Diritto per tutti

Nel libro di Giovanni Fiandaca una concezione giuridica che richiama Kafka, Beccaria e Sciascia

4 Marzo 2018 alle 06:10

Diritto per tutti

Giovanni Fiandaca (foto via Youtube)

Sono pochi i giuristi, in Italia almeno, capaci di parlare a una platea non circoscritta a esperti e addetti ai lavori. Le ragioni di questa incapacità sono molteplici e i giuristi sono restii a modificare i loro schemi mentali e questa inclinazione li condanna sovente a discorrere soltanto fra loro e riduce fortemente il loro impatto sulla realtà. I giuristi si preoccupano molto che i loro modelli teorici siano uniformi e coerenti e molto poco se il prezzo da pagare per ottenere una teoria elegante sia quello di distorcere la realtà. Giovanni Fiandaca è certamente una eccezione alla regola. Egli è consapevole del fatto che un giurista è, innanzitutto, un intellettuale che è chiamato a proporre chiavi di lettura della realtà. Prima lezione di diritto penale (Laterza) è un esempio felice di come sia possibile offrire, attraverso una analisi del diritto e, in questo caso, del diritto penale, una lettura della società contemporanea accessibile ai più.

 

La concezione generale del diritto proposta da Fiandaca si colloca al crocevia tra l’illuminismo di Beccaria, il pessimismo della ragione di Sciascia, e il realismo impietoso di Kafka. Dell’illuminismo giuridico Fiandaca salva l’importanza attribuita alla libertà individuale, l’idea di un diritto penale separato dalla morale personale, la preferenza per un diritto penale “minimo”, che sanzioni dunque solo i comportamenti gravemente lesivi del vivere sociale, l’idea che la pena debba avere anche una funzione rieducativa. E tuttavia si tratta di una concezione illuminista pessimista – per quanto l’accostamento di questi due aggettivi possa suonare ossimorica – in quanto Fiandaca è consapevole che questo modello non solo è irrealizzato ma è anche in larga misura irrealizzabile.

 

A questo proposito sono emblematiche le pagine del libro dedicate a mostrare l’importanza di separare il diritto dalla morale, soprattutto nelle società pluralistiche come le nostre, e, al tempo stesso, l’impossibilità che questo progetto si realizzi compiutamente. In generale, l’illuminismo di Fiandaca si risolve in un razionalismo temperato dalla convinzione che il massimo che si può chiedere alla ragione umana è di riconoscere i propri limiti. Insomma, è un illuminismo senza la fede kantiana in un progresso morale dell’umanità. Dal Kafka de Il Processo ma anche di alcuni suoi racconti, Fiandaca ricava una concezione del diritto come fenomeno sociale che non può mai essere depurato del tutto dalla violenza e dalla forza bruta. Come canta De Andrè nella mia ora di libertà, non esistono poteri buoni (o, almeno, non esistono poteri del tutto buoni). Inoltre, sempre da Kafka (ma anche dal Foucault di Sorvegliare e punire) Fiandaca riprende l’idea che la pena, nonostante tutti gli sforzi che si possano fare per circoscriverne la portata, tende a esondare e finire con lo schiacciare l’intera personalità del condannato. Esemplare il racconto Nella colonia penale di Kafka; lì la pena era demandata ad una “macchina” che, con un erpice, scriveva sul corpo del condannato – destinato a morire alla fine per dissanguamento – il comandamento violato.

 

La chiave di lettura del libro di Fiandaca risiede nella preposizione “tra”, presente nel titolo di ogni capitolo. Essa sta a significare la predilezione dell’autore per le posizioni intermedie, che riconoscono quello che di buono c’è negli opposti estremismi, questi ultimi spesso invece preferiti dai giuristi che, come si diceva, sono interessati all’eleganza delle proprie teorie e a épater le lecteur più che a offrire chiavi di lettura persuasive della realtà. Passando a una rapida sintesi delle principali tesi sostenute in questo libro, non si può non partire dal problema cruciale degli scopi della pena; al riguardo Fiandaca è convinto che la funzione retributiva e quella rieducativa debbano essere contemperate fra loro, anche in considerazione della sovradeterminazione del concetto di pena. Come dice Nietzsche, “il concetto di pena non presenta più, in realtà, […] un unico significato, bensì un’intera sintesi di significati […]”. Quanto al ruolo creativo del giudice penale, Fiandaca offre un punto di vista profondo e sofisticato. In primo luogo, rifacendosi all’ermeneutica giuridica, mostra come sia inevitabile che l’interprete, in una certa misura, crei il significato e non si limiti a scoprire un significato preesistente. In secondo luogo, rileva come l’odierno “attivismo giudiziario” dipenda in larga parte dalla crisi della democrazia nonché dall’uso politico che il potere politico, di destra e di sinistra, fa del diritto penale. Infine, suggerisce alla scienza penalistica di stimolare i giudici a esplicitare i propri presupposti valutativi piuttosto che prescrivere loro di applicare pedissequamente la legge (obiettivo impossibile da raggiungere, tanto più oggi). 

 

Prima lezione di diritto penale contiene anche pagine molto interessanti sul rapporto tra diritto penale e scienza. Fiandaca rifugge dalla posizione “separatista” di coloro che considerano il diritto e la scienza giuridica mondi a sé, impermeabili a qualsiasi acquisizione scientifica altra e adotta una posizione “dialogante”, che non implica però una acritica ricezione dei paradigmi delle altre scienze sociali e delle scienze dure e tra queste, delle neuroscienze. Questa prudenza non è una mera attitudine mentale ma si fonda su una sofisticata prospettiva epistemologica capace di smascherare tutti i limiti di un empirismo ingenuo. Infine, Fiandaca individua tre compiti principali della scienza penalistica del futuro: 1) riflettere ancora sul senso della pena (e sui limiti della pena detentiva); 2) approfondire i rapporti tra la giustizia penale e il sistema democratico; 3) uscire dai recinti accademici. Quest’ultimo a me sembra il compito principale e quello che meglio caratterizza Fiandaca come intellettuale a tutto tondo. Sciascia dice che i veri intellettuali non fanno parte di corporazioni e associazioni – sono delle “monadi” dice lui – e si caratterizzano per offrire una chiave di lettura originale della realtà. Questa capacità non manca a Fiandaca e si manifesta anche in quest’ultimo libro.

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