’immaginario politico come l’appena scomparsa Ursula le Guin o Angela Carter.

 

Altra grande dimensione della fantascienza è quella del viaggio conoscitivo. Da quando il mondo è diventato leopardianamente “piccolo” le nuove odissee sono possibili solo “nello spazio”, da Kubrick a Nolan. E dell’incontro perturbante con l’altro, con l’alieno, capace magari di esporci a un modo completamente diverso di pensare, Peter Watts ha dedicato lo sconvolgente “Blindsight”, mentre, assai prima che la Specola Vaticana parlassero di possibili “alieni nostri fratelli”, Doria Russell in “The Sparrow” aveva immaginato una spedizione gesuitica su Alpha Centauri. Se il primo “Blade Runner” dell’82 era tutto imperniato sull’esperienza del limite e della morte (pochi film hanno raccontato così bene l’inesorabile tic-tac che accomuna le nostre vite di “morenti”, come ci definivano gli antichi greci), il secondo capitolo uscito nel 2017 ha invece come triplice fulcro il desiderio di fecondità, il mistero dell’identità, e la possibilità della comunicazione tra esseri coscienti. Da questo punto di vista, la vera aggiunta immaginativa della sceneggiatura resta la fidanzata digitale, che ingaggia una prostituta in carne e ossa a cui sovrapporsi per fare l’amore col protagonista.

 

Come forse si intuisce anche da questo elenco sommario, la differenza e la risorsa che la narrativa sci-fi offre nel fronteggiare e discutere le sfide della scienza e del futuro non stanno tanto nella sua capacità di previsione effettiva, ma nell’intuizione verghiana che “il semplice fatto umano farà pensare sempre”. Anche proiettandolo tra tremila anni. Siamo già lì, ad aspettarci. Nel proliferare di commenti, appelli e manuali d’istruzioni, niente è salutare come esporci agli interrogativi di una storia, dalla quale possiamo tornare a fissare il nostro pc, un bacio durante un amplesso, il nostro volto allo specchio, con attenzione e turbamento rinnovati.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi